Ius, soli, una riforma inopportuna

Ius, soli, una riforma inopportuna

So bene che questa nostra terra è, da sempre, piena d’ingiustizie, nefandezze, prepotenze, violenze, e via elencando; ma so anche che le luci dell’illuminismo europeo hanno, poco alla volta, migliorato la nostra vita, quella dell’Europa e dell’Occidente in genere, giungendo poi un po’ dappertutto, in estremo oriente e nell’emisfero australe, purtroppo con livelli spesso decrescenti, mentre in molti paesi, specie quelli del medio-oriente, a noi tanto più vicini, prevale ancora un’oscurità medioevale, con tutto il rispetto per il Medioevo, che pure quale sprazzo di luminosità l’ha avuto.

Le ingiustizie e prevaricazioni, secondo l’avvertimento di Hobbes (homo homini lupus), continuano ovviamente a esserci dappertutto, ma le cose vanno sempre meglio, salve le regressioni che periodicamente riaffiorano, com’è accaduto nel secolo scorso col nazifascismo e col comunismo più o meno reale; la Storia non segue mai un percorso lineare, ma si sviluppa secondo “corsi e ricorsi”, con arresti, regressioni e ripartenze, anche se poi il nuovo punto di partenza si rivela quasi sempre più avanzato del precedente.

Sta di fatto che la nostra società, salvo che nel breve periodo delle criminali leggi razziali, ha nel frattempo trovato un suo equilibrio, per cui l’Italia è diventata il paese meno identitario e più accogliente del mondo; come sul dirsi, gli italiani sono brava gente, e in questa generica e generosa autoqualificazione è certo compresa la più parte di chi ora mi legge.

Tuttavia qualche regressione è sempre possibile, e in tal senso il fenomeno più preoccupante è quello del fondamentalismo islamico, che si è affacciato con prepotenza nel mondo occidentale, con la sua pretesa di subordinare la politica alla religione, a differenza di ciò che predicava il cristianesimo delle origini (a Cesare quel ch’è di Cesare, a Dio quel ch’è di Dio), affermando un principio poi troppo a lungo disatteso dagli stessi cristiani.

In ciò che andrò dicendo non c’entra nulla il colore della pelle, come non c’entrerebbero nulla gli occhi a mandorla o una qualsiasi delle caratteristiche fisionomiche delle infinite varietà della razza umana.

Ed è fuori discussione il principio di eguaglianza, che l’art. 3 della nostra Costituzione riserva ai cittadini, mentre la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (e, ovviamente, della Donna) correttamente generalizza, quando afferma che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» (art. 1), che in tema di diritti e libertà non può essere fatta alcuna distinzione «per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altra condizione» (art. 2), e che «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona» (art. 3).

E poiché è possibile che tutti questi sacrosanti diritti vengano in conflitto tra di loro, quando  qualcuno li afferma e qualche altro prova a negarli, tocca alla comunità nella quale si vive e alle istituzioni che la rappresentano e la governano di stabilire le regole che consentano la reciproca compatibilità esistenziale, «ne cives ad arma veniant», tutelando l’ambito delle reciproche libertà, in cui ognuno possa disporre di sé stesso, ma non degli altri, che si tratti della famiglia, del gruppo o della comunità in cui vive e di quelle altre con cui entra in contatto.

La questione islamica

Da qui la necessità di fare una specifica riflessione sui migranti di religione islamica che, essendo venuti in contatto con la nostra società per svariate ragioni, anche tragiche, vogliono continuare a mantenere le loro individuali tradizioni (e fin qui non c’è problema), ma pretendono anche di imporre le loro convinzioni alle famiglie e ai correligionari(e qui i problemi ci sono), e addirittura coltivano apertamente l’aspirazione a un profondo mutamento del modo di vivere degli altri popoli, che dovrebbero essere soggiogati sino a che non si convertano (e qui siamo oltre ogni limite).

E lo fanno in coerenza coi loro testi sacri, non volendo o non potendo adeguarli al contesto storico, come invece, poco alla volta, hanno saputo fare i cristiani delle varie confessioni, che hanno invece fatto tesoro, pur tra incertezze, ritardi e regressioni, dell’evoluzione secolare dell’umanità.

