Il welfare che libera. Per un welfare liberale, dall’assistenzialismo all’emancipazione

Il welfare che libera. Per un welfare liberale, dall’assistenzialismo all’emancipazione

I numeri, prima di ogni discussione di principio, vanno guardati in faccia. Nel 2024 le famiglie italiane in povertà assoluta erano 2,2 milioni, l’8,4% del totale, per un totale di 5,7 milioni di persone. Quasi un decimo della popolazione non riesce a permettersi il paniere minimo di beni e servizi essenziali (Istat, La povertà in Italia 2024/2025). Negli ultimi dieci anni le famiglie in povertà assoluta sono cresciute del 43% (Caritas Italiana, Rapporto su povertà ed esclusione sociale 2025). Tra i minori l’incidenza è al 13,8%, oltre 1,28 milioni di bambini e ragazzi. La povertà, in Italia, si eredita più della ricchezza. Quasi sei poveri su dieci sono cresciuti in famiglie povere, una quota che sale a due su tre nel Mezzogiorno (Istat). Secondo le stime dell’Ocse (How to promote Social Mobility, 2018), un bambino che nasce nel decile di reddito più basso impiega in media cinque generazioni per raggiungere il reddito medio nazionale, un dato che colloca l’Italia tra i paesi europei a più bassa mobilità intergenerazionale. L’ascensore sociale guasto da metafora giornalistica è diventato un problema strutturale, misurabile, che riguarda ormai una parte significativa del paese.

Di fronte a questa emergenza il liberalismo politico non può permettersi il lusso della reticenza. Ma non può nemmeno rassegnarsi a lasciare la risposta agli strumenti della tradizione socialista e cattolico-popolare, come se il solo problema fosse la quantità di risorse trasferite e non la logica con cui vengono trasferite. Esistono due modelli di welfare, ed è tempo di chiamarli con nomi diversi, perché diversi sono gli esiti a cui portano. Il welfare assistenziale, imperniato sulla logica del sussidio e il welfare liberale, basato sull’emancipazione.

Il welfare di impianto assistenzialista concepisce la povertà come una condizione da alleviare attraverso il trasferimento monetario o il servizio gratuito, erogati sulla base di elementi che provino lo stato di bisogno e vi risponde con un sussidio. La logica è quella del sollievo, non del riscatto. Il beneficiario è trattato come soggetto passivo, si limita a riceve, non deve costruire nulla. E poiché il sussidio è spesso calibrato in modo da ridursi o sparire non appena il reddito da lavoro cresce, si produce quella che gli economisti chiamano “trappola della povertà” che rende razionale non lavorare, o lavorare in nero, piuttosto che accettare un impiego che farebbe perdere il beneficio senza garantire un guadagno netto superiore. Il reddito di cittadinanza italiano ne è stato un caso di scuola. Nato per contrastare la povertà, ha finito per disincentivare proprio la ricerca attiva di un impiego in una parte non marginale dei suoi percettori, complice un sistema di controlli e di politiche attive del lavoro rimasto largamente sulla carta.

C’è poi un secondo limite, meno discusso ma altrettanto serio. L’assistenzialismo è per sua natura discrezionale e revocabile. Dipende dalla generosità del bilancio pubblico del momento, dall’orientamento politico della maggioranza di turno, dalla capacità amministrativa, spesso carente, di far arrivare la misura a chi ne ha davvero diritto. Non costruisce un diritto stabile, costruisce una concessione. E una concessione, per definizione, può sempre essere ritirata.

Il welfare liberale, invece, muove da una domanda diversa rispetto a quello assistenziale. Non quanto trasferire per alleviare il disagio, ma quali condizioni restituire perché la

persona torni a essere autrice delle proprie scelte. È la stessa distinzione tra assistenzialismo caritatevole e principio di riparazione su cui si fonda l’impianto di un moderno liberalismo sociale. Il povero non è un destinatario di pietà, è il titolare di un diritto alle opportunità che gli è stato negato da circostanze, quali nascita, censo, territorio, livello di istruzione dei genitori, che non ha scelto. Un welfare che voglia dirsi liberale non può quindi limitarsi a colmare un vuoto di reddito, deve intervenire sulle condizioni strutturali che hanno prodotto quel vuoto, restituendo alla persona gli strumenti per governare la propria esistenza. È in questo senso che si può parlare di un welfare emancipante, nel senso preciso di sciogliere il vincolo di dipendenza (dal latino e-mancipare, liberare dalla mano che trattiene) che tiene una persona ancorata alla propria condizione di origine, sia essa la dipendenza dalla famiglia povera in cui è nata, sia essa la dipendenza dal sussidio pubblico che dovrebbe aiutarla a uscirne. Non è un’intuizione nuova. Già Luigi Einaudi, riflettendo sul tema quasi ottant’anni fa, si chiedeva con parole che restano attualissime “qual colpa ha un bambino di essere nato da genitori miserabili destinato per questo solo fatto a una vita di svantaggio che non ha scelto” (Lezioni di politica sociale, 1949).

