I partiti fragili

I partiti fragili

C’erano una volta i partiti. Erano associazioni e si erano sviluppate con la conquista del suffragio universale, che aveva portato alla cittadinanza attiva milioni di persone. Nel secondo dopoguerra, quasi il 9 per cento della popolazione italiana con più di 14 anni era iscritto a un partito. Avevano poderose articolazioni territoriali, organizzazioni laterali giovanili e organizzazioni collaterali. Riunivano ogni due o tre anni i rappresentanti degli iscritti in congressi dove si scontravano correnti, si presentavano mozioni contrapposte, si votava sui programmi e sulle persone. La Democrazia cristiana ha avuto per molti anni fino a due milioni di iscritti (anche se talvolta i tesseramenti erano «gonfiati»), distribuiti in più di un migliaio di sezioni; un congresso, che
si riuniva ogni due o tre anni, composto di rappresentanti degli iscritti e di rappresentanti dei parlamentari; un consiglio nazionale di circa duecento componenti, che si riuniva tre o quattro volte per anno; una direzione di una trentina di membri, che si riuniva ogni mese; numerose organizzazioni collaterali. Il Partito comunista aveva dimensioni e articolazione simili.

Ha avuto in qualche anno fino a due milioni e mezzo di iscritti, un numero di cellule oscillante tra 30 e 60 mila e di sezioni tra 7 e 16 mila, e i suoi organi collegiali erano altrettanto, se non più attivi, di quelli democristiani. Il Partito socialista, pur se di dimensioni più ridotte quanto a iscritti, aveva una vita interna altrettanto democratica. Insomma, per quasi cinquanta anni della storia repubblicana, i partiti hanno rispecchiato la frase pronunciata da Piero Calamandrei alla Assemblea costituente il 4 marzo 1947: «una democrazia non può essere tale se non sono democratici anche i partiti».
Se allora era iscritto ai partiti quasi il 9 per cento della popolazione con più di 14 anni, oggi è solo poco più dell’1 per cento che si iscrive ai partiti. Anche i votanti diminuiscono (mentre la popolazione è aumentata): nel secondo dopoguerra si recava alle urne circa il 93 per cento degli aventi diritto al voto; la percentuale è scesa ora al 73 per cento, e tende a diminuire. Le stesse basi dei partiti diventano fluide: agli iscritti si aggiungono gli esterni, si tende ad assimilare elettori ed eletti, si distinguono iscritti e militanti. Si diffondono quelli che sono stati definiti «falsi antidoti»: le «agorà» diventano succedanei delle sezioni; «primarie aperte» prendono il posto di scelte fatte dagli iscritti. C’è chi si iscrive temporaneamente, per far vincere un candidato a elezioni interne. Il dirigente di un partito ha segnalato recentemente il fenomeno di adesioni per motivi di gestione del potere, più che per motivi ideali. La struttura dei partiti è quella propria delle oligarchie. Quando si debbono formare le liste, una volta frutto di faticose riunioni degli organi collegiali, in periferia e al centro, si riuniscono ora i pochi stretti collaboratori del «leader», che scelgono all’interno e all’esterno dei partiti (i «candidati civici»), che vengono «paracadutati» in uno o più collegi (il moto della politica è dal basso verso l’alto, mentre qui la tendenza si inverte).
Da un sondaggio di due anni fa emerge che solo il 9 per cento della popolazione ha fiducia nei partiti. Questo è confermato anche dai pochi che contribuiscono al loro finanziamento: solo poco più del 3 per cento dei contribuenti destina ai partiti il 2 per mille e sono poco più di 7 mila le persone che danno ai partiti donazioni liberali. Quanto alla vita interna, gli statuti dei partiti sono stati definiti «simulacri formali»; i programmi non nascono da dibattiti interni, ma sono commissionati ad esperti capaci di sfiorare il ridicolo inserendo il tonno rosso nel programma; i plebisciti prendono il posto delle elezioni; gli organi di garanzia non sono pienamente indipendenti; l’organizzazione è verticalizzata, intorno a un «leader»; persino i siti dei partiti dicono pochissimo, facendo apparire modelli quelli della tanto vituperata burocrazia.

Il Pd ha un segretario che non è passato al vaglio di un congresso nazionale, ma che ha preparato le liste dei candidati alle elezioni nazionali, mentre ha due ex segretari che hanno traslocato in altre formazioni (fenomeno unico al mondo, credo). La Lega dovrebbe tenere un congresso nazionale ogni tre anni: la scadenza è dicembre di quest’anno, ma non sono ancora cominciate le «conte» provinciali, ed è difficile che si possa svolgere a quella data. Il Movimento 5 Stelle ha svolto le «parlamentarie», ma meno della metà degli iscritti si è espresso.

Tutti questi dati mostrano che è in corso una vera e propria agonia dei partiti. Questi sono «fragili, volatili, inconsistenti», come ha scritto Mauro Calise, che ha studiato a lungo la forma partito. Stiamo vivendo una «recessione democratica», ma non della democrazia statale, bensì della sua principale componente, che si riflette sulla democrazia nazionale. La politica attiva, che era impegno di molti, è ora diventata cosa di pochi. Gli elettori vanno in numeri sempre più ridotti alle urne non perché siano indolenti o disinteressati (la partecipazione politica passiva è quasi dieci volte più alta di quella attiva), ma perché i partiti offrono loro scelte sempre più ridotte (un nome, una lista bloccata, nessuna possibilità di esprimere preferenze), mentre consentono ai candidati di presentarsi in più collegi, decidendo poi quale scegliere. I partiti, fatti di vertici, mostrano incapacità di interrogare le istanze popolari e di offrire una sintesi delle soluzioni. Vengono chiamati forze politiche, ma non sono né forze, né politiche. Contano solo in quanto occupano le istituzioni.

Passata la fase elettorale, ai partiti si impone una duplice riflessione. La prima riguarda i modi per assicurare la democrazia nel loro interno. La costituzione tedesca richiede ai partiti di darsi ordinamenti democratici. Quella italiana richiede ai sindacati di rispettare la democrazia al loro interno (ma questi non lo fanno), mentre ai partiti impone solo di competere con metodo democratico. Per anni, si è tentato di stabilire per legge che i partiti debbono rispettare principi democratici. Ma i partiti potrebbero provare a farlo autonomamente. Seconda riflessione: cercare di capire come può servire a rendere più democratici i partiti la democrazia digitale, imparando dagli errori del Movimento 5 Stelle e cercando di coniugare la democrazia ottocentesca con quella del nuovo millennio e di trasformare le comunità virtuali in comunità di interessi e di idealità. Come può essere democratico lo Stato, se non lo sono i partiti, che rappresentano ancora il principale strumento di democratizzazione dello Stato?

Corriere della Sera, 22 agosto 2022