Manca quindi, nelle affermazioni e nei comportamenti dei fondamentalisti religiosi in genere (ieri anche dei cristiani, oggi degli islamici) quella che è la premessa essenziale perché i princìpi universali di eguaglianza transitino dal piano della generica affermazione a quello della pratica attuazione, e cioè l’accettazione del principio di reciprocità nelle libertà, non per nulla enunciato dalla seconda parte dell’art. 1 della Dichiarazione Universale, quando afferma che «tutti gli esseri umani … devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza», che è principìo essenziale per prevenire i conflitti.

Il cristianesimo ci ha messo quasi diciannove secoli per accettare la prevalenza della ragione sul fanatismo: basti ricordare, per il primo millennio, l’episodio emblematico di Ipazia, filosofa, matematica e astronoma alessandrina, letteralmente scarnificata da una moltitudine di cristiani (istigati, se non diretti, dal vescovo Cirillo, ancora oggi dottore e santo della Chiesa Cattolica), e, per il secondo millennio, le torture e i roghi di tanti atei e presunti eretici ad opera delle varie chiese cristiane del tempo che fu.

L’Islam, nato sei secoli dopo il Cristianesimo, ci metterà forse altrettanto a evolversi, ma, guardando a ciò che succede, non possiamo certo permetterci di attendere fiduciosamente qualche secolo, perché la luce ragione arrivi a completare il suo lento e difficile percorso.

Nel frattempo è noto, ma non viene mai ricordato, che nessun paese islamico ha mai sottoscritto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 e le convenzioni internazionali che si sono succedute in materia, mentre hanno per loro conto elaborato, a Parigi nel 1981, una Dichiarazione Islamica dei Diritti dell’Uomo, e, al Cairo nel 1994, una Dichiarazione dei Diritti Umani dell’Islam, in cui è codificata la supremazia della legge islamica sulle leggi statali, in termini che nessun cittadino occidentale si sognerebbe di accettare senza rinnegare tutti i traguardi di civiltà giuridica conseguiti nel corso dei secoli.

La situazione è ancora più grave giacché l’Islam non prevede gerarchie religiose cui competa di indirizzare i rispettivi fedeli su lineeguida che abbiano generale validità, per cui chiunque abbia un minimo di acculturazione coranica può proclamarsi guida di una comunità che lo accetti come suo leader spirituale, predicando una qualsiasi delle tante versioni del radicalismo islamico e dichiarando l’ostracismo per tutte le altre credenze che non si conformino a quelle convinzioni.

Ne consegue che non riesce anche difficile, se non impossibile, concordare con l’autorità statale una qualche uniformità di comportamenti, attraverso una ragionevole intesa, che potrà essere sempre smentita dal leader religioso di turno.

Ius soli, perché no

È in questo quadro che va visto il problema del c. d. ”ius soli”, che, per la verità, in forma temperata già esiste nella nostra legislazione (L. 91-1992) per chi nasce in Italia (se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se vi risieda stabilmente sino alla maggiore età), o anche soltanto per chi viene trovato in Italia (essendo figlio d’ignoti e senza cittadinanza); mentre esiste anche la possibilità di ottenere la cittadinanza per chi, nato altrove, si trovi in particolari situazioni (filiazione, adozione, matrimonio, residenza, servizio civile o militare, apolidia, eminenti servizi resi allo Stato), salvo che non ostino fondati motivi di pubblico interesse; e si può dire che esista anche una sorta di “ius culturae”, posto che la richiesta della cittadinanza deve comunque contenere la «documentazione attestante il requisito della lingua e della cultura italiana dell’istante» (art. 17-ter, c. 3, lett.c).

Nel frattempo, tutti gli stranieri, anche se non nati in Italia, godono comunque di tutti i diritti civili, come prescrive l’art. 16 delle nostre Preleggi, secondo cui «Lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti al cittadino a condizione di reciprocità», e come stabilisce la nostra Costituzione, che a tutti comunque garantisce parità di diritti, ovviamente salvo quelli politici, che per altro, prima dei 18 anni, non potrebbero essere esercitati, e come ancora stabiliscono le norme del diritto internazionale privato (L. 218-1995) e tutte le convenzioni europee ed internazionali alle quali la nostra legislazione interna è tenuta a conformarsi (art. 10 Cost.).

