L’Italia non è un Paese razzista. Tre osservazioni

L’Italia non è un Paese razzista. Tre osservazioni

Non sappiamo ancora se il lancio di uova contro Daisy Osakue, e gli altri più gravi e recenti episodi di aggressione a persone di colore siano motivati da odio sovranista, da irresponsabile spirito emulativo, da grossolana stupidità o da tutte queste cose insieme. Ma di fronte alle allarmate reazioni di chi teme raffermarsi nel nostro Paese di una nuova mistica razziale intollerante e violenta possiamo fare alcune osservazioni.

1. È quasi banale dire che questi reati vanno al più presto accertati e puniti, e che, se fosse dimostrata l’aggravante della discriminazione, la sanzione dovrebbe essere, come si dice, esemplare. Non perché crediamo nella sua efficacia deterrente, ma perché dimostrerebbe la serietà di uno Stato che mantiene le sue promesse: severità contro gli intolleranti, e severità contro i clandestini. La legalità non può conoscere eccezioni. Chiudere un occhio nei confronti di un razzista è esattamente come chiudere un occhio davanti al reato commesso da un immigrato irregolare.

2. È non solo improprio ma addirittura fatale evocare lo spettro del razzismo solo perché, in pochi giorni, si sono verificati alcuni episodi particolarmente odiosi. È già accaduto che alcuni crimini abbiano avuto reiterazioni significative in stretti limiti temporali.

Nessuno ne conosce la ragione, ma gli addetti del settore lo sanno per esperienza. Ci furono momenti in cui sembravamo circondati da sacerdoti pedofili, da violentatori notturni, da truffatori seriali e da uxoricidi. Poi il vento cambia, e si ripropongono allarmi nuovi. Prima di trarre conclusioni sbagliate, sarebbe bene disporre di uno spettro statistico più vasto. Sempreché, naturalmente, si voglia adottare un criterio razionale, e non esclusivamente emotivo, o politicamente conveniente.

3 (e consequenziale). Coloro i quali gridano al dilagante razzismo davanti a questi eventi recenti, non si rendono conto di mettersi sullo stesso piano dei razzisti veri, e di avallarne le ragioni. Perché, se fosse vero che una mezza dozzina di episodi di intolleranza etnica esprimono una sedimentazione consolidata di questi insani pregiudizi tra i nostri cittadini, lo stesso criterio potrebbe essere usato, in modo simmetrico, nei confronti degli immigrati clandestini.

Potrebbe essere usato, ad esempio, da chi ha subito un furto, una rapina, o una qualsiasi violenza da parte di un extracomunitario irregolare. O da chi, anche senza essere stato vittima di un reato, si sia sentito semplicemente discriminato all’incontrario: in treno o in autobus, dove ce chi paga il biglietto e chi no, o al Pronto Soccorso, dove la minaccia di una denuncia per discriminazione suggerisce, o impone, al medico un trattamento preferenziale nei confronti dell’immigrato. E poiché questi esempi non sono né rari né isolati, si dovrebbe concludere che, come alcune manifestazioni di razzismo farebbero dell’Italia un Paese razzista, così questi episodi dovrebbero fare di tutti i migranti una turba di privilegiati mascalzoni.

Concludo. Come gli immigrati irregolari non sono tutti delinquenti, così l’Italia non è affatto un Paese razzista. Lo ha dimostrato nella sua storia passata e recente, accogliendo e assorbendo, in pace e fraternità, un numero crescente di esuli sfortunati. Ma anche i buoni sentimenti incontrano i limiti della misura, della compatibilità, e in definitiva del buon senso.

Se oggi molti cittadini, soprattutto tra gli anziani e i meno abbienti, si sentono insicuri nella propria incolumità e nei propri beni, e, perché no, discriminati nella loro stessa identità culturale, questo dipende dal fatto che i flussi massicci e incontrollati del recente passato hanno sconvolto gli equilibri di una società uscita, da troppo poco tempo, dalla povertà e dalla paura.

Credere che le esortazioni profetiche a un’assimilazione rapida e indolore siano convincenti e produttive, è un’ingenua e astratta aspirazione. L’unico rimedio possibile risiede nella riaffermazione della legge: che però sia, come deve essere, davvero uguale per tutti.

Carlo Nordio, “Il Messaggero” 1 agosto 2018

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