Sul referendum si gioca d’azzardo (con i nostri soldi)

Fermiamo l’incoscienza. Il referendum è stato impostato nel peggiore dei modi, le esagerazioni portano male. Arriverà il giorno dopo e chi avrà sostenuto che sono minacciate la stabilità e l’economia, come chi avrà raccontato che è in forse la democrazia, avrà pesanti responsabilità, comunque vada a finire. Sono false entrambe le cose. Quirinale e Corte costituzionale s’attrezzano a parare il colpo.

Dal 2000 a oggi siamo cresciuti 18 punti in meno dell’Eurozona, il che esclude responsabilità da scaricare fuori dai confini. Sono tutte interne. Dal 2007 al 2014 abbiamo perso 8 punti più degli altri. Ovvio che i posti di lavoro languano quanto il Pil. I soli tagli alla spesa li dobbiamo alla Banca centrale europea, incapaci di praticarli all’interno. Reclamiamo deficit e lasciamo crescere il debito, come se fossero soluzioni e invece sono il male. Lo spread distanzia sempre più quello spagnolo, come nei peggiori momenti. Questi sono i pericoli che gravano sul mondo produttivo e sui pagatori di tasse, non la sorte del Cnel o i labirinti legislativi. Far credere che questi dati saranno visti con maggiore severità se gli italiani (come spero) voteranno «No» è da incoscienti. Significa chiamarsi i guai.

Se la riforma dovesse passare non collasserebbe la democrazia, ma si popolerebbe di nuove mezze tacche nominate. Più di oggi? Incredibile, ma possibile. Aumenterà il già patologico trasformismo e s’intensificheranno le transumanze parlamentari. La riforma è un guazzabuglio dilettantesco, ma il precipizio s’alloca fuori da quella, nel sistema elettorale: diventeremmo la sola democrazia al mondo in cui, per legge, deve per forza esistere una maggioranza assoluta monocolore; il solo posto in cui al ballottaggio non vanno i singoli da eleggere, ma le greggi da pascolare. Qui entrano in gioco le date e gli abitanti del Colle.

Ancora oggi (roba da matti) non sappiamo quando si voterà, ma il presidente del Consiglio annunciò che lo si sarebbe fatto il 2 ottobre. Successivamente la Corte costituzionale fissò al 4 l’udienza sulla legge elettorale. Quindi dopo il referendum. Per tre ragioni: a) con la Costituzione vigente quel sistema elettorale è non solo incostituzionale, ma improponibile, visto che serve per una Camera e ce ne sono due; b) perché solo dopo il referendum si saprà se quel sottoprodotto in latinorum potrà mai essere applicato; c) per non lasciare un inquietante vuoto nel caso in cui vincano i «No».

Dal Quirinale stopparono Renzi: si voterà solo dopo che la legge di stabilità sarà approvata da almeno un ramo del Parlamento. Traduzione: se cadi il giorno dopo dobbiamo potere fare un decreto legge. Siccome l’Italicum è l’insuperabile pietra dello scandalo, se la Corte avesse mantenuto l’udienza del 4 si sarebbe trovata a risolvere non un problema giuridico, ma politico: Renzi sa che la legge va cambiata, ma preferisce non essere lui ad ammetterlo. Marameo: hanno, ragionevolmente, posticipato l’udienza.

Dice Renzi: se volete cambiare l’Italicum fatelo, basta che vi troviate una maggioranza. No, perché la maggioranza non c’era nemmeno per approvarlo, fu il governo a forzare, mettendo la fiducia (sul sistema elettorale! orrore!). Quindi inutile che faccia il vago: tocca alla maggioranza, a lui, rimediare. Tanto più che incardinare una riforma è il solo modo per rinviare ulteriormente il giudizio costituzionale. Pensare di metterci una toppa, raccontando in giro che se gli italiani non vanno a votare «Sì» scoppierà il caos e l’instabilità, diventeremo deboli e saremo assaliti dalla speculazione, è temerario. Roba da giocatori d’azzardo, ma con i soldi degli altri.

Davide Giacalone, Il Giornale del 21 settembre 2016

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