Non ci sarebbe quindi bisogno di alcuna nuova legge, come quella di cui oggi si discute, e che, come non rappresenta il salto di civiltà enfatizzato dai suoi sostenitori, così non va neppure demonizzata, come fanno i suoi detrattori, perché, in fondo, non fa altro che aggiungere, con modalità discutibili, due nuovi modi di acquisto della cittadinanza a favore del minore nato in Italia il cui genitore sia titolare di permesso di soggiorno permanente, e a favore del minore, anche non nato in Italia, che vi compia un ciclo scolastico o di formazione professionale.

Il fatto si è che la proposta all’esame, che in altro momento sarebbe passata inosservata, s’intreccia oggi inevitabilmente col fenomeno dell’integralismo islamico e dell’esodo di massa verso l’Europa, che ha in particolare interessato l’Italia assai più che altri paesi mediterranei, e a cui solo ora si sta provando a porre qualche rimedio, bloccando all’origine i flussi di provenienza.

Le statistiche ufficiali, che tuttavia non censiscono i tantissimi clandestini di cui si son perse le tracce e sono quindi riduttive rispetto ai dati della realtà, ci dicono che gli immigrati di religione islamica in Italia sono oltre due milioni e mezzo e già rappresentano almeno il 4% della popolazione residente; il 43% di loro ha già la cittadinanza italiana, il che porta a pensare che c’è già quanto basta per farne un vero e proprio partito politico, forse deludendo chi oggi pensa che, per attirare qualche consenso in più, basti esibire tra i suoi dirigenti o candidati qualche personaggio  di quella cultura e fare sfoggio di spirito di accoglienza.

Sta di fatto che le donne islamiche fanno molti figli (ognuna dei gruppi coinvolte nelle vicende europee di questi giorni è fatta da una pluralità di familiari), quando invece le donne italiane ne fanno uno solo; ed è anche un fatto che la religione islamica ha una capacità di conversione molto elevata (il 9% dei musulmani italiani sono convertiti), mentre il cristianesimo ha da tempo perso ogni capacità attrattiva, secondo un trend che l’attuale pontefice cerca di invertire con la sua predicazione pauperistica, nella speranza di riempire le chiese che gli italiani ormai disertano.

Accadrà quindi in Italia ciò che è già accaduto in molti paesi che, anche per il loro lungo passato coloniale, sono stati generosi elargitori di cittadinanze, con la conseguenza che oggi devono registrare la presenza di tantissimi cittadini di prima o ulteriore generazione, che sono convinti di essere collocati ai margini della società (anche quando non lo sono), e diventano lavagne pulite, su cui il fondamentalismo islamico, con la sua mania di dominare il mondo, può scrivere quel che vuole, determinando le rispettive storie individuali e familiari, sino ai tragici fatti degli ultimi tempi; e in tale massa di manovra un ruolo di primo piano lo svolgono i c. d. “foreign fighters” rientrati in occidente dopo il fallimento delle loro guerre, il cui percorso politico e militare origina pur sempre da una conversione religiosa, che ne ha costituito il brodo di coltura.

Enfatizzare la questione della cittadinanza, proponendola addirittura per quel che non è, e cioè una riforma di civiltà, nasconde il fatto che si tratta invece dell’ennesima battaglia ideologica che s’iscrive nelle linee-guida della sinistra internazionalista, sostenuta in Italia anche dalle gerarchie cattoliche, che guardano con interesse al terzo mondo (in particolare alla fascia subsahariana del continente africano) come unica area geografica di possibile espansione dell’influenza cattolica, e dalla quale prevedono che possa anche venire un prossimo pontefice.

Si finisce così per formulare un implicito richiamo che incentiva la migrazione di una moltitudine di persone, a cui neppure si chiede di accettare le regole fondamentali della nostra società, regalando sempre maggiori masse di manovra al primo fondamentalista islamico di turno, che avrà facile gioco nel provare ad accendere invidia sociale e prospettive escatologiche, suscitando nelle menti più fragili  azioni di rigetto del contesto sociale sino alla violenza terroristica, e inevitabilmente generando altre reazioni xenofobe, dettate dalla paura, che saranno tanto maggiori quanto più forte sarà la sensazione del rischio percepito, con modalità discutibili, che potranno sembrare di natura razziale, quando invece sono semplicemente azioni politiche di chi vuole evitare che venga messo in discussione l’assetto della società in cui vive.

