Bancarotta

Bancarotta

Gli stolti pensano che la banca centrare sia una tipografia. E che finché non finisce l’inchiostro o si rompe la stampante, da quella si possa produrre ricchezza. Produce carta colorata, non ricchezza. Non tutti accettano coriandoli in pagamento. Quando la Russia annuncia che pagherà in Rubli i propri debiti contratti in dollari non proclama la propria sovranità, ma la propria bancarotta. Potrebbero frequentare un master in Argentina, Paese che prima stampò Peso in abbondanza, poi vide diminuire il loro valore e salire l’inflazione, ergo chiese prestiti in dollari e quando giunsero a scadenza non aveva di che rimborsarli, mentre nessuno avrebbe accettato Peso. Bancarotta. Hai voglia a stampare: più stampi e più è bancarotta. Il valore del Rublo, difatti, è già dimezzato rispetto all’euro. Il che resta teorico, perché non li prende nessuno.

Le sanzioni mordono. Eccome. Fin qui si tratta di una bancarotta tecnica, autoprodotta, ritorsiva nei confronti di chi li ha fatti fuori dai circuiti internazionali, ma comunque esclude che altri soldi saranno prestati e conduce il debito russo ad essere considerato spazzatura. Dovranno trovare altri finanziatori e, con quelle capacità, ci sono solo i cinesi. Ove mai succeda sarebbe un ulteriore passo verso l’impero dei servi, con i russi a far da sguatteri ai cinesi.

Taluni restano scettici. Pensano che Putin, preparatosi per tempo e astutissimo com’è, abbia accumulato quanto serve. Vedremo. Fin qui sembra che le scorte non bastino neanche nel settore in cui s’è specializzato: armi per il massacro. Il che, dovendo correre contro il tempo, lo spinge alla carneficina. Sul piano finanziario la Russia può contare su riserve per 500 miliardi di dollari e per altri 130 in oro. Sembra tantissimo, ma, a parte che una porzione è stata congelata dalle sanzioni, ha 140 milioni di abitanti e l’Italia riceve, dall’Ue, poco meno della metà di quell’ammontare, avendone 60. Se facciamo il confronto del prodotto interno lordo quello italiano non solo è più alto, ma in rapporto alla popolazione è più che doppio. Riassumendo: crescita passata molto bassa; popolazione alta; riserve limitate; arrivo della brutale recessione. Nella clessidra dell’economia il tempo a disposizione di Putin è poco.

Non è vero, dicono i suoi adoratori che non conoscono il russo e non fanno di conto, ma ritengono di praticare i temi dell’anima e del popolo profondo. Naturalmente a loro sconosciuto. Non è vero perché i russi sanno soffrire. Vero. Ce lo dice la storia, come la letteratura. Sanno soffrire, ma non è che amino soffrire.

Gli arresti si contano a migliaia, in più di 100 città russe. Sfido i russofili a citarne più di dieci. La declamata Russia profonda partorisce anche oppositori. Resta vero, comunque, che l’appello nazionalista e patriottico ha qui un fascino particolare. Lo sapeva bene Stalin, che quando dovette chiamare alla battaglia di Stalingrado non fece appello al comunismo, ma alla Santa Madre Russia. Certamente. Quel sentimento e quella battaglia li racconta impareggiabilmente Vasilij Grossman (Vita e destino), nato in Ucraina e morto a Mosca. Per il resto raccontò anche la fame e le persecuzioni sovietiche. A parte il tratto comune di tutti i nazionalisti, ovvero supporre d’essere i soli interpreti del vero popolo, a parte le manifestazioni e gli arresti che si verificano ovunque, nella Russia di queste ore, a parte l’isolamento, la censura e la falsificazione, a un certo punto ci si accorgerà che la Madre Russia s’appresta a essere degradata da Putin. E quei sentimenti ci mettono una notte a passare dall’adorazione alla ferocia.

L’Occidente non deve volere e non vuole umiliare la Russia. È la Russia ad avere dichiarato guerra al diritto internazionale e all’Occidente. In casa nostra c’è chi suggerisce di far finta di nulla, solitamente erede fascistoide di sentimenti che furono comunisti, e c’è chi si chiede perché non siamo già in guerra. Meglio cercare la via diplomatica e, certo, anche il dialogo con la Russia. Ma siccome quella di Putin non lo vuole, occorre piegarla. E la bancarotta è, per noi, una bella cosa.

La Ragione