Vincono rabbia e voglia di novità. E ora?

Vincono rabbia e voglia di novità. E ora?

Il “mostro” tanto evocato e esorcizzato alla fine sembra aver preso corpo. Più che l’ingovernabilità, che un sistema elettorale come il Rosatellum garantisce quasi di ufficio, quella che emerge dalle urne è un’indicazione precisa dei sentimenti e degli umori degli italiani. I quali, come ormai succede da un quarto di secolo a questa parte, abbandonate le ideologie e le appartenenze forti di un tempo, votano mossi da un mix di rabbia e di voglia di sperimentazione.

A forza di sperimentare e cercare il “nuovo”, anche il più improbabile, hanno però ormai quasi finito le alternative, come osservava il Financial Times qualche giorno fa.

Il M5S e la Lega, le due forze in diversa proporzione vincitrici di questa tornata elettorale, sono, in verità, un nuovo relativo, essendo sulla scena, con responsabilità istituzionali e di governo locale e (nel caso della Lega) anche nazionale, da diversi anni.

Esse però hanno saputo mostrarsi tali alla percezione pubblica per aver radicalmente cambiato la propria identità nei contenuti (la Lega con Salvini) o per aver saputo fare emergere una leadership più rassicurante nelle forme ma pur sempre confusa nei contenuti (il M5S con Di Maio).

È ovvio che, in questo contesto di rabbia e voglia di novità, i due pilastri di una possibile continuità riformistica, Renzi a sinistra e Berlusconi a destra, si sono trovati a combattere controvento.

La loro stessa “narrazione”, per dirla con una parola alla moda, è risultata tutta volta al passato, appesantita dagli anni: ai “magnifici” 1000 giorni di Renzi e alla “rivoluzione liberal-liberista” sempre promessa e mai realizzata dei tre governi del Cavaliere.

Il vero vincitore delle elezioni, il baricentro del nuovo sistema, è comunque il M5S. Sia nell’ipotesi che si torni a votare, sia in quella (non improbabile) che, a dispetto delle promesse solenni della vigilia, e sempre che ciò sia sufficiente, il Pd a sinistra o la Lega a destra non decidano di portare i loro voti a un ancora ipotetico governo Di Maio.

Il quale, probabilmente, in nome dell'”onestà” non accetterebbe solo i voti di Forza Italia.

Ipotesi, quelle concernenti PD e Lega, non improbabili, ma che, per realizzarsi, hanno bisogno di due precondizioni: che Renzi sia costretto a dimettersi nel PD, o che la Lega si affranchi dalla coalizione con Berlusconi (sin dall’inizio solo strumentale a un risultato poi nemmeno ottenuto).

Nell’un caso o nell’altro, ci piaccia o meno, considerati i rapporti di forze, sarà il Movimento a dare le carte. Con quali conseguenze, per l’Italia e per i suoi veri problemi, è tutto da vedere.

Corrado Ocone, huffingtonpost.it 5 marzo 2018

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