Burqa di casa nostra

Burqa di casa nostra

In questa tendenza a caricaturizzare il peggio, diamo il benvenuto a #CancelNetflix, nuovo movimento del Bene col purificatore obiettivo – appunto – di cancellare Netflix. Sta andando benone. A ieri nel mondo erano state raccolte 700mila firme, e la protesta è costata all’emittente nove miliardi di perdite in Borsa. Colpa di un film, Cutie (in Francia si chiama “Mignonnes”, in Italia “Donne ai primi passi”), della regista di origini senegalesi Maimouna Doucoué. O più probabilmente colpa della locandina, dove si vedono bimbette di undici anni impegnate in una coreografia in abiti succinti. A colpo d’occhio, mercimonio di corpi infantili, sessualizzazione, pedofilia eccetera. A colpo d’occhio: attualmente il tempo medio per emettere sentenza inflessibile e irrimediabile. Infatti ho visto il film e i casi sono due: o i paladini l’hanno visto e non hanno capito nulla o non l’hanno visto proprio, e sarebbe quasi augurabile.

È la storia di Amy, ragazzina di Parigi costretta dalla famiglia – musulmana e intransigente – a occultarsi sotto castigati vestiti tradizionali.  Lei, per reazione, si associa ad amichette precoci e discinte. Ma, durante un’esibizione di ballo pubblica, prova vergogna di sé e corre in lacrime a casa dove, fra gli straccetti che indossa e la palandrana materna, opposte imposizioni di opposte culture, sceglie sobriamente jeans e maglietta. Un messaggio persino banalotto, ma è troppa fatica affrontare anche il banale: prevale l’ansia di menare il peccatore che, in questo caso Netflix, seppure innocente, si affretta a chiedere perdono. Neanche tanto metaforicamente, ci siamo infilati un burqa e vogliamo infilarlo a tutti.

 

Mattia Feltri

La Stampa, 15/09/2020