Segnali

Segnali

I nativi americani usavano l’intermittenza delle nuvole di fumo per comunicare. Segnali adatti a messaggi non complessi. Stiano attenti, i governanti, a non privilegiare i segnali rispetto alla sostanza. Votando in prevalenza (ricordiamo che si tratta, per tutta la coalizione di centro destra, pur sempre di meno della metà dei voti espressi) per Fratelli d’Italia non vi è dubbio che gli elettori abbiano scelto una politica maggiormente sensibile al mantenimento dell’ordine pubblico o al contenimento (sperabilmente il blocco) degli sbarchi d’immigrati.

È quindi naturale che il governo derivatone si attenga a quella linea. Difendere gli interessi italiani, però, non consiste nel proclamare di difendere gli interessi italiani, ma nel saperlo fare, una volta individuatili e messi in gerarchia delle priorità.

Tanto più che, se ci si concentra solo sui segnali, si finisce con il produrne di contrastanti. Difficile non leggere la distanza fra le parole del governo e quelle del Presidente della Repubblica, circa il rapporto con la Francia e l’Unione europea tutta. Un contrasto stridente.

Sul fronte dell’immigrazione, ad esempio, non subiremo conseguenze negative dall’avere coalizzato solo Cipro, Grecia e Malta. Ma quella prova di debolezza, facendo i grossi fra i piccoli, rischiamo di pagarla su altri tavoli. Scena molto diversa da quella che mise l’Italia con Francia e Germania, su un treno verso l’Ucraina. Non ci saranno conseguenze perché sull’immigrazione i fatti sono solidi, visto che non siamo affatto i soli a subire gli sbarchi e chi è secondo in graduatoria, ovvero la Spagna, non ha condiviso la nostra posizione.

Le richieste d’asilo sono rivolte prevalentemente verso la Germania (190.500 nel 2021), la Francia (120.700), la Spagna (65.300), mentre da noi vorrebbero restare solo in 53.600. Gli stranieri a vario titolo presenti nel Paesi europei sono il 17% della popolazione austriaca, il 13% degli irlandesi, il 12.7% dei tedeschi, l’11.3% degli spagnoli, mentre da noi sono l’8.7% degli italiani. Dopo la criminale aggressione russa la Polonia ha accolto 1.5 milioni di ucraini, la Germania 1 milione, la Repubblica Ceca 455mila e noi 171mila.

La nostra caratteristica è solo quella d’essere la principale meta degli sbarchi. Ragion per cui avremmo interesse non tanto alla redistribuzione, ma che della totalità (da noi come da altri) si occupi una comune giurisdizione Ue. In questi giorni ci siamo allontanati, non avvicinati a questo risultato.

Purtroppo l’approccio segnaletico è presente anche in altri campi. Abbiamo una scarsa partecipazione al lavoro e molti posti che restano vacanti per mancanza di competenza e voglia di occuparli. Anche la scorsa campagna elettorale ha visto uno scoppiettare di proposte per pensionamenti anticipati, che comportano più spesa e meno lavoratori. Per non dire della falsa flat tax, che si pensa di finanziare anche togliendo detrazioni a chi guadagna meno degli eventuali beneficiari, che se non fosse una follia sembrerebbe uno scherzo.

Mentre ciò s’esibisce sugli schermi, al ministero dell’economia studiano come varare una falsa flat che scassi poco e come incentivare la permanenza al lavoro dei pensionandi, piuttosto che l’anticipazione dell’uscita. Insomma si prova a tenere assieme i segnali di conferma con la sostanza di smentita, pensando che tutti i problemi si riducano alla necessità di trovare una formula verbale capace di tenere assieme cose opposte, senza indispettire, senza smentire e senza sfasciare.

Infine: il punto forte di Meloni è la scelta atlantica, con specifico riferimento alla guerra Ucraina. Bene. Ma se pensasse di compensare l’isolamento europeo con la sponda statunitense commetterebbe il grave errore dei brexiter e di Orban. Con l’aggravante di arrivare dopo, quindi di sapere come va a finire. L’incontro con Biden ricorda il punto forte. Sarebbe grave dimenticare che l’interesse italiano è sì atlantico, ma anche europeo. E il fumo va diradato, non utilizzato.

La Ragione

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