La transizione scolastica

La transizione scolastica

La transizione ecologica? Va bene. La transizione tecnologica? Va benissimo. Ma ciò di cui maggiormente si avverte l’esigenza in Italia è la transizione scolastica.

Il Pnrr — il Piano nazionale di ripresa e resilienza — investe sulla scuola 17 miliardi di euro (cifra non piccola che lievita fino a 30,88 miliardi di euro complessivi «puntati» sul settore dell’istruzione e della ricerca).

È una spesa consistente che si va a sommare ai 57 miliardi che annualmente servono per garantire le procedure della scuola primaria e secondaria. Tuttavia, i soldi sono necessari ma non sufficienti per rilanciare la scuola. Per il non banale motivo che il capitale decisivo del sapere e della formazione non è finanziario ma umano. Spendere senza cambiare equivarrebbe a sperperare.

Dunque, per dare nuovo slancio alla scuola non solo è necessario aprire il portafoglio ma — come ha sottolineato Stefano Caselli sul Corriere del 26 novembre — anche e soprattutto aprire la mente e concepire un ripensamento generale del sistema dell’istruzione e della ricerca.

Come? Iniziando a prendere atto che serve una vera e propria transizione scolastica che traghetti la scuola da un sistema-cyclette, in cui si pedala molto ma non ci si sposta di un millimetro, a un sistema-circuito, in cui il lavoro scolastico dell’insegnamento e dell’apprendimento dia la reale possibilità alle nuove generazioni di muoversi nella complessità del mondo (moderno o post-moderno che sia).

Potrà sembrare strano, ma gli ultimi cinquant’anni della storia della scuola italiana si caratterizzano non per la costruzione di una nuova scuola ma per la progressiva distruzione della scuola precedente nota come la scuola di Giovanni Gentile.

Mezzo secolo fa, in un’Italia divisa dalle ideologie, non si volle passare dal sistema della scuola unica di Stato al sistema della scuola libera, come spiegò Salvatore Valitutti. Il risultato è noto a tutti o tale dovrebbe essere: la scuola di Stato ha perso la sua autorevolezza e ha finito per consumare sé stessa nello sforzo vano di dare forma a una scuola di massa che non è mai realmente nata se non nelle sue dimensioni elefantiache.

Così cinquant’anni dopo paghiamo l’amaro prezzo del fallimento scolastico che inevitabilmente si ripercuote sulla qualità e la salute della nostra democrazia.

Oggi il problema scolastico non è più eludibile: o si cambia o il fallimento della scuola e dell’università trascina a fondo la stessa democrazia che non è in grado di rigenerare le classi dirigenti.

La transizione scolastica è inevitabile per salvare proprio la scuola statale: il sistema della scuola libera, infatti, ampliando il concetto di «scuola pubblica» non esclude ma, al contrario, richiede l’esistenza della scuola statale; mentre la sola esistenza della monopolistica scuola di Stato, di cui fanno parte le stesse scuole parificate, esclude la scuola libera e impoverisce drasticamente quella che, con terminologia burocratica, si chiama «offerta formativa».

Riformare la scuola significa sempre — lo si voglia o no, lo si sappia o no — mettere mano agli esami. Attualmente il sistema scolastico italiano si basa sugli esami di licenza che, come dice la parola stessa, son fatti per «licenziare» e si svolgono a conclusione di un ciclo di studi.

Finito il ciclo degli studi di primo grado si sostiene l’esame di terza media e si rilascia il diploma per l’iscrizione alle scuole superiori. Allo stesso modo, finito il ciclo degli studi di secondo grado si sostiene l’esame finale — la cosiddetta maturità — e si rilascia il diploma per l’iscrizione all’università.

Questo sistema è, ormai, così consumato da essere irriformabile. Altro da fare non c’è che capovolgerlo: sostituendo gli esami di licenza con gli esami di ammissione. Con l’ammissione il ciclo di studi finisce senza esami ma per iscriversi ad un’altra scuola — e, naturalmente, per iscriversi all’università — è necessario sostenere gli esami.

Quindi, non più esami per uscire ma esami per entrare sia a scuola sia all’università. Non più distribuzione di diplomi, carte e crediti dal valore legale ma seria verifica della preparazione culturale o delle conoscenze per l’inizio o il proseguimento degli studi come pre-condizione ineliminabile, come voleva e sapeva Luigi Einaudi, per la formazione e conquista della professionalità.

Come si può capire si tratta di una vera torsione della logica che governa attualmente sia la scuola sia l’accademia: con le licenze tutto ruota intorno alla distribuzione e al possesso del diploma, mentre con le ammissioni tutto ruota intorno alla preparazione sia degli studenti sia dei professori.

È un modo, classico, per riportare la scuola a scuola e non ridurla a un distributore di «pezzi di carta» che sono caricati di un valore che non hanno e che la realtà, com’è fin troppo naturale che accada, svaluta senza pietà.

Si può continuare a chiudere gli occhi su questa realtà? Sarebbe peggio di un crimine, sarebbe un grave errore. E la scuola, tutto sommato, dovrebbe essere proprio questo: la facoltà di riconoscere gli errori.

Il Corriere della Sera