La libertà non si difende proibendo le parole

La libertà non si difende proibendo le parole

Le recenti dichiarazioni del senatore Francesco Verducci, pronunciate nel corso della conferenza stampa “Contrasto all’hate speech nel discorso pubblico” il 18 giugno scorso, secondo il quale la parola «remigrazione» dovrebbe essere «abolita dal linguaggio della politica» e «bandita» mediante un accordo tra tutte le forze politiche, mi impongono una riflessione che trascende il tema dell’immigrazione e investe direttamente la qualità della nostra democrazia liberale.

Il punto, infatti, non è se si condivida o meno il contenuto politico associato a quel termine.

Il punto è un altro: può una democrazia liberale combattere idee ritenute pericolose attraverso la censura del linguaggio? La risposta dovrebbe essere semplice. No.

Non perché tutte le idee abbiano uguale dignità morale o politica. Non perché ogni opinione sia necessariamente rispettabile. Ma perché uno Stato fondato sulla libertà non può attribuire alla politica il potere di stabilire quali parole possano essere pronunciate e quali debbano essere espulse dal dibattito pubblico.

La tradizione liberale nasce precisamente per impedire questo.

Da sempre i liberali hanno diffidato di coloro che ritengono di possedere la verità al punto da volerla imporre agli altri. È una diffidenza che attraversa secoli di pensiero politico e