Campanella

Campanella

Torna a suonare la campanella della scuola, ma si sentono anche le campane stonate dei discorsi sempre uguali e inconcludenti. I libri di testo erano uno strumento vecchio già nel secolo scorso, ma siamo ancora qui a parlare del loro costo crescente, mentre riaprono i mercatini dell’usato, intralciati da “nuove edizioni” che di nuovo hanno soltanto la diversa dislocazione e numerazione degli esercizi. Noi andavamo a scuola con il laccio, poi si è passati ai ragazzi caricati come fantaccini, infine sono arrivati i borsoni con le rotelle. Un mercato dissennato, una rendita di posizione che non si riesce a smontare. Come tante altre rendite di posizione.

I libri sono uno strumento insostituibile. Il libro ha un nobile passato e un glorioso avvenire. Ma una scuola rispettabile ha un buona biblioteca e fornisce agli studenti le dispense su cui studiare gli argomenti che mano a mano si affrontano. Portarsi l’intero programma sulla schiena non è cultura, ma soma. Cui si adibivano gli asini. Il costo medio dei libri di testo, per un singolo studente e un singolo anno, si aggira sui 500 euro. Ma la media cela punte ben più alte. Con assai meno di quei soldi si può dotare ciascuno di lettori digitali, capaci di contenere lo scibile. Si possono fare assicurazioni e disporre di memorie remote, nel caso siano fracassati.

Taluni si sentono colti nel sostenere che il digitale annebbia la vista e incurva le spalle. A loro sfugge che si sosteneva la stessa cosa dei libri stampati. Polemiche schiocche: i libri resteranno un pilastro della cultura, della curiosità e del divertimento, mentre la manualistica è tutta traslocata in digitale. La scuola serve anche a insegnare come si studia. Non soltanto senza il digitale fallisce la sua missione, ma consegna i meno culturalmente protetti all’uso esclusivamente (a)social del digitale.

Nelle nostre scuole ci sono insegnanti straordinariamente bravi, come ce ne sono di riprovevolmente incapaci. Severità e selezione non funzioneranno mai fra i banchi se non li si pratica fra le cattedre. Non soltanto ci serve una banca dati continuamente aggiornata sui progressi culturali di ciascuno studente – non bastano i medi complessivi – ma il digitale consente anche di costruirsi da soli le ripetizioni, per chi è rimasto indietro, o di accedere alle lezioni del docente più bravo, che si trova in un’altra città. Questo non porta alla spersonalizzazione, ma contrasta l’irresponsabilità. Perché nella nostra scuola ci si occupa dei contratti, delle presenze, dell’anzianità e dei pensionamenti dei docenti, ma mai dei risultati che ciascuno di loro ha il merito di generare.

Suona la campanella e di tutto si parla, meno che dei contenuti della scuola. Ora va per la maggiore l’accorpamento delle classi o delle scuole. Ma gli studenti diminuiscono e il risultato da raggiungersi non è che ciascuno abbia una scuola deserta sotto casa, ma che disponga di mezzi di trasporto dedicati per raggiungere istituti con massa critica che giustifichi i servizi e l’attenzione alla qualità degli insegnanti. Il ministro continua a ricordare quanti ne ha assunti, ma non come sono stati selezionati. Anche perché taluni non sono affatto stati selezionati: erano lì, da tempo. In questo modo gli sconfortanti risultati di ieri saranno quelli di domani.

La scuola la dice lunga su tutti noi. Sempre pronti a dare la colpa ai politici, ai sindacalisti, al ’68 e via andando. Esistono i genitori che fanno ricorso al tribunale amministrativo contro le bocciature, dove sono quelli che fanno ricorso contro l’ignoranza? Quando prendevamo un brutto voto il nostro problema non era a scuola, che a tutto si rimedia, ma a casa, dove nulla si trascura. È una brutta deriva, rabbiosa e lamentosa, quella che si è presa. Che poi genera una classe dirigente che alla voce “congiuntivo” prova a vedere se l’occhio ti lacrima.

La scuola è preziosa per i non protetti e per la competizione. In silenzio molti, in cattedra e fra i banchi, ci salvano. A far rumore sono gli altri.

La Ragione

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