Il lascito intellettuale di Ludwig von Mises

Il lascito intellettuale di Ludwig von Mises

Il 10 ottobre 1973 moriva Ludwig von Mises: a quarantacinque anni dalla sua scomparsa, il professor Lorenzo Infantino ricorda il grande economista, tra i più noti esponenti della Scuola austriaca

Ludwig von Mises, di cui ricorre oggi l’anniversario della morte, è stato uno dei grandi protagonisti della cultura del Novecento. Carl Menger, fondatore della Scuola austriaca di economia, è stato il suo ispiratore. Eugen von Böhm-Bawerk ne ha favorito la formazione all’interno del proprio seminario, a cui pure partecipavano, fra gli altri, Otto Bauer, Nikolaj Bucharin, Rudolf Hilferding, Otto Neurath, Joseph A. Schumpeter. Il suo lungo magistero si è svolto a Vienna, Ginevra, New York. E, sebbene oggi siano pochi quanti possono vantare di essere stati suoi allievi, ci sono nel mondo, soprattutto negli Stati Uniti, numerosi studiosi che si rifanno alle sue teorie. Le sue opere, tradotte nelle principali lingue, vengono continuamente ristampate.

Menger aveva fatto delle incursioni nel territorio monetario. Böhm-Bawerk si era tenuto in disparte, sottraendosi anche all’insistente invito a discuterne, formulatogli dallo svedese Wicksell. Mises ha invece fatto dei problemi monetari il primo tema della sua ricerca. Ha pubblicato nel 1912 la Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel, che con alcuni altri scritti minori costituisce il corpo centrale della teoria austriaca del ciclo economico. Ed è avvalendosi delle conoscenze accumulate con quei lavori che lo stesso Mises ha potuto prevedere lo scoppio della crisi del 1929. Quanti conoscono quella teoria possono “decifrare” anche le vicende a noi contemporanee, in cui le politiche monetarie volute dai governi sono a monte di una grave alterazione del meccanismo di allocazione intertemporale delle risorse.

Quanto fatto da Mises in campo monetario non è slegato dall’indagine sulle ragioni gnoseologiche, giuridiche ed economiche della libertà individuale di scelta. Gli è stato quindi agevole, in conseguenza del dramma vissuto dall’Europa all’indomani della Grande Guerra, allargare l’orizzonte delle sue riflessioni. Con la presa del potere da parte di Lenin, il mito della pianificazione economica aveva alimentato estese illusioni. Si rendeva necessario sottoporre quel mito all’acido dissolvente della ragione critica. E Mises non è sottratto a tale compito. Ha dapprima convinto Otto Bauer a evitare un esperimento bolscevico in Austria; ha poi reso pubbliche le sue critiche, che hanno trovato la loro compiuta articolazione in Die Gemeinwirschat, opera apparsa in prima edizione nel 1922 e tradotta in altre lingue con il titolo di Socialismo.

Mises ha colpito alla radice l’idea dell’economia di piano. La sua prima obiezione è di carattere gnoseologico. A proposito del pianificatore, egli ha infatti scritto: «Benessere e miseria stanno nelle sue mani, come nelle mani di un dio […]. Nei suoi programmi egli deve tenere conto di tutto ciò che può rivestire una certa importanza per la collettività. Il suo giudizio deve essere infallibile; egli deve essere in grado di dare una giusta valutazione delle condizioni delle contrade più lontane e di giudicare correttamente le necessità dei secoli a venire». È un compito impossibile. Ed è illusorio pensare di estrarre la libertà dall’abolizione della proprietà privata. Se questa viene meno, gli attori perdono la base materiale della loro autonomia di scelta. Più in generale, se cade la proprietà privata, cade il sistema giuridico che consente la cooperazione sociale volontaria. Quanto poi al problema economico strettamente inteso, la pianificazione non è in grado di fronteggiarlo. Se infatti si abbandona la concorrenza dal lato della domanda e dell’offerta, i prezzi divengono dei semplici rapporti arbitrariamente decisi in sede politica. Da cui la conclusione che la pianificazione è «l’abolizione dell’economia razionale».

Al culmine di un lungo dibattito, il socialista Oskar Lange ha riconosciuto a Mises il «merito» di avere costretto i sostenitori dell’economia di piano a misurarsi con la decisiva questione del calcolo economico. Ma limitarsi a ciò sarebbe riduttivo. Il fatto è che Mises ha potuto contestare l’economia di piano, perché possedeva una penetrante teoria della cooperazione volontaria, la cui più estesa formulazione si trova in Nationalökonomie. E tale teoria gli ha facilmente consentito di mettere a nudo le disastrose conseguenze prodotte dall’abolizione della proprietà privata e della libertà individuale di scelta. Di qui anche la devastante analisi del regime hitleriano (Omnipotent Government e Im Namen des Staates). E di qui la serrata critica dell’interventismo della politica nell’economia. Le manipolazioni monetarie, le protezioni doganali, le restrizioni produttive, il controllo dei prezzi, la fissazione dei livelli salariali, il sostegno ai settori “strategici” (e via dicendo) sono tutti provvedimenti che conseguono esiti opposti a quelli prefissati. È così che il loro fallimento spinge verso altre misure interventistiche. Il che svuota di contenuto la proprietà privata e impedisce la libertà individuale di scelta. Si crea un groviglio di connivenze e corruzione, cade la produttività e il prodotto, s’imbocca la via del declino.

Gli allievi viennesi (Hayek, Machlup, Haberler) di Mises hanno avuto presto la possibilità di lasciare l’Austria e di porsi lontano dalla minaccia hitleriana. Chiamato nel 1934 a Ginevra, dove pure c’erano Hans Kelsen e Guglielmo Ferrero, Mises si è miracolosamente sottratto al tentativo di cattura, anche in terra elvetica, da parte di agenti nazisti. E nel 1940 è stato accolto come esule politico negli Stati Uniti, dove ha lungamente continuato a trasmettere le proprie idee alle nuove generazioni.

Vista la collocazione di questo scritto, non è fuori luogo rammentare il grande sodalizio intellettuale che, cominciato fin dalla seconda metà degli anni Venti, ha unito fra loro Mises e Luigi Einaudi.

Lorenzo Infantino

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