Disonorato

Disonorato

Riceverà le cure di cui ha bisogno e morirà in carcere. Matteo Messina Denaro lo sa. Lo ha messo nel conto già molti anni fa. Averlo assicurato alla giustizia è un sicuro ed enorme successo, il cui merito va ai Carabinieri del Reparto operativo speciale e ai magistrati che hanno seguito le battute finali. L’esperienza ci ha insegnato a non trarre frettolosamente conclusioni definitive. Dopo l’arresto di Totò Riina c’è stata una catena di processi in cui la procura ha provato a sostenere la colpevolezza degli uomini che avevano servito lo Stato e la giustizia. Si spera che non ricapiti, ma i contorni di questa cattura non si racchiudono nella sola esultanza per il suo essere divenuta realtà.

Messina Denaro si trovava a Palermo. Era stato tracciato in altri Paesi e pare che in Spagna abbia subito un’operazione chirurgica. Sta di fatto che il posto dove si muoveva in maggiore sicurezza fosse Palermo. Qui viveva e operava il suo disonorato lavoro. Restare dove si opera e latitare per trenta anni non è possibile senza un’efficiente rete di copertura e protezione. Alle cure mediche accedeva con documenti falsi, ma quando si è un ricercato di quel calibro non bastano documenti falsi per non essere individuato.

In quella clinica era in cura da un anno. Ieri mattina si è recato da solo, accompagnato esclusivamente dall’autista. I Carabinieri, giustamente, per garantire la sicurezza dei pazienti e per assicurarsi la buona riuscita dell’operazione, avevano piazzato i loro uomini. La rete di sicurezza di Messina Denaro non si era accorta di nulla. Quando il criminale ha visto arrivare gli uomini ha provato ad allontanarsi, ma andare verso il cancello non è proprio un tentativo di fuga. Vecchio e malandato sarebbe anche rincretinito, se avesse pensato di potere allontanarsi alla chetichella. Tanto poco lo ha pensato che, pur essendo accreditato sotto falso nome, alla richiesta dei militari ha risposto dando le sue autentiche generalità. Somiglia molto ad una consegna, se rassegnata o negoziata lo sapremo, forse, con il tempo. Il tripudio loquace dei vertici della clinica risponde molto alle modalità comunicative della televisione, ma sarebbe ingenuità eccessiva supporre che il pericolo è passato perché il capo è stato arrestato. Per certi aspetti, anzi, il pericolo potrebbe essere più concreto, ove fra i disonorati complici si diffondesse la convinzione che vi sia stata consapevole collaborazione nel catturare il loro mandriano.

Oggi si festeggia. Poi si vedrà. Nel festeggiare ricordiamo tre cose. La prima è un insegnamento di Giovanni Falcone: inutile cercare il “terzo livello”, l’anello di congiunzione fra questi macellai ladri e la politica occulta del potere italiano, perché non c’è. Sarebbe già molto se ci fosse il potere italiano. La mafia è controllo del territorio, come anche la camorra ha radicamento sociale, quindi può muovere voti, ma stiamo parlando di mezze seghe al servizio di disonorati interi. Il che non significa non siano pericolosi, anzi, ma non è quello il livello di inesistenti “trattative”. La seconda è che la mafia di Messina Denaro non era meno disonorata di quella di Riina e dei suoi disonoratissimi predecessori, ma era meno potente. L’organizzazione cresciuta in potere economico ed espansione territoriale è la ‘ndrangheta. Ma si rigenera, la mafia. Morto una capo ne nasce un altro. Terza: la Sicilia, come l’intero Mezzogiorno, ha bisogno di più Stato. Non per l’assistenzialismo, che nuoce alla salute morale, ma per la sicurezza e la giustizia. E qui lo Stato, purtroppo, funziona meno che altrove.

È toccato ancora una volta ai Carabinieri portare a casa il successo. Lo si costruisce con le indagini, ma anche con la presenza. La mafia non riconosce lo Stato, perché non lo conosce, ma conosce e riconosce i Carabinieri. Che hanno pagato sangue e non solo sangue, per svolgere questo ruolo. Contiamo che lo Stato, questa volta, sappia di essere uno solo. Riconoscente verso i figli migliori.

 

La Ragione