Le radici dell’Europa all’indomani di una tragedia

Le radici dell’Europa all’indomani di una tragedia

Un articolo (venerdì 26 aprile) di Ernesto Galli della Loggia sulla riscoperta tardiva delle radici dell’Europa, ha innescato nel fine settimana un mio carteggio con l’autore (riportato integralmente on line su www.losguardolungo.it/biblioteca).

Cosa sostiene Galli della Loggia. La tesi di Galli della Loggia è che l’incendio di Notre-Dame ha ribadito la causa della paralisi dell’UE come soggetto politico. Siccome i commenti d’ogni provenienza all’incendio hanno un sentimento comune di appartenenza e rivelano a noi stessi di condividere storia, cultura e religione, essi costituiscono un richiamo alla comune identità e al fatto che tale identità è un’identità cristiana. Il problema, secondo Galli della Loggia, è che le due parole “identità cristiana” non sono dicibili nel discorso pubblico che si volge attualmente. Come del resto mostrarono le discussioni del 2002 – 2007 sull’inserire nella costituzione UE un preambolo comprendente il riferimento alle radici giudaico cristiane accanto al retaggio greco-romano e all’Illuminismo. Galli della Loggia annota che “per non irritare troppo i notoriamente irritabilissimi nostri vicini e ospiti musulmani, si concluse di non farne nulla. L’assemblea dei costituenti decretò che l’Europa non aveva radici storico-culturali (o non poteva dire di averne), e che già solo evocare la dimensione dell’identità era qualcosa di tendenzialmente razzista”. Poi cita “il distacco delle élite dalla gente comune, quando si sono piegate a un irenismo fondato sull’automortificazione che esse stesse hanno contribuito a radicare”. E argomenta che “l’incendio di Notre-Dame ha funzionato da detonatore di un sussulto di autocoscienza identitaria lontana anni luce dai pregiudizi delle élite politiche e mediatico-culturali”. Rilevando in aggiunta che nella circostanza queste elites si sono immediatamente adeguate: proprio quelle convinte che non si dovesse dire una parola sulle “radici cristiane e dedite per anni a bruciare granelli d’incenso sull’altare della laicità o predicando il rifiuto assoluto di qualsiasi tematica identitaria”. E conclude ponendosi l’interrogativo retorico se una tale classe politico-intellettuale riuscirà nell’ardua impresa di costruire un giorno la patria europea.

