Si faccia molta attenzione a non criminalizzare ogni dissenso e a non coprire i criminali con la scusa del dissenso. Si faccia attenzione a non esagerare nel gonfiare la violenza di piazza, così come a non eccedere nel sottovalutarla. Sia chi cerca il consenso per misure repressive sia chi grida contro la repressione faccia molta attenzione a quel gioco pericoloso, utile solo a far crescere il disordine reale e immaginato. Le opposte paure si reggono a vicenda, in una disdicevole complicità .
La sinistra sbaglia a sentire il bisogno di accompagnare la condanna della violenza con la disponibilità a comprenderne le motivazioni. Farebbero meglio a ricordare che le Forze dell’ordine, nel presidiare la piazza, svolgono una funzione di garanzia anche per chi manifesta e protesta, che ha tutto il diritto di farlo senza essere né confuso né inquinato da chi poi tradurrà la protesta in violenta. Farebbe meglio a discutere, anziché ignorare (coda di paglia), l’argomento secondo cui «Tutti quelli che manifestavano sapevano bene che sarebbe finita a mazzate», perché questo modo di ragionare scarica la colpa non sugli autori della violenza ma su chi la subisce o anche solo assiste inerte o direttamente se ne va.
La destra sbaglia a far credere che un qualsiasi ‘pugno duro’ serva a risolvere qualche cosa, perché se a ogni evento di piazza tira fuori un decreto assicura solo di non essere capace di legiferare e governare per tempo. Quelle norme sono di rara inutilità e per la gran parte riproducono l’esistente da tempo immemore. E sbaglia a volersi dimostrare solidale con chi difende l’ordine e prende martellate, perché la vera e giusta solidarietà consisterebbe nel far funzionare la giustizia e far processare quelli che vengono acciuffati in flagranza di reato. Mentre oggi vengono scarcerati non perché il giudice sia connivente, ma perché il processo è assente. E la destra entra in piena contraddizione quando sostiene (giustamente) la separazione delle carriere fra magistrati requirenti e giudicanti, salvo poi pretendere di dire al giudice chi carcerare e chi scarcerare.
Gli errori degli uni diventano complici e copertura degli errori degli altri, consentendo a entrambi di campare grazie all’errore altrui. Errore grave, perché l’estremista ama l’estremista dell’altra parte. Detesta chi usa la ragione anziché l’emozione. Ama chi pensa che la repressione debba farsi in piazza, perché questo favorisce lo scontro. Detesta chi ricorda che la repressione del crimine si fa in tribunale.
Vedo (con imbarazzo per chi lo fa) che non si esita a tirare in ballo le Brigate Rosse. La logica è tanto elementare quanto stupida: descrivere l’altro da sé come il peggio che c’è. Ma quella lunga stagione di piombo e sangue fu il prodotto di allucinazioni ideologiche e condizioni internazionali. Fu anche – lo ricordino tutti – la stagione in cui la politica diede una delega alla magistratura (per la precisione alle Procure e per la colorazione ai magistrati di sinistra) per attuare una repressione di cui non era altrimenti capace. Cominciò lì il lungo cammino di degenerazione.
Se sentono il bisogno di rievocare quei tempi allora si tolgano tutti il cappello e vadano a lezione da Carlo Casalegno. Fiero avversario del terrorismo, fu altrettanto fiero avversario della legislazione d’emergenza. Chiedeva l’applicazione della legge esistente, non la proliferazione legislativa puramente declamatoria e – da partigiano quale era stato – temeva la riduzione degli spazi di libertà . Quel 29 novembre 1977 le Brigate Rosse andarono a uccidere lui, non chi si riempiva la bocca di emergenza e repressione. Lui era un nemico, perché invocava la legalità . Gli altri erano complici, perché volevano le estremizzazioni.
Dalle tante cose che ancora si ascoltano, del tutto a sproposito, si capisce che troppi italiani e troppi politici hanno ricordi confusi di Curcio e Moretti, di Fioravanti e Mambro, ma non hanno nessun ricordo di Casalegno. Si deve fermare il crimine e anche tenere a bada le parole.
La Lomellina

