È l’ora di un nuovo liberalismo?

È l’ora di un nuovo liberalismo?

Un nuovo contratto sociale per difendere, rinnovandole, la teoria e la pratica politica che hanno portato sviluppo e benessere in tutto il mondo:Claudia Astarita

La democrazia liberale è sotto attacco. Gli ideali di libero scambio, libero mercato e governo limitato sono stati confusi, distorti, dimenticati. E le élite liberali che si erano prese la responsabilità di sostenerlo per trasformare i valori liberal-democratici cui si ispirava nell’ideologia di riferimento di un mondo più equo e sicuro per tutti si sono trasformate negli anni in élite autocompiacenti, adagiandosi, come ha sottolineato Alessandro de Nicola su La Stampa del 16 settembre 2018, sul sistema che le ha fatte prosperare e perdendo il radicalismo riformatore dei liberali della vecchia guardia.

Un Manifesto per un nuovo liberalismo

A lanciare questo allarme su un liberalismo che non funziona più è The Economist, il più importante settimanale del mondo, che in occasione del 175esimo anniversario della sua fondazione ha pubblicato un “Manifesto per il nuovo liberalismo“. Rilanciando il dibattito sull’urgenza di arginare la profonda erosione del consenso verso le “élite liberali” e i “valori liberal-democratici” che rappresentano prima che sia troppo tardi.

Attenzione però: la riflessione del settimanale britannico non si limita a giudicare le nuove generazioni che hanno smesso di credere nel liberalismo, ma attacca pesantemente quelle élite che hanno deluso proprio perché non sono rimaste abbastanza fedeli ai valori in cui sostenevano di credere.

De Nicola ha ragione a ricordare come la crisi finanziaria del 2008 e la crisi dell’immigrazione che l’Europa sta vivendo oggi abbiano esasperato un malcontento che esisteva già. Le cosiddette “élite liberali”, infatti, si portano dietro la responsabilità, grave, non solo di aver smesso di ascoltare la società e di rispondere alle sue esigenze, ma anche di aver bloccato la mobilità sociale favorendo clientelismo, asservimento al potere economico, ineguaglianza, e progressiva infiltrazione del potere politico nella società.

L’essenza del liberalismo

The Economist difende la democrazia liberale ritenendola un sistema migliore rispetto ai populismi tanto in voga in Europa e ai sistemi autoritari proposti da Russia e Cina come possibili alternative. E l’idea di liberalismo proposta si basa su quattro elementi chiave: la società come realtà conflittuale; la società come luogo dinamico e in grado di migliorarsi; profonda sfiducia nei confronti del potere, soprattutto quando concentrato in troppe poche mani; e l’importanza della parità dei diritti di tutti i cittadini.

Oggi le élite liberali sono diventate conservatrici, proteggono lo status quo, e invece dovrebbero per natura essere riformiste, ovvero interessare a favorire il continuo progresso della società che rappresentano.

L’errore più grande commesso da queste élite è stato quello di rincorrere il progresso come valore assoluto, senza pensare che ogni piccola rivoluzione, dall’industrializzazione alla liberalizzazione economica alla diffusione di valori “universali”, ha creato delle resistenze e delle vittime, che invece di essere ascoltate e protette sono state semplicemente abbandonate al loro destino.

Un liberalismo inclusivo

Il liberalismo può salvarsi solo diventando più inclusivo. Il libero commercio e i vantaggi che ha generato vanno preservati, ma bisogna farlo seguendo una strategia che possa creare sempre nuovi vantaggi per i singoli individui e la società. Tutte le distorsioni create dal libero mercato vanno individuate e risolte. Dal mercato immobiliare alle nuove tecnologie, che mostrano da tempo di essere troppo concentrate in troppe poche mani. Il liberalismo, quello vero, ha sempre nuove sfide da affrontare, e la sua essenza è quella della trasformazione continua.

Il contatto con il popolo

L’ondata anti-immigrazione è un altro sintomo del fallimento della democrazia liberale nella sua attuale versione. Quello che le élite hanno sottovalutato in questi anni è la loro capacità di “imporre” un certo tipo di pensiero nella società. Se la popolazione ha paura, o se sente, come nel caso dell’immigrazione, di essere sotto assedio o di non ricavare nessun beneficio da questo flusso infinito di migranti che sbarca nei loro territori ma, al contrario, di esserne minacciata sia sul fronte dell’occupazione sia sul fronte della salvaguardia di abitudini e stili di vita in cui si è sempre identificato, è inutile calcare la mano presentando il modello di integrazione progressiva nelle società ospitanti come oppressivo.

Gli umori della società devono essere il punto di partenza di ogni cambiamento. E le élite, per ottenere qualche risultato, dovrebbero essere più pragmatiche, cercando di conciliare le esigenze di tutti. Solo così si può creare una società più aperta e flessibile che, nel tempo, può a sua volta diventare più inclusiva.

Un nuovo contratto sociale

Anche lo stato sociale va cambiato. Le donne, oggi, lavorano. Sempre più famiglie vengono portate avanti da un solo genitore. Le persone vivono più a lungo, e i contratti di lavoro diventano sempre più precari (e non necessariamente più flessibili). Se la società, in difficoltà, si lamenta, le élite devono reagire. E non proponendo sistemi costosissimi e non sostenibili come il reddito di cittadinanza, ma lavorando su un sistema fiscale che possa davvero favorire, con sgravi mirati e aliquote differenziate, la redistribuzione del reddito.

Le sfide più urgenti

Geografia e tecnologia hanno consolidato nuove concentrazioni di potere che vanno distrutte. Il mondo sviluppato e quello in via di sviluppo devono trovare nuove strategie per implementare un sistema sociale che sia equo. Le regole che definiscono la libera circolazione delle persone devono essere ripensate. L’apatia statunitense e le ambizioni cinesi vanno incanalate in un nuovo ordine mondiale tutto da costruire. Il problema dell’intrusività delle nuove tecnologie va affrontato tanto quanto quello del cambiamento climatico. Cercando di non creare nuove sacche di malessere e insoddisfazione.

Nuove élite per una nuova rivoluzione liberale

Forse il populismo ci ha fatto un favore, creando un nuovo nemico per queste élite che hanno perso lo slancio riformatore che le contraddistingueva per approfittare dei benefici che la società che hanno creato continua a garantire loro. Resta da vedere non solo chi deciderà di raccogliere questa importante sfida e se riuscirà a farlo in maniera inclusiva, ricominciando quindi ad ascoltare le esigenze reali della società. Per The Economist, la libertà di pensiero e di opinione rappresentano l’alleato più valido di queste nuove élite liberali. Peccato che oggi la libertà di espressione sia presa di mira sia dall’odio e dalla disinformazione che spopolano in rete, sia dai governi autoritari che cercano di ridurne il più possibile l’impatto.

Da dove cominciare, quindi? Forse proprio dalla libertà di stampa, che oggi, secondo Freedom House, viene garantita solo al 13% della popolazione mondiale.

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