Referendum: questo No fa il gioco del Sì

La gazzarra in piazza non è una manifestazione per il No, ma uno spot per il   A quanti non s’accodano al pifferaio costituzionale è rimproverata l’eterogeneità e la contraddittorietà della compagnia. Strano argomento: se soggetti solitamente conflittuali si ritrovano assieme vorrà forse dire non che la riforma è bellissima e giustissima, ma che potrebbe anche essere l’opposto. C’è un limite, però, all’eterogeneità: la civiltà degli argomenti e dei toni. Non tutto è accettabile e quel che è successo ieri a Firenze non lo è. Essere eretto a simbolo del male potrà compiacere l’ego lievitante di taluno, ma quel genere di processo porta male.

Da queste colonne avevamo invitato a tenere presente che arriverà il 5 dicembre, sicché sarebbe saggio rinunciare ai millenarismi: tanto di chi prevede la dittatura, quanto di chi prefigura sprofondamenti. Fin qui abbiamo parlato al muro, specie rispetto ai secondi, visto che il governo (e un assai imprudente ministro dell’Economia) non smette di annunciare l’ira dei mercati, se la riforma dovesse soccombere. Anche questo modo di procedere porta male.

Tanto i fautori dell’intangibilità costituzionale (sciocchi: è stata cambiata 36 volte, il che dovrebbe tacitare i garruli dell’ora o mai più), quanto quelli del cambiamento per il cambiamento, non sanno far altro che buttarla sull’ideologico. E la caciara di piazza li aiuta. Dicono di volere parlare nel merito, ma poi scantonano. Giusto alcune osservazioni. La riforma della legge elettorale fu approvata come propedeutica e con il voto di fiducia. Chi la proponeva, giustamente, la individuava come la vera sostanza del cambiamento.

Ora, però, sono pronti a cambiare il cambio, nell’onirica condizione di una legge che muta prima ancora d’essere stata applicata. La parte «migliore» della riforma costituzionale, del resto, è quella che pone (male) rimedio alla precedente riforma del Titolo quinto, fatta dal fronte che ora s’impanca a maestro (certo, Renzi era altrove, ma posto che il mondo non si racchiude in quella monade, non fu favorevole? Non si batté contro la riforma della riforma, fatta successivamente?). Perché ci si dovrebbe fidare della sapienza di quanti si pentono con tanta frequenza?

L’articolo 138 non cambia, la prossima riforma costituzionale si farà come le passate, ma non ci sarà più il Senato eletto. La prossima si contratterà con i Consigli regionali. La prossima non si farà, quindi, se passa il pastrocchio. A proposito di regioni, non solo avranno competenze sugli affari internazionali (parlando il dialetto), ma, come stabilisce il nuovo articolo 57, eleggeranno i loro senatori «con metodo proporzionale». Ma otto regioni (Abruzzo, Basilicata, Friuli VG, Liguria, Marche, Molise, Umbria e Valle d’Aosta) e due province autonome (Bolzano e Trento) hanno un solo senatore, cui si unisce un solo sindaco: qualcuno sa dire come si elegge proporzionalmente una sola persona? Neanche dove sono due, come in Calabria e Sardegna, è possibile: semmai a metà, ma le parti non sono solo due.

Può anche darsi che per inseguire la stabilità della prosopopea e l’innovatività del guazzabuglio si debba approvare questa roba, ma il politicismo comiziante, l’immobilismo scambiato per continuità e il consenso conquistato con i bonus mi sembrano la classica reincarnazione della cultura burocratico-clientelare. Non cambia neanche l’ideologismo, pietrificato nella santificazione della prima parte della Costituzione. Ci voleva la piazzata, per completare il revival.

Davide Giacalone, Il Giornale 6 novembre 2016

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