Come smascherare i populisti

Come smascherare i populisti

Domanda scomoda. Nella campagna elettorale in realtà già in corso da tempo per le elezioni europee, su che cosa dovrebbero puntare i partiti pro Europa? Si potrebbe pensare, ovviamente, che ciascuno di essi declinerà, a seconda della situazione politica di ogni paese in cui operano, i successi che ritiene l’Unione Europea abbia conseguito, e i rischi nel caso in cui la prossima Commissione Ue sia invece espressione di un risultato alle urne che ribalti ciò che le istituzioni europee hanno posto in essere, sulla spinta della maggioranza che portò Ursula von der Leyen a presiedere la Commissione.

 

Nelle campagne elettorali, tuttavia, le convinzioni ideali da sole non bastano per vincere. Per riuscirci, bisogna sempre partire da un’interpretazione analitica di che cosa pensino oggi gli elettori, in modo da evitare di forzare su temi che sono invece proprio quelli su cui populisti e antieuropeisti sono oggi più forti. Di conseguenza bisogna porsi una serie di domande che abbiano risposte però non basate sull’intuizione o sulla speranza, ma su numeri reali.

 

Bisogna capire bene cioè chi siano davvero oggi gli antieuropeisti e chi no, quanti abbiano cambiato idea nel recente passato e come vengono considerati dagli elettori. Si deve aver la misura precisa di quanto pesi ancora l’accusa populista alla Ue di aver spalancato le porte o aver comunque subito passivamente arrivi eccessivi di profughi. Nonché se davvero vasta parte dell’elettorato consideri un successo la risposta europea al Covid, la posizione assunta nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina, la pioggia di norme europee in materia di transizione green: cioè esattamente ciò che gli europeisti considerano invece passi in avanti molto rilevanti, che annunciano e disegnano un futuro ancor più federalista e integrato dell’Unione, non certo il ritorno a crescenti sfere di sovranità nazionale.

Una risposta alla necessità di dati analitici su tutti questi complessi interrogativi viene da un utilissimo lavoro di ricerca svolto dall’European Council on Foreign Relations sulla base di sondaggi analoghi condotti in 12 paesi membri dell’Unione, pari a un elettorato superiore ai tre quarti di quello potenzialmente chiamato alle urne tra due mesi. Se ne possono trarre molte indicazioni di grande importanza, per chi corre alle elezioni. Partiamo dal punto politico di fondo, che ha dominato sui media europei negli ultimi mesi: l’avanzata che tutti attendono molto consistente del populismo antieuropeista dei partiti di estrema destra. In nove paesi Ue, Austria, Belgio, Cechia, Francia, Ungheria, Italia, Olanda, Polonia e Slovacchia, la somma dei populismi antieuropeisti di destra potrebbe essere prima forza alle urne. Mentre in Bulgaria, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Portogallo, Romania, Spagna e Svezia, potrebbe comunque rappresentare la seconda o la terza forza nazionale. Se andasse come tutti questi diversi partiti sperano, la maggioranza al Parlamento europeo potrebbe cambiare di segno.

 

Ma questi ragionamenti non sembrano trovare troppo conforto nei numeri. In realtà, nel variegato mondo dei due diversi gruppi europei cui appartengono Salvini e Meloni, in questi anni sono avvenute molte cose. C’è chi si è molto deradicalizzato e chi invece ha seguito la strada opposta, ma l’effetto è quello di rendere più diviso e incoerente il loro rapporto, che dovrebbe essere invece graniticamente unitario per provare a ottenere un ribaltone in Europa. Se guardiamo i numeri, solo in cinque paesi – Francia, Germania, Austria, Svezia e Olanda – oltre la maggioranza di chi vota i partiti della destra populista dichiara ancor oggi di aspettarsi che i loro leader siano pronti a uscire dall’eurozona o dalla Ue, opinione condivisa anche da chi invece vota per partiti europeisti anche se con un’interessante eccezione, la Francia in cui solo il 38 per cento di chi non vota a destra pensa davvero che Le Pen e Zemmour sarebbero davvero capaci di tanto (tradotto: il tentativo moderatista di Mme Le Pen per far dimenticare il padre granitica espressione di Vichy, affidando il partito al giovanissimo leader glamour Bardella, sembra proprio funzionare).  In Ungheria, Spagna, Portogallo e Romania chi vota per gli amici di Orbán non si aspetta minimamente alcuna uscita dal consesso europeo, del resto molto prodigo di aiuti alle economie di quei paesi.