Da questa premessa discendono cinque criteri operativi, che distinguono nel concreto il welfare liberale da quello assistenziale, non sfumature retoriche, ma scelte politiche con conseguenze opposte.

1)  Un sostegno pensato per emancipare deve avere, per definizione, un orizzonte di uscita. Deve essere un ponte verso l’autonomia, non una rendita di lunga durata. Questo non significa negare aiuto a chi ne ha bisogno, ma condizionarlo, non alla ricerca fittizia di un lavoro qualsiasi, bensì a percorsi reali di formazione, riqualificazione, accompagnamento, sorretti da servizi per l’impiego che funzionino davvero e non si limitino a certificare uno stato di disoccupazione. Qui il principio di sussidiarietà indica la strada da seguire, coinvolgendo le agenzie per il lavoro private che dispongono di reti di relazione con le imprese, competenze di collocamento e capacità di risposta rapida alla domanda del mercato. Non si tratta di sostituire il pubblico con il privato, ma di farli cooperare secondo le rispettive vocazioni. Lo Stato definisce standard, finanzia i percorsi e verifica i risultati mentre l’operatore privato, più efficace nel collocamento concreto, si assume il compito di realizzarlo. Un sussidio senza data di scadenza e senza contropartita attiva non emancipa, cristallizza la dipendenza che dovrebbe sciogliere.

2)  Occorre un investimento anticipato, non una riparazione tardiva. Le diseguaglianze si formano nei primissimi anni di vita, quando il patrimonio cognitivo ed emotivo di un bambino si costruisce in modo largamente irreversibile. Intervenire a vent’anni su un ritardo educativo accumulato nell’infanzia è enormemente più costoso e meno efficace che intervenire per tempo. Un welfare emancipante investe perciò massicciamente su asili nido universali e di qualità, tempo pieno scolastico, refezione e attività extracurricolari garantite indipendentemente dal reddito familiare, non perché lo Stato debba sostituirsi ai genitori, ma perché nessun bambino deve scontare per tutta la vita l’aver avuto genitori meno attrezzati di altri.

3)   Un trasferimento monetario ricorrente cura il sintomo, la mancanza di liquidità nel presente, ma non la causa, ovvero l’assenza di un patrimonio di partenza da cui muovere. Una dotazione di capitale iniziale, come l’eredità universale versata al compimento della maggiore età, restituisce a chi non l’ha ricevuta per nascita la stessa possibilità di

intraprendere, rischiare, investire su di sé di cui già godono i figli delle famiglie abbienti. È un capitale che il beneficiario governa con piena libertà, non un servizio che lo Stato eroga al posto suo. La differenza tra essere messi in condizione di scegliere anziché subire scelte dall’alto.

4)   Bisogna integrare non sostituire il reddito da lavoro. Gli strumenti più efficaci nella tradizione liberale, dall’Earned Income Tax Credit alla Negative Income Tax, non scoraggiano il lavoro, lo premiano. Integrano i redditi bassi senza creare meccanismi di prelievo impliciti che puniscono chi esce dalla disoccupazione. È un sussidio che si riduce gradualmente al crescere del reddito da lavoro, non uno che sparisce di colpo non appena si accetta un impiego, disincentivando così proprio il comportamento che dovrebbe premiare.

5)   Il diritto all’emancipazione deve essere scritto in una regola stabile, sottratta alla generosità contingente di una maggioranza parlamentare. Solo un diritto esigibile, non negoziabile a ogni cambio di legislatura, può davvero dirsi tale. L’emancipazione non può dipendere dagli umori elettorali del momento.

C’è chi, dentro la stessa famiglia liberale, ha storicamente preferito lasciare il tema della povertà agli avversari, per timore di apparire cedevole sulla difesa del mercato e della responsabilità individuale. È un errore politico prima che teorico. Se il liberalismo non offre una propria risposta strutturale alla povertà e al blocco della mobilità sociale, lascia campo libero a chi la povertà la usa come randello contro il mercato stesso o a chi la ignora fino a farla esplodere in rabbia sociale organizzata. Un ascensore sociale che impiega cinque generazioni a muoversi non è un problema che si risolve aspettando che il mercato, da solo, lo ripari. E’ precisamente il punto in cui il mercato non può funzionare, perché il sistema non ne consente l’accesso a chi non ha mai avuto gli strumenti per entrarvi.

Un welfare liberale non è un welfare più piccolo di quello assistenziale, né uno più generoso. E’ un welfare costruito su una logica diversa, emancipazione contro assistenza, diritto stabile contro concessione discrezionale, investimento anticipato contro sussidio perpetuo. È, in definitiva, l’unico welfare compatibile con un’idea di libertà che si prende sul serio fino in fondo. Non basta lasciare l’individuo libero di scegliere, occorre che quella libertà sia per tutti, davvero, esercitabile.

Share