La mia prima critica. Ho trovato tali argomentazioni tanto estranee al modo di ragionare liberale da spingermi a motivare all’autore le ragioni per non fare ulteriori danni ai criteri del convivere. E siccome ho un passato di forti dissensi con Galli della Loggia, ho ritenuto utile non buttarla in caciara riprendendoli ed attenermi invece con fermezza ai fatti e ai principi coinvolti. Che sono talmente sperimentati dall’essere robustissimi in sé, senza bisogno di orpelli aggiuntivi. Ho dunque scritto a Galli della Loggia criticando i due veri presupposti della sua tesi,
intrecciati ma lasciati ambedue indefiniti:  che un monumento costituisca un’identità e che un fatto storico abbia il ruolo di atto costituzionale. In dettaglio, per il primo presupposto ho argomentato che un monumento costituisce un’identità solo se con questa parola si intende un valore storico statico, e non una caratteristica vivente di più individui al passar del tempo, dal presente in poi. Quanto al secondo presupposto, ho argomentato che un fatto storico ha il ruolo di atto costituzionale  solo se come atto costituzionale si intende una norma rigida nel
tempo e non un complesso di regole capace di modellarsi all’evolversi dei rapporti individuali anche sulla base delle conoscenze nel frattempo acquisite.
Al professore, ho contestato di aver esposto la Sua  tesi partendo dai due presupposti definiti ciascuno nella prima rispettiva accezione. In pratica, di aver adottato un’impostazione statica,
in base alla quale il titolo dato all’articolo è davvero espressivo (a parte il non corrispondere alla realtà del mondo). Se invece i due presupposti si fossero definiti ciascuno nella seconda rispettiva accezione, il punto di vista sarebbe divenuto ben differente. La convergenza delle reazioni all’incendio di Notre-Dame sarebbe rimasta come espressione oggettiva e significativa per  una ferita ad una vestigia del nostro passato europeo, che nei secoli si è svolto all’insegna di un clima giudaico cristiano.  Però non si sarebbe più sollecitata un’identità affidata alle radici statiche fissate costituzionalmente oggi in un lontano passato.
Fare questo significa adottare un concetto di convivenza del tutto differente da quello di Galli della Loggia. In sostanza si approda alla concezione della convivenza tra individui diversi  che confliggono nel rispetto delle norme scelte e in base ad i risultati ottenuti. La concezione che si è dimostrata indiscutibilmente la più feconda in base all’esperienza storica. Vale a dire, la concezione che si occupa dell’identità da vivere dei cittadini di oggi e di domani e non dell’identità vissuta da quelli che ci sono stati in precedenti epoche storiche. La differenza sta nell’esser consapevoli e nell’accettare che il tempo muta gli organismi facendoli evolvere. La replica di Galli della Loggia. Galli della Loggia mi ha risposto il giorno successivo, il sabato, rendendo ancora più chiari i motivi del disaccordo. E’ convinto che certi monumenti definiscano un’identità in modo per nulla “statico”. Cita il Colosseo che “non è per nulla una cosa statica, bensì qualcosa che continua a vivere ancora oggi in mille modi. Un monumento è un’identità storica e finché quei monumenti sono in piedi e conservano quel valore, sono spiritualmente dinamici”. Non si può dire “ai francesi che l’Arco di Trionfo o agli inglesi che la Colonna di Trafalgar, sono qualcosa di statico che non può avere alcun rapporto con il loro presente!”.
Dopo passa a negare che un fatto storico non possa “avere ruolo di atto costituzionale”. E qui. Rende in esame la mia attività politica. “Non è lei (NdR, cioè io, Morelli) che per anni ha militato in uno schieramento politico – quello dell’Ulivo o comunque del centro-sinistra – che ha sempre sostenuto da parte di tutti i suoi esponenti non uno escluso che l’antifascismo (fatto storico) era il fulcro, la base, la ragione d’essere della nostra Costituzione?”. Aggiunge. “Io credo che in realtà il senso vero della sua (NdR, cioè mia, di Morelli) obiezione stia in un
altro ordine di ragioni. Lei è notoriamente un “laico” a 18 carati, insofferente perciò ad ogni presenza/ruolo della religione, e segnatamente del Cristianesimo, in qualunque spazio pubblico. Anche in quel particolare tipo di spazio mentale pubblico che è costituito dalla memoria e dall’identità collettiva”. E conclude. “Da qui il fastidio per l’improvviso emergere dopo l’incendio di Notre Dame di una memoria e un’identità con un indubbio segno cristiano… La storia è la storia e a nessuno è dato di cambiarla”.