 

Questi dati ci dicono una prima cosa: la strategia di puntare tutta la campagna elettorale contro la destra che vuole il tracollo delle istituzioni europee e una Brexit moltiplicata per ventisette non smuoverebbe un granché, in elettorati che hanno assistito in molti casi a una vera e propria strategia di deradicalizzazione delle destre. L’esempio più eclatante è proprio l’Italia: solo il 15 per cento di chi vota Salvini e Meloni si aspetta da loro uscite dall’Europa o dall’euro, e in tutto il resto dell’elettorato solo il 18 per cento li considera pronti a imboccare una Italexit.  Meloni come presidente del Consiglio è riuscita ad apparire molto più europeista di quanto sia riuscito alla Le Pen, che per quanto abbia smorzato i toni sull’Ucraina, in Francia deve continuare ad accusare Macron di tutto il male possibile. In Polonia e Olanda continua ad avere un senso far campagna frontale contro la minaccia all’Europa portata dai leader della destra nazional-sovranista, perché nell’elettorato non di destra il timore di ben oltre il 60 per cento dei cittadini è esattamente che Kaczynski e Wilders sarebbero invece pronti eccome a scontri aspri con Bruxelles fino all’uscita dalla Ue. In Italia, i numeri dicono che è un’arma spuntata (tradotto: Salvini con la sua banda di minibot e nostalgici della lira ha perso il treno). Ma in Germania, Austria e Svezia, se gli europeisti facessero una campagna contro le destre improntata solo al rischio che esse potrebbero arrecare all’esistenza stessa dell’Europa, il pericolo di autogol sarebbe comunque elevato: perché nelle opinioni pubbliche di quei paesi il dissenso sulle posizioni assunte in questi anni dall’Europa è molto forte, a prescindere dalle simpatie rivolte alla destra.

Se ci spostiamo all’importanza del tema immigrazione nella campagna elettorale, anche su questo emergono sorprese. Alla domanda “che cosa ha più mutato il tuo giudizio sul futuro, negli ultimi dieci anni di politiche europee?”, solo in Germania, Austria, Olanda e Svezia la risposta “l’immigrazione” è oggi in testa a tutte le altre, e comunque con percentuali intorno o poco superiori al 20 per cento delle risposte.  Persino in Francia e Olanda, dove pure il no all’immigrazione è lo storico cavallo di battaglia delle destre sovraniste, le politiche green europee vengono prima dell’immigrazione come fonte di preoccupazione degli elettori. Un’altra clamorosa sconfitta di Salvini viene dal fatto che, in Italia, a rispondere che i troppi sbarchi di profughi consentiti dall’Europa con poca solidarietà all’Italia sono il primo fattore di preoccupazione è solo il 9 per cento degli elettori, rispetto al 33 per cento che considera troppo debole l’Europa di fronte alle crisi economiche esogene, e al 19 per cento di chi non ha gradito il ruolo europeo nella lotta al Covid e nel sostegno all’economia italiana per la ripresa (che pure è stato molto generoso). La controprova è che in Italia, come in Grecia, Ungheria, Portogallo, Romania e Spagna, gli elettori si dicano oggi più preoccupati dalla tendenza dei propri connazionali a espatriare, che dagli arrivi dei profughi. Tutto ciò non significherà che i leader delle destre smetteranno di accusare i leader delle forze europeiste di lavorare senza ammetterlo per la sostituzione etnica delle popolazioni europee: ma certo non è più il tema su cui si vincono o perdono le elezioni europee. Su questo sembrano invece riscontrare un qualche successo diversi leader o capi di governo del fronte europeista, che in questi anni hanno finito per proporre, sostenere o approvare norme ispirate a maggior chiusura delle frontiere (ultimo caso eclatante, la legge Macron in materia di migranti. che in molti punti riecheggia la destra).

Veniamo infine ai punti deboli degli europeisti. Che, osservando i dati demoscopici, coincidono pressoché esattamente con le scelte che a loro giudizio rappresentano invece le svolte più innovative e di successo nell’azione europea.  Cioè le misure istituzionali seguite al Covid e a sostegno della ripresa economica post Covid, quelle assunte di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, e quelle volte alla transizione green. In realtà oggi gli elettorati non ne sembrano affatto convinti. Se si osserva l’integrale delle risposte date nei 12 paesi UE coperti dalla ricerca, solo nel caso del Covid il 50 per cento dell’elettorato pensa che la risposta europea sia stata positiva, a fronte di un 41 per cento che pensa l’opposto e di un 9 per cento che non risponde. Sulla transizione ambientale, la percezione pubblica crescente nell’ultimo anno è che gli obiettivi accelerati di riduzione delle emissioni scelti dalla Commissione uscente avranno effetti economici e sociali largamente non calcolati, che ricadranno sulle spalle di moltissime piccole imprese e dei ceti popolari meno abbienti: solo il 25 per cento degli elettori dei 12 paesi sondati esprime un giudizio favorevole, a fronte di un 61 per cento contrario e di un 14 per cento che non risponde. Giudizio contrario del tutto analogo, lo stesso 61 per cento, alle misure di  sostegno alla ripresa economica post Covid e soprattutto vastissima delusione per il picco dei prezzi energetici: si somma l’impressione nei paesi nordici che nel post Covid si sia troppo largheggiato verso i paesi latini come l’Italia, mentre per energia e inflazione il fallimento europeo di misure standard ha deluso i più, nel vedere che solo i paesi virtuosi potevano stanziare enormi cifre a favore di imprese e cittadini. Non c’è da stupirsi troppo che, alla domanda “preferisci una forte riduzione delle emissioni a costo anche di alzare il costo della bolletta energetica, oppure misure di  contenimento delle bollette di cittadini e imprese, a costo anche di ammorbidire gli obiettivi di riduzione delle emissioni?”, solo in due paesi su 12, Svezia e Portogallo, a scegliere la prima ipotesi siano più di quelli che preferiscono invece la seconda.

