Aggredito il nostro mondo

Aggredito il nostro mondo

C’è una stagione – per certi aspetti un sogno – che abbiamo vissuto e di cui, forse, non siamo stati pienamente consapevoli, anche se ne abbiamo ce ne siamo largamente giovati.

Si tratta di una stagione cominciata nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino: il mondo – e in particolare naturalmente l’Europa – si apriva ad una nuova stagione di libertà e di prosperità, perché siamo cresciuti economicamente e siamo cresciuti in libertà.

Piano piano, come spesso capita, ci siamo abituati a questa stagione: abbiamo considerato normale ricevere il Ministro Polacco o andare due giorni a Budapest, in Ungheria.

Velocemente ci siamo dimenticati che erano Paesi schiavi dell’Unione Sovietica, immiseriti, resi totalmente privi di indipendenza. Possiamo andare avanti e indietro da Praga, magari a Piazza San Venceslao, ricordando il sacrificio di Jan Palach, ma anche a mangiare e divertirsi.

Ecco, questa lunga stagione è stata interrotta volontariamente e scientemente da Vladimir Putin, che ha dichiarato guerra al nostro mondo.

Da un punto di vista formale, l’aggressione all’Ucraina non è un’aggressione ad un Paese che fa parte della Nato, quindi, formalmente, non siamo in guerra. Ma lui ha dichiarato guerra al nostro mondo; guerra alla nostra civiltà; guerra alle nostre regole; guerra al nostro diritto.

E così, come era da stupidi pensare che l’ammassarsi delle truppe al confine con l’Ucraina potesse essere un’esercitazione, così come era da stupidi supporre che l’obiettivo fosse solo il Donbass, sarebbe altrettanto da stupidi credere che Putin intenderà fermarsi all’Ucraina.

Il disegno che ha in mente la Russia di Putin è di riprendere i confini e l’influenza dell’Impero Zarista, divenuto poi Impero Sovietico. Non c’è più il comunismo dell’Impero Sovietico: a Putin non importa nulla di portare il comunismo in Polonia, in Ungheria o in Ceco-Slovacchia.

A lui interessa una fascia che va dai Balcani, fino alla all’area della Serbia e dell’ex Jugoslavia; gli interessa che in tutta quell’area ci sia il disarmo, che non ci sia la possibilità per questi Paesi di difendersi e, automaticamente, che restino sotto l’influenza della Russia, la quale stabilirebbe cosa si può fare e cosa non si può fare.

Questo, noi occidentali, non possiamo permetterlo. Questo significa aggredire direttamente l’Unione Europea, perché la Polonia è parte dell’Europa, l’Ungheria è parte dell’Unione Europea.

Attenzione! Ci siamo talmente abituati a questa lunga stagione di prosperità e di libertà, che abbiamo continuato a litigare, come era giusto, per certi versi, perché esistono interessi diversi, perché i guai, la violenza, le guerre, non sono state espulse dalla storia del mondo, solo perché il Muro di Berlino è crollato.

Quindi, con i polacchi e con gli ungheresi stavamo giusto litigando sul concetto stato di diritto: ma si trattava di una discussione all’interno di una famiglia, che si chiama Unione Europea. Accettare che dei familiari possano essere presi in ostaggio, significa distruggere l’Unione Europea.

Noi non ce lo possiamo permettere e questo sarà un argomento molto importante nei prossimi mesi e, anzi, il prossimo passo dell’Unione deve essere sul campo militare, a difesa di quell’integrazione che si voleva realizzare con la comunità economica prima e con la Comunità Europea di Difesa, che fu poi affondato dai francesi e da De Gaulle.

La questione della CED deve tornare sul piatto, perché una grande potenza economica come l’Europa, non potendo accettare che i propri familiari siano ricattati, deve essere anche in grado di difendersi.