Copyright, la grande bugia che ha vinto a Strasburgo

Copyright, la grande bugia che ha vinto a Strasburgo

Il Parlamento europeo boccia la normativa sul copyright: la riflessione di Oscar Giannino

La proposta di direttiva sul mercato unico digitale dei diritti d’autore è stata affossata ieri dal Parlamento europeo con 378 no, 278 sì e 31 astenuti. Con ogni probabilità, pur riprendendo da capo l’iter degli emendamenti dal prossimo settembre, non vedrà la luce in questa legislatura europea, visto che nella prossima primavera il parlamentoUe verrà rinnovato.

La bagarre che è stata scatenata da moltissimi accademici, associazioni per la libertà della rete, e politici come il Movimento 5 Stelle in Italia, ha dunque avuto la meglio. Ha prevalso l’idea che la direttiva fosse un attentato alla libertà degli utenti della rete e al confronto senza filtri tra pari, tanto nel pubblicare quanto nel leggerli, rilanciarli, sostenerli o criticarli.

Peccato che la libertà dei singoli o della rete non fosse minimamente toccata dalla direttiva. Anche se naturalmente chi si è opposto dice il contrario.

Le due norme-bandiera contro le quali si è scatenato il putiferio intervengono infatti nei rapporti tra piattaforme online ed editori per quanto riguarda notizie pubblicate traendole da imprese editoriali, da una parte. E tra le stesse piattaforme e i soggetti legalmente titolari di diritti d’autore, siano essi letterari, musicali e artistici in senso lato.

In altre parole l’intento era quello di dettare i principi almeno minimali di una tutela del diritto d’autore, in capo a imprese o soggetti individuali, che oggettivamente nel mondo contemporaneo incontrano asperrime difficoltà a vederselo riconosciuto nel mondo digitale di internet. La libertà degli utenti e il libero confronto in rete non c’entrano nulla. E nella polemica è stato anzi fatto ampio ricorso a formule volontariamente svianti, al fine di far credere a qualunque internauta che si trattava di chiedergli soldi, o di oscurare ai suoi occhi contenuti sgraditi.

Un ottimo esempio di artificio improprio è aver chiamato col nomedi link tax quando disposto dall’articolo 11, facendo deliberatamente intendere che la direttiva volesse istituire una tassa per chi sfoglia pagine in rete. Ma non è affatto così, non si prevedeva in alcun modo alcuna tassa sui collegamenti intertestuali, e tanto meno che a pagarla fosse l’utente. La direttiva proponeva invece a quell’articolo il diritto degli editori di vedersi riconosciuta una giusta e proporzionata remunerazione per l’uso digitale delle loro pubblicazioni da parte dei provider d’informazione digitale.

In che cosa si lede la libertà e di chi, se Yahoo, Google e consim ili giganti sono chiamati a corrispondere alle imprese editoriali qualcosa di analogo a quanto esse son o già sem pre più costrette a chiedere ai propri lettori online di pagare, per potervi direttamente accedere? Che cosa c’entra la libertà in pericolo, quando quelle notizie e quelle analisi vengono elaborate da dipendenti e collaboratori di imprese che a questo fine investono, e che vedono sempre più erosi i propri margini di raccolta pubblicitaria inevitabilmente proprio dalla rete? E che per di più sulle proprie attività, sul proprio reddito, sui propri asset e immobilizzi pagano imposte nazionali assai più elevate di quanto non sia consentito alle grandi piattaforme digitali dal libero arbitraggio internazionale, alla ricerca di ordinamenti dalle più moderate richieste fiscali?

Chi qui scrive è sempre stato contrario a tassazioni nazionali su base forfettaria rispetto a un fatturato nazionale stimato, da applicare ai giganti digitali. Perché ha sempre considerato che i Paesi che si risolvano a queste vie nazionali espongono semplicemente i propri cittadini a veder ridurre le attività di quelle piattaform e nei loro confini, preferendo altri Paesi. Sia la questione fiscale – la definizione di standard comuni e condivisi sulla tassazione della proprietà digitale, sia quella della compartecipazione ai costi delle infrastrutture digitali – le reti a banda larga e ultralarga di qui quelle piattaforme si avvantaggiano senza avervi messo un penny – sono questioni che possono trovare equa soluzione solo se condivise tra ordinamenti continentali, nell’ambito di un grande negoziato globale, come globale è la rete.

Ma il pregio di questa direttiva a tutela del diritto d’autore era ed è appunto un approccio comune europeo, volto a evitare che tutele diverse in ogni singolo Paese membro venissero eluse dai giganti over the top. Analoga strumentalizzazione è stata quella animata contro l’articolo 13 della direttiva, che prevede accordi di licenza tra le piattaforme digitali e i titolari singoli di diritti d’autore, o le loro associazioni volte alla raccolta dei diritti medesimi. Con la tutela aggiuntiva che, in caso di mancato accordo, le piattaforme dovessero elaborare filtri appositi in grado di escludere quelle opere i cui diritti non fossero coperti da licenza.

È stata presentata come una norma che blocca Wikipedia, o la musica e i brani cinematografici che si scaricano liberamente su Youtube. Al contrario, è anch’essa una norma che serve semplicemente a evitare che i diritti d’autore artistici vengano aggirati ed elusi. Per evitare filtri “orwelliani”, le piattaforme erano vincolate a obblighi di piena trasparenza sugli algoritmi, proprio al fine di evitare che quei filtri si proponessero improprie strategie commerciali.
La libertà della rete è ormai una parte costitutiva delle libertà essenziali, in ogni angolo del mondo che voglia definirsi libero. Su questo non si discute.

Ma la direttiva europea era un primo passo per evitare che la rete possa anche essere un improprio esercizio di free riding, come si dice in gergo per definire il comportanento di chi beneficia di beni o servizi prodotti a proprie spese da altri, senza riconoscere in alcun modo un corrispettivo a chi li ha resi possibili con il proprio ingegno e le proprie catene organizzative.

Ieri dunque ha vinto la demagogia, non la libertà. Nessuno penserebbe che debba esistere la libertà per un’impresa di non pagare un proprio lavoratore. Ed è del tutto analogo che non è libertà non pagare per le notizie che produce l’impresa editoriale che le elabora, o l’autore o la produzione cinematografica o musicale senza cui non esisterebbero libri, film e brani musicali.

Oscar Giannino, Il Messaggero 6 luglio 2018

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