 

Con prevalenze clamorose, come nel caso austriaco – 44 per cento di sì alla seconda ipotesi e 26 per cento alla prima – olandese – 44 per cento per la seconda e 22 per cento per la prima – con Polonia, Romania e Grecia in cui gli elettorati sono favorevoli alla seconda ipotesi tra il 45 per cento e il 49 per cento, e in Germania dove la seconda ipotesi raggiunge il 50 per cento rispetto a un mero 21 per cento favorevole al taglio rapido delle emissioni anche se a maggior prezzo. Perfino in Francia che pure ha il nucleare, i contrari alla prima ipotesi ottengono il 40 per cento. Mentre in Italia i contrari all’accelerazione europea sono il 37 per cento, rispetto al 25 per cento di favorevoli (tutto ciò che manca nella somma di favorevoli e contrari rispetto al 100 per cento del campione va alla risposta “non so, non m’interessa”).

Infine anche sull’Ucraina, oggi il giudizio che emerge nei sondaggi dei 12 paesi è di un 49 per cento insoddisfatto della posizione europea, a fronte di un 38 per cento favorevole e 13 per cento che non si esprime. Ma c’è una frattura molto forte, che divide due fronti opposti anche se convergenti nell’insoddisfazione verso la posizione europea sull’Ucraina aggredita e straziata da Putin. Ci sono paesi come Polonia e Svezia e sorprendentemente il Portogallo (più ovviamente i Paesi baltici, non compresi nel campione testato con sondaggi), in cui la critica all’Europa sull’Ucraina è motivata dalla necessità di garantire un supporto militare maggiore a Kyiv. E altri paesi come Austria, Grecia, Romania e Ungheria in cui la critica alla Ue è motivata da una ragione opposta: cioè la prevalenza di preferenze per una trattativa immediata con Putin abbandonando la pretesa di tornare all’unità sovrana e indipendente dell’Ucraina restituita ai suoi confini violati in armi dai russi. Anche in Germania, Francia, Olanda e Spagna l’opinione pubblica è divisa a metà tra le due opzioni. Nell’ultimo semestre, in Europa la stima popolare verso Zelensky è scesa significativamente, ed è cresciuta verticalmente la protesta verso la sospensione di quote e dazi precedentemente adottati nei confronti dei prodotti agricoli e cerealicoli dell’Ucraina.

Conclusioni, in sintesi estrema. Primo: le forze e i leader europeisti farebbero bene a non cadere vittime della propria retorica sui successi e sulle svolte realizzate negli ultimi anni. In particolare temi come il Green Deal vanno declinati non come la grandezza di visione di un’Europa che, col solo 7-8 per cento delle emissioni globali, vuole affermarsi come prima della classe. e fabbrica dei nuovi standard mondiali che il resto del mondo non riconosce, ma al contrario come prova di saggezza e disponibilità piena a prendere alla lettera la finestra temporale del 2026, prevista come occasione per rivedere realisticamente molti degli obiettivi che più oggi allarmano le imprese e i cittadini europei a basso reddito.

 

Secondo: evitare toni roboanti sull’Ucraina, piuttosto spiegare alle vaste opinioni pubbliche del mainstream, contrarie a ogni eventuale escalation che investa l’Europa, che solo continuando con la fermezza di chi sin qui ha sostenuto la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina si può opporre una diga efficace contro ogni pretesa di Putin di minacciare e attaccare direttamente membri della Nato e della Ue.

 

Terzo: mentre mobilitarsi innanzitutto contro la destra populista e sovranista ha un senso profondo nei paesi in cui la maggioranza dell’opinione pubblica resta profondamente convinta che quelle destre siano un pericolo grave, come in Germania, Polonia, Spagna e Olanda, ne ha molto meno in paesi dove, tra tentate deradicalizzazioni dei partiti di destra e forti delusioni di governi di altro segno, il mainstream popolare oggi non individua più le destre nazionali come un pericolo assoluto. L’Italia ricade esattamente in questo gruppo di paesi.

 

Quarto: bisogna che gli europeisti sappiano mobilitare il proprio elettorato potenziale, oggi scoraggiato, anche su temi nazionali. Vale per la Polonia in cui il liberale Tusk ha battuto le destre ma non riesce a governare perché Corte suprema, presidenza della Repubblica e sistema giudiziario restano nelle mani della destra sconfitta. Ma vale anche in Italia, dove la lotta interna all’attuale maggioranza di destra sembra aver fatto iniziare, sia pur lentamente, la parabola discendente anche del consenso di massa riposto nel premier Meloni.

Ultima cosa: serve tutto questo, ma naturalmente la cosa peggiore è che gli europeisti si dividano in lotte personali del tutto incomprensibili ai loro elettori potenziali, come avviene purtroppo in Italia da un anno a questa parte.

 

Il Foglio 

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