Così la guerra mette fine alla Globalizzazione

Così la guerra mette fine alla Globalizzazione

Volendo individuare una data dalla quale far cominciare le serie difficoltà in cui si dibatte il fenomeno Globalizzazione, potremmo indicare il 20 gennaio 2017, giorno di inaugurazione della presidenza Trump. Infatti, da quel momento il Paese (ancora) più potente del globo, artefice dell’architettura istituzionale mondiale che aveva permesso la Globalizzazione, assumeva una posizione ostile al libero commercio, molto restrittiva sull’immigrazione e scettica nei confronti proprio delle organizzazioni e trattati internazionali di cui era stata il perno, dalla Nato al Nafta, dall’Onu al Wto. Dopo pochi anni la pandemia ha poi colpito duramente le catene di rifornimento globali e i governi, inclusi quelli europei, hanno emanato leggi restrittive sulle acquisizioni transfrontaliere (il nostrano golden power).

Il 24 febbraio è cambiato il mondo: l’aggressione russa all’Ucraina non solo sta sconvolgendo le vite di milioni di persone, ma scombussola gli equilibri geopolitici ed economici del pianeta. Diventa perciò urgente porci alcune domande per ragionare sul mondo dei prossimi 5-10 anni. Primo quesito: è finita la Globalizzazione? Sì e no. Le cosiddette catene del valore si riformeranno, privilegiando di più i Paesi amichevoli con stabilità politico-istituzionale anche rispetto a quelli con manodopera a basso costo, buone infrastrutture e tecnologia. L’Indonesia sulla Cina, per dirne una.

Inoltre, ci sarà una maggiore diversificazione per non rischiare di essere dipendenti da un solo fornitore anche quando questo potrebbe essere conveniente e, per i Paesi Ocse (quelli più sviluppati) si assisterà a un fenomeno di rimpatrio di alcune produzioni. Diventerà più complicato compiere acquisizioni transfrontaliere, l’informazione in alcuni Paesi circolerà con molta più difficoltà (Russia e Cina), il commercio di beni tecnologici verrà ristretto. Naturalmente non si tornerà completamente indietro, ma la politica potrà peggiorare le cose: dimenticandoci per un attimo il paria Putin, Trump o Le Pen sono sempre minacce incombenti e la Cina potrebbe avvitarsi su sé stessa.

Quali saranno le conseguenze? Per un liberale la risposta è ovvia: una diminuzione di benessere e di conoscenza nonché un possibile aumento dell’autoritarismo e delle tensioni militari («dove non passano le merci passano gli eserciti» ammoniva Bastiat). Fortunatamente dei benefici effetti del libero scambio se ne stanno accorgendo pure quelli che mettevano in guardia contro l’olio tunisino, a volte con l’argomento di rara pelosità che le sanzioni alla Russia danneggiano altresì l’Italia: e chi l’avrebbe mai detto? Bastava leggersi Hume, Smith e Ricardo, roba buona di 250 anni fa. Però, poiché nel trentennio 1945-1975 il mondo era molto meno interconnesso e ancor più diviso in blocchi e nonostante tutto la crescita è stata impetuosa, non tutto è perduto.

E quindi, terza domanda: che fare? La cosa più sensata è di non esagerare: non è necessario estendere il golden power alla vendita di drogherie, anzi bisogna allentarne l’estensione quando le transazioni commerciali sono tra Paesi non ostili. Né il rimedio alla temporanea crisi di approvvigionamenti alimentari consiste nell’aumento sconsiderato e a lungo termine dei finanziamenti all’agricoltura europea come i gruppi di interesse del settore si stanno affrettando a sollecitare. In secondo luogo, bisogna riprendere con grande vigore l’integrazione commerciale e i trattati di libero scambio tra Occidente, area Pacifico e Africa.

Ci siamo appunto resi conto di quanto la circolazione di idee, merci, capitali, servizi, persone sia fondamentale. Il pallino è soprattutto nelle mani degli Usa, ma l’Europa e l’Italia possono fare la loro parte: nel nostro Paese, ad esempio, favorendo le politiche di concorrenza e l’efficienza delle imprese. Peraltro, ci accorgiamo quanto i sussidi pubblici siano distorsivi quando arrivano le imprese cinesi sovvenzionate a competere con le nostre e a cercare di comperarle.

Ebbene, sono distorsivi sempre: la pandemia ha richiesto un grande afflusso di denaro pubblico, ma il metadone non è mai stata la soluzione definitiva allo stato di dipendenza. È bene quindi che ritorni e si rafforzi la normativa europea sugli aiuti di Stato, rendendola parte integrante anche dei trattati commerciali. In conclusione, politica e pandemia ci impoveriscono, ma abbiamo ancora frecce all’arco: grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.

La Stampa