In gioco c’è il modello liberale dell’Occidente

In gioco c’è il modello liberale dell’Occidente

Sono numerosi gli analisti che ritengono improbabile una piena restaurazione dell’economia globale e dei modi di vita ante-Coronavirus: non tanto per i livelli di reddito nazionale forse recuperabili in 12¬18 mesi; quanto per organizzazione, traiettoria e struttura dei sistemi produttivi, dei servizi, del mercato dei capitali e per utilizzo delle tecnologie Ict. Nella nuova realtà geo-politica del post-pandemia è anzitutto sulla riaffermazione globale — in particolare nei confronti della Cina — delle libertà politiche, economiche, di mercato e per il progresso sociale che deve puntare l’Italia, insieme ai suoi partner europei e atlantici.
Solo così si può imprimere una svolta per riequilibrare rapidamente i rapporti politici, economici, di collaborazione scientifica e tecnologica con la Cina di Xi Jinping.
E ugualmente necessaria una percezione adeguata della gigantesca sfida posta dagli obiettivi egemonici ripetutamente affermati — del Partito comunista cinese. Il cambio di rotta deve riguardare un’informazione adeguata delle opinioni pubbliche, finora non rese abbastanza consapevoli dai rispettivi governi, quando non volutamente disinformate come in Italia. Tocca ora all’occidente consolidare il playfield delle relazioni con la Cina perché su di esso si gioca il futuro dell’economia di mercato e, in fin dei conti, della credibilità e della capacità di attrazione del modello liberale occidentale. Vi sono pertanto ragioni solide per rafforzare a tutto campo i rapporti economici, di collaborazione scientifica e tecnologica nella regione euroatlantica. Non si sottolineerà mai abbastanza il vantaggio offerto dalla sua omogeneità valoriale, culturale, giuridica, rispetto a Paesi come la Cina che dichiarano di voler contrapporre e diffondere — in modo particolarmente aggressivo ora che Pechino fa leva proprio sugli effetti della pandemia — modelli alter¬nativi alla democrazia liberale.
La crisi attuale ha un impatto profondo sulla globalizzazione. Essa ridimensionerà la Cina nelle catene globali del valore. É interesse dell’Italia e dei Paesi occidentali favorire attivamente tale processo. Reshoring verso i nostri mercati è l’imperativo che ascolteremo spesso. Accordi regionali, trattative economiche e commerciali in corso mirano proprio a tale obiettivo: con effetti positivi su investi-menti, occupazione, crescita, competitività tecnologica e sicurezza nazionale.
La Commissione Ue pensa a un fondo di 2,4 miliardi di euro per sostenere la ricerca farmaceutica in Europa anziché in Cina. La grave carenza di prodotti essenziali ad affrontare la pandemia ha allarmato moltissimo. Si è toccato con mano quanto sistematiche e strutturali siano le strategie di Pechino per acquisire posizioni dominanti ed esclusive a livello globale, nel settore della salute e in altre filiere hi tech quali terre rare, semiconduttori, Ict. A questa situazione hanno di certo contribuito molte imprese occidentali attratte da quelle che erano le opportunità del mercato cinese: bassi costi del lavoro, incentivi dello Stato cinese, acquisire ricerca e sviluppo. Molte attrattive stavano sfumando già prima della pandemia. Larga parte delle world supply chain che passano dalla Cina – ha scritto The Economist l’11 aprile 2020 – dovevano da tempo essere riesaminate: costi del lavoro meno competitivi rispetto a molti altri Paesi dell’Asia e del Pacifico; guerre commerciali; crescenti rischi per le aziende estere in Cina. Quanti si illudevano che esistesse un’affidabile world supply chain devono invece arrendersi all’evidenza di una Chinese supply chain costruita per condizionare politicamente e dominare. Come ha detto Joerg Wuttke, presidente della Camera di commercio Ue-Cina se vi è una lezione della pandemia è che “single source is out and diversification is in”. L’Italia ha interesse a esserne protagonista. I governi Usa, giapponese e altri europei stanno varando misure e incentivi considerevoli per il reshoring di almeno parte delle produzioni strategiche delocalizzate negli ultimi vent’anni in Cina. Oltre a considerazioni di natura geopolitica, il grande interesse al rafforzamento di partenariati economici euroatlantici nasce anche dall’abissale differenza di normative e tutele legali per la proprietà intellettuale, i brevetti, la reciprocità nei progetti di ricerca e sviluppo. L’impegno nazionale, europeo e atlantico per riequilibrare in modo decisivo le catene globali del valore dei comparti strategici, a cominciare dalla salute, rappresenta la prima condizione per rendere inoffensivi gli artigli del Dragone.

Pubblicato sulla rivista Formiche