La mia seconda critica. Ho replicato la domenica ricordando di non aver scritto che un’identità non ha o non deve avere radici nella storia (anzi di aver scritto il contrario in un passo). Ho affermato e affermo che ricorrere ad un’identità derivante da un monumento o ad una norma costituzionale fondata su fatti storici, è un fraintendimento grave del mondo reale. Le abitudini consolidate dei cittadini sono state per secoli di quel tipo, ma poco alla volta è emerso che queste non sono abitudini produttive, nel senso che non portano benefici evolutivi alla convivenza e non fanno conoscere di più. Rispetto alla conoscenza, sono statiche. Questo è l’essenziale della mia posizione. Del resto è in piena coerenza e continuità con il mio essere esponente della cultura politica liberale (di per sé non un’ideologia bensì un metodo). Al riguardo, ho ricordato a Galli della Loggia che senza dubbio sono stato uno degli 11 fondatori della coalizione Ulivo quale rappresentante della Federazione dei Liberali, ma che nei documenti dell’Ulivo da noi sottoscritti (in contrasto al berlusconismo che stava facendo danni) non troverà che l’antifascismo sarebbe “il fulcro, la base, la ragione d’essere della nostra Costituzione”. Che è una tipica concezione ideologico religiosa appartenente ad un altro piano da quello dell’identità liberale. E che è semmai la concezione del partito PD, del quale come liberali non per caso siamo sempre stati oppositori (al punto da sopportare l’abbandono di Zanone, in seguito rientrato a ragion veduta).
Inoltre, per quanto concerne la ricostruzione di Galli della Loggia del mio essere laico, ho sottolineato che è esattissima per l’appartenenza, ma del tutto infondata per la posizione sostenuta da decenni in centinaia di miei scritti. Sono stato sempre contrario alla pretesa del comunismo russo nascente e alla prosopopea anticlericale di voler sradicare la religione dall’animo del cittadino concentrando sulla Chiesa le colpe del mondo. Il ricorso ad una qualche credenza è un carattere umano ancestrale per trovare risposte all’ignorato. I liberali e i laici sono gli unici ad avere consapevolezza che non si conosce tutto e che l’aspirazione a completare il conosciuto non va compressa. Ma, a differenza dei fautori della tradizione statica ed eternizzante, hanno capito che il conoscere di più va affidato non ai sacri testi, bensì al confronto sperimentale tra le ipotesi e le proposte dei conviventi individui.
Ciò non vuol dire affatto negare lo spazio mentale pubblico che è costituito dalla memoria e dall’identità collettiva. Vuol dire aver verificato che l’identità collettiva pubblica può esser ritenuta esistere (anche se è una pura teorizzazione mentale) ma resta completamente sterile.
Quella che vive nel mondo è l’identità multipla e simultanea tra miliardi di individui diversi. In giro c’è l’abitudine intellettuale a imprigionare i progetti in categorie fisse e a ridurre il tempo a quello del passato, ma l’evidenza è che le categorie sono cangianti e che il tempo è quello di oggi e del futuro. E dunque l’identità è quella individuale in carne ed ossa che si manifesta quotidianamente.
Infine concludo segnalando un sintomo oggettivo per me rassicurante. Fino ad oggi, mentre la mia impostazione va oltre la concezione statica ma include tale concezione come caso particolare, il viceversa non è vero. E ciò corrisponde ad una caratteristica certa del conoscere che avanza.
Conclusione. Questo mio scambio con Galli della Loggia mette in luce il problema del come organizzare la convivenza. E rende chiaro come il metodo liberale sia fisiologicamente contrapposto alle ricette religiose ed ideologiche di destra e di sinistra. Per un motivo semplice ma essenziale. Il modo opposto di concepire il ruolo del cittadino individuo e delle sue scelte in base alla sperimentazione pubblica dei loro risultati. Il metodo liberale ne fa il proprio motore, le ricette religiose ed ideologiche lo contrastano. Di conseguenza, il metodo liberale si fonda sul conoscere sempre meglio attraverso i conflitti democratici i meccanismi del mondo e della convivenza umana, senza farsi drogare dalle emozioni del trovare un modello perfetto e chiuso che dia modo ai competenti di risolvere in teoria ogni cosa per sempre a prescindere dallo scegliere dei cittadini.
Ogni progetto in chiave liberale deve indicare il come uno specifico problema può essere risolto attraverso il voto da individui consapevoli. E il governare liberale deve sempre imperniarsi sul come affrontare i nodi della libera convivenza tra cittadini diversi al passar del tempo. Viceversa, pensano solo a gestire un potere ottenuto illudendo gli individui con qualche modello fuori del tempo, le ideologie di destra e di sinistra, i fautori del ruolo religioso in politica e le classi dirigenti dimentiche del loro ruolo di elites formate sui fatti e non sui propri privilegi.

Di conseguenza non è per caso che Galli della Loggia, sostenitore elettorale del M5S, non coglie che la loro aspirazione al cambiamento (una necessità di fronte ai disastri precedenti) non ha però la preparazione e l’esperienza per un progetto innovativo di governo. Perché lui pensa solo a sostituire il decrepito modello Rousseau con i modelli monumentali o dell’identità storica, tutti modelli disattenti nel profondo ai cittadini diversi e avvinti al clan di rispettivo riferimento. In Italia e in Europa.
I grandi problemi del mondo odierno sono la forte percezione delle diseguaglianze e le dimensioni epocali del fenomeno migranti. Ebbene ambedue richiedono approcci liberali modellati sul cittadino. Le diseguaglianze per non cadere nella trappola di confondere la diseguaglianza nei diritti individuali (intollerabile per i liberali) con la diseguaglianza tra ogni individuo (la diversità è l’essenza della vita) negata da ideologhi e religiosi. E i migranti per
non cadere nella trappola di privilegiare (anche finanziariamente) gli interessi mondialisti ideologico religiosi a costo di non considerare le condizioni dei territori di arrivo e di cosa ne pensano i rispettivi cittadini che vi risiedono.
In Italia però per troppi liberali esiste il problema della furberia opportunista, che fa preferire il disimpegno politico per approfittare delle offerte del giorno, accattivanti nella forma, disastrose nella sostanza dei fini liberali.