La (difficile) metamorfosi liberale di Giorgia Meloni

La (difficile) metamorfosi liberale di Giorgia Meloni

Prima sull’atlantismo, poi sull’ispirazione economica: la premier abbandona vecchie culture di destra, ma senza una rivoluzione culturale rischia l’appannamento

A causa della lente deformante dei social e di una disponibilità alla messa in scena di sé ormai prossima all’esibizionismo compulsivo, le leadership, oggi, si dilatano. Si dilatano al punto da apparire sufficienti a se stesse come se vivessero solo di vita (politica) propria. È capitato tra gli altri, anche ai due Mattei.

Sia Matteo Renzi sia Matteo Salvini si sono affermati sulla scena nazionale in quanto leader di partiti “storici”. Partiti con un proprio vissuto, un proprio carattere, una propria identità, dei propri valori e una propria classe dirigente. Ma nel momento di massima potenza la leadership dei due Mattei ha oscurato e in apparenza cancellato ogni traccia del contesto nel quale era nata e con prepotenza si dispiegava. Sembrava ci fossero solo loro, i leader. Sembrava potessero legittimamente incarnare ogni ruolo e fare propria ogni tradizione e stile: destra e sinistra, alto e basso, politica e demagogia, Stato e mercato, ragione e sentimento…

Tutto quello che toccavano per un breve periodo brillava d’oro. Poi, improvvisamente, lo stato di grazia è finito e di punto in bianco sono stati percepiti come corpi estranei dagli stessi organismi politici che li avevano partoriti fino ad essere da questi espulsi, o quantomeno “normalizzati”.

È il rischio che corre Giorgia Meloni.

Già la prima delle sue scelte politiche, quella più netta e ad oggi quella strategicamente più efficace, ha in effetti rappresentato uno strappo. Uno strappo culturale. Schierandosi senza se e senza ma dalla parte della Nato e degli Stati Uniti nel conflitto ucraino Giorgia Meloni ha tagliato i ponti con quella parte della destra missina caratterizzata da un antiamericanismo tanto cerebrale quanto viscerale. La rappresentavano, un tempo, personaggi autorevoli: Beppe Niccolai, Filippo Anfuso, Pino Rauti, Enzo Erra, Giano Accame… Ce l’avevano con l’America perché aveva sconfitto il fascismo, ma anche perché rappresentava un modello culturale e di sviluppo diverso dal loro, per non dire da loro considerato nemico: il capitalismo. Il capitalismo inteso come l’eclissi dei valori e delle identità “tradizionali” e il trionfo dell’individualismo e del consumismo.

La Destra sociale era una minoranza politica, ma esercitava un’egemonia culturale sull’intera destra. Non molto è cambiato. L’appellativo “liberale” non era un complimento nel Movimento sociale italiano e fino a ieri non lo è stato neanche in Fratelli d’Italia. Un partito cresciuto col mito dello Stato, di conseguenza, salvo lodevoli ma rari casi, diffidente verso il mercato e insofferente nei confronti della cessione di sovranità all’Unione europea.

Sembrerebbe che questo sia il secondo strappo che Giorgia Meloni ha in mente. Lo ha lasciato intendere offrendo il ministero dell’Economia a Fabio Panetta, imponendo Carlo Nordio alla Giustizia, chiamando come consigliere economico a palazzo Chigi il capo del Servizio bilancio del Senato, uno stimato liberale membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Luigi Einaudi, Renato Loiero.

Del resto, lo aveva detto con rara chiarezza già nel discorso per la fiducia al Parlamento, quando annunciò nientemeno che una rivoluzione: “Una rivoluzione culturale nel rapporto tra Stato e sistema produttivo.. La ricchezza la creano le imprese con i loro lavoratori, non lo Stato tramite editti o decreti”, disse alla Camera e ripeté in Senato il presidente del Consiglio incaricato Giorgia Meloni lo scorso 25 ottobre. Lo Stato, aggiunse, deve solo cercare di non essere d’ostacolo allo spirito di intrapresa e al desiderio di autorealizzazione dei privati cittadini, che vanno di conseguenza lasciati liberi il più possibile.

Parole allora sottovalutate, per trascuratezza e/o per sfiducia, da buona parte dei media. Parole che se fossero vere presupporrebbero una radicale metamorfosi della destra: “conservatrice” si, ma “liberale” e forse persino libertaria. Una metamorfosi che, se ci crede davvero e se non vuole fare la fine dei due Mattei, Giorgia Meloni farebbe bene ad accompagnare con un sistematico e approfondito lavoro culturale e politico sugli eletti e sugli elettori della destra affinché “il contesto” le corrisponda il più possibile e ne riconosca la leadership e i valori che incarna anche quando, fatalmente, il suo carisma si appannerà e la fortuna le girerà le spalle.

 

Huffington Post