C’è poi, nell’attuale legislazione, un particolare generalmente sottaciuto, e che è invece essenziale e risolutivo, essendo previsto che chi abbia acquisito la cittadinanza presti giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza alla Costituzione e alle Leggi dello Stato, senza di che il relativo Decreto non ha effetto; mentre si prevede che la cittadinanza si possa comunque perdere a seguito di specifici  comportamenti, ovviamente nel rispetto dell’art. 22 Cost, per il quale «Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza e del nome».

Sta di fatto che la proposta di legge all’esame, attribuendo la cittadinanza anche ai neonati su richiesta di un genitore legalmente residente, non può prevedere alcun giuramento del nuovo cittadino, e neppure prevede una qualche solenne promessa del genitore di istruire e fare istruire il minore in coerenza con la Costituzione e le leggi dello Stato, salvo il diritto dello stesso minore di mutare indirizzo non appena abbia conseguita l’età della ragione.

Trasformare in un vero e proprio diritto, automaticamente riconosciuto, quella che dovrebbe restare una concessione con qualche margine di discrezionalità esercitabile all’occorrenza, come avviene in tutto il mondo occidentale, e senza neppure prevedere un solenne impegno di conformarsi alla Costituzione e alle leggi dello Stato, vuol dire imboccare la strada perché anche da noi ciò che è già accaduto in Inghilterra, dove i tribunali islamici funzionano a pieno ritmo applicando le norme della Sharia ai rapporti familiari e patrimoniali delle comunità islamiche.

E ciò nell’indifferenza delle autorità inglesi, che stanno a guardare, quando non se ne rendono addirittura complici, com’è accaduto proprio nei giorni scorsi con l’affidamento di una bimba cristiana di cinque anni a due diverse e successive famiglie islamiche che, secondo la stampa inglese, l’avrebbero costretta a adottare credenze religiose e abitudini alimentari di loro stretta osservanza, in termini che sarebbero divenuti praticamente irreversibili se, dopo il clamore mediatico che ne è seguito, una giudice, anch’essa, per la verità, di religione musulmana, non avesse deciso di affidare la bambina alla nonna, col compito di assecondarne le inclinazioni «in terms of ethnicity, culture and religion» al contempo disponendo un’inchiesta sull’operato dell’Ufficio sociale di Tower Hamlets, che aveva disposto i due precedenti improvvidi affidamenti.

Quanto a noi, è evidente che nessun giuramento o promessa, per solenne che sia, porta con sé la certezza che i comportamenti seguano agli impegni; e tuttavia a me sembra l’unica cautela che si può e si deve ragionevolmente imporre a chi chiede di entrare in una comunità tollerante e inclusiva come la nostra, che ha tutto il diritto di chiedere a chi arriva la stessa dimostrazione di tolleranza e inclusività, e la cui inosservanza dovrebbe comportare la perdita dello status ingiustamente acquisito o successivamente tradito.

La riforma della cittadinanza capita quindi nel momento meno opportuno, perché non considera lo scenario mondiale nel quale siamo immersi, in cui fondamentalismo islamico e migrazioni di massa (con le naturali ricadute in termini di terrorismo, ordine pubblico, emergenze sanitarie, abitative e, last but not least, anche finanziarie) possono produrre una miscela esplosiva destinata a suscitare reazioni di rigetto anche nel cittadino più disponibile, in termini che società fragili, come inevitabilmente sono quelle democratiche, non si possono permettere.

Chi se ne accorge, deve dire e, se può, fare qualcosa per aiutare a riflettere chi ancora si ostina a negare la realtà, inducendolo a d assecondare, piuttosto che a contrastare, l’opera di un ministro come Minniti, che, provando a risolvere come può almeno uno dei corni del dilemma, quello dell’immigrazione massiccia e incontrollata, dimostra di avere senso dello Stato, non facendosi condizionare dalla cultura solidaristica della sua tradizione politica e accettando di correre qualche rischio d’incomprensione tra i suoi stessi compagni di partito.

Mi viene di dire che sarebbe un bell’avversario con cui un leader liberale “doc”, se ci fosse, potrebbe misurarsi e contrapporsi su tanti temi inevitabilmente divisivi, anche a partire dalla stessa riforma della cittadinanza, per provare a modificarla prima che diventi legge dello Stato. 

Enzo Palumbo, Critica Liberale Non mollare

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