Vittoria

Vittoria

C’è chi gode delle sconfitte. Nella mia famiglia storica e culturale, con le sue radici nel Risorgimento e i suoi rampicanti liberali, democratici e laici, ne abbiamo non pochi cui le vittorie destano un certo imbarazzo. Di voti se ne prese sempre pochini, talché taluno pensò di leggere in questa lesina dei consensi la prova dell’avere ragione. Perché a vincere sarebbero sempre i peggiori. Eppure, oh, a guardarsi attorno qualche bella vittoria la si piazzò.

Quando i diritti civili e il pregiudizio confessionale si sfidarono, si vinse. La destra era guidata da un capo, Giorgio Almirante, che conviveva con una donna sposata, ma si batté contro il divorzio. Il partito cristiano mise a tacere quelli che poi si sarebbero chiamati “cattolici adulti”, ovvero devoti non asserviti, e fece campagna per abrogare la legge. Si vinse noi. Ma è roba vecchia, non è questo il punto, è che da quel momento i contrari ci presero gusto e moltiplicarono le loro famiglie. La vittoria fu nelle urne, ma traslocò nelle teste e nei cuori.

Che poi ciascuno fa quello che gli pare, nella propria vita privata. Epperò è un bel segno del costume che cambia se a guidare la destra che reclama a sé la cristianità c’è chi vive la genitorialità senza avvertire il bisogno del vincolo matrimoniale. Affari suoi (loro, per la precisione), ma a vincere è la mia povera squadra di perdenti, non quella dei loro vincenti. Oggi si fa un gran baccano attorno alla legge che regola l’aborto, ma i presunti suoi avversari dicono: non la vogliamo modificare. E vai, segna un’altra tacca.

C’è stato un tempo in cui bastavano dei cetrioli (storia esilarante) per reclamare l’uscita dall’Unione europea. Il vittimismo gonfiato di prosopopea faceva dell’Italia la perdente di tutte le partite europee, cui sarebbe stato bene sottrarsi. Nella peggiore tempesta speculativa si voleva uscire dall’euro.

I più generosi, verso l’Ue e la Banca centrale europea, si esprimevano con un ipocrita: “si, ma…”. A noi, amanti della sconfitta, non parve vero poterci gettare nella lussuria degli insulti da prendere, che nel frattempo s’erano fatti digitali, sicché gridammo: siete matti, uscire è un suicidio, contestare i vincoli è come contestare la forza di gravità. Beccammo la nostra parte e, puntuale, la vittoria elettorale arrise al fronte opposto. Eppure oggi hanno cambiato idea. Non si esce più, si collabora. Siamo ancorati, dicono, in Occidente e in Europa. Ed ho come l’impressione si sia vinto noi.

Certo sono rimaste cose comiche, perché quel che s’incrosta non è che lo elimini con un lavaggio. Manca il gas: ci vuole l’Europa. C’è bisogno di soldi: serve l’Europa. Dobbiamo difenderci: difesa europea. Servono i vaccini: provveda l’Europa (operazione eccellentemente riuscita). Ci sarebbero quelli che devono controllare progetti e conti: l’Europa si faccia gli affari suoi. E vabbe’, so’ regazzi e se non studiano in fretta faranno solo la figura dei somari.

Tutto questo per dire che in una democrazia i voti contano, ma conta e pesa anche la cultura. Le maggioranze governano, ma le minoranze, se intelligenti, modificano le idee, anche delle maggioranze. E cambiano il costume. Per dire: Ugo La Malfa (che di voti ne prendeva pochini) spiegò l’economia e il mercato ai comunisti (che ne prendevano tanti), finché un giorno si alzò Luciano Lama e disse: il salario non è una variabile indipendente. Vale a dire: non si fissa a capocchia, ma dipende dal resto. Ed ecco un’altra vittoria.

C’è un punto, però, in cui mi pare si siano accumulate solo sconfitte. Che non fanno godere per niente. Non si è riusciti a far capire e interiorizzare che la ricchezza va prima prodotta e poi utilizzata per scopi sociali, che una buona intenzione non fa una buona azione, che i soldi dello Stato non esistono e sono dei cittadini contribuenti, che sprecarli per farsi votare significa fotterli tutti per ammaliarne una parte. Niente, quella droga lì, la spesa pubblica corrente, è più forte. Ma non disperiamo, siamo perdenti di successo.

La Ragione

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