La lezione dei mercati ai gufi della politica

I media e gli «osservatori», come si dice quando si ha paura di fare nomi e cognomi, ci hanno spiegato che con la Brexit sarebbero stati guai per la Gran Bretagna. Ci hanno detto che gli Stati Uniti sarebbero crollati con Trump. Hanno scritto (a partire dal Centro studi Confindustria) che l’Italia senza sì al referendum costituzionale cadrà nel panico.

Non potendo (anche se ci hanno provato) dare un giudizio solo morale a questi eventi (populismo, razzismo, conservatorismo costituzionale) ci si è aggrappati all’economia. Tutti quelli per bene sanno cosa sarebbe successo sui fantomatici mercati se i cittadini non avessero votato come da loro inteso e così ricapitolato: remain in Uk, Clinton in Usa e Sì in Italia.

Grazie al cielo, i mercati, l’economia non è fatta da quattro gatti che decidono per tutti. Ma come ci hanno spiegato i grandi economisti austriaci l’andamento dei prezzi (quelli delle azioni in Borsa, quello delle valute e quello dei titoli obbligazionari come i Btp) è determinato dall’incrocio di aspirazioni, scommesse umori di milioni di individui.

Grazie alle macchine (i software automatici che comprano e vendono in Borsa) nel breve periodo ci possono essere degli scollamenti dalla realtà, ma nel lungo i mercati raccontano semplicemente il rapporto tra domanda e dunque fiducia in un bene e offerta.

Ci possono essere degli scollamenti dalla realtà, ma nel lungo i mercati raccontano semplicemente il rapporto tra domanda e offerta

La conclusione è che i tre eventi supposti rivoluzionari di cui abbiamo parlato lo sono solo in parte. Hanno una portata dirompente per l’establishment, ma tutto sommato contenuta per la maggioranza degli individui. In politica tutto ciò si chiama democrazia. In economia si chiama mercato. Tirarlo per la felpa, sostenendo che la vittoria di Trump avrebbe fatto crollare le Borse non aveva senso, era un’altra arma impropria da campagna elettorale.

D’altronde i mercati sono imprevedibili. Se così non fosse questi fenomenali analisti e osservatori così sicuri di crolli o della crescita delle Borse in funzione di un risultato elettorale, avrebbero un mestiere molto remunerativo da intraprendere: fare gli speculatori. Invece ne azzeccano poche in politica e nessuna in finanza.

Per la prima volta da 90 anni in America sono tutti repubblicani, alla Casa Bianca, al Senato e alla Camera. Ciò dovrebbe portare strade in discesa per le massicce riduzioni fiscali, che ai singoli e dunque ai mercati piacciono. Trump vuole aiutare auto (maldestramente e infatti i sindacati sono con lui) e cambiare le regole sulle banche (non si sa bene come) e smetterla di corteggiare la Silicon Valley che paga poche tasse e non crea milioni di posti di lavoro. Su queste direttrici si muovono le Borse americane.

Ma smettiamola di fare i sondaggisti, tra le intenzioni, buone o cattive, e le azioni, c’è la politica. Dire oggi dove sarà domani il Dow Jones o il Treasury americano è roba complessa, soprattutto in un momento di tale cambiamento politico ed istituzionale. Più difficile comunque di prevedere la sconfitta di Hillary.

Nicola Porro, Il Giornale 12 novembre 2016

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