Concessioni balneari, quei privilegi finiti nelle secche del bagnasciuga

Concessioni balneari, quei privilegi finiti nelle secche del bagnasciuga

Dopo decenni di rinvii finalmente il governo italiano attuerà la direttiva europea sulla liberalizzazione dei servizi (la cosiddetta Bolkestein) che risale al 2006. Ci sono voluti provvedimenti dell’Autorità Antitrust, della Commissione europea, sentenze della Corte di Giustizia, della Corte Costituzionale, dei Tar e da ultimo del Consiglio di Stato, ma alla fine la foresta pietrificata del regime delle concessioni balneari ha cominciato a scricchiolare.

Ricordiamo che il giro d’affari del settore è stato valutato dai giudici di Palazzo Spada intorno ai 15 miliardi di euro mentre lo Stato ricava poco più di 100 milioni da quasi 27.000 concessioni. Nessun settore che si basa su un bene immobile (spiagge e insediamenti turistici lo sono) ha un rapporto così sbilanciato tra costo degli immobili e ricavi.

I soldi che rimangono nelle tasche dei concessionari sono sottratti a quelli del contribuente (lo Stato troverà altrove le risorse che non prende dalle spiagge) e, per di più, con contratti a lunghissima durata e quasi nessun rischio di concorrenza, i gestori hanno un incentivo perverso a fare pochi investimenti per migliorare il servizio o tenere bassi i prezzi.

Infine, a prescindere dalla buona volontà degli attuali concessionari, si è finora impedito l’ingresso di nuovi operatori più efficienti, con una perdita complessiva per l’intera economia.

Il governo ha perciò dato attuazione alla sentenza del Consiglio di Stato che prevedeva una proroga limitata al 31 dicembre 2023 (invece del 2033 come prevedeva un provvedimento del governo Conte) stabilendo che dall’1 gennaio 2024 la gestione di spiagge e arenili sarà affidata attraverso gare pubbliche che saranno regolamentate da decreti legislativi da emanarsi entro 6 mesi.

I bandi terranno conto degli investimenti già effettuati, prevederanno agevolazioni per i concessionari che percepiscono il loro reddito in prevalenza dall’attività di gestione, conterranno clausole di salvaguardia dell’occupazione e imporranno di specificare sia i miglioramenti che si intendono apportare nel corso della concessione sia i prezzi che si applicheranno.

La durata della concessione dovrà essere ragionevole e non superiore a quanto sufficiente per l’equa remunerazione degli investimenti e le gare dovranno essere organizzate in modo da consentire la partecipazione delle piccole imprese ed evitare le concentrazioni.

Fratelli d’Italia ha subito tuonato contro l’invasore straniero che essi vorrebbero congelare sulla linea del bagnasciuga, dimostrando sfiducia nelle capacità degli imprenditori italiani di aggiudicarsi gli appalti e dimenticando che l’eventuale foresto pagherà agli italiani il privilegio di operare da noi e magari investirà denaro che porterà posti di lavoro.

Un’osservazione però è necessaria. Nello scrivere i decreti il governo dovrà tener conto che non si possono far coincidere gli opposti: se si vogliono aumentare i proventi degli affitti, è difficile pensare di poter imporre ex ante i prezzi per contrastare il caro-ombrellone, salvaguardare l’occupazione e privilegiare micro-imprese anche quando sono inefficienti.

La concorrenza porta benefici in termini di prezzi e qualità se si lasciano agire le imprese al meglio delle loro capacità: innovare vuol dire anche offrire servizi nuovi e questo può incrementare l’occupazione; economie di scala (senza costituire posizioni dominanti) contribuiscono ad abbassare costi e prezzi e avere più risorse per gli investimenti.

E’ un equilibrio delicato (come sempre succede per le concessioni) che il governo farà bene a non tentare di iper-regolamentare.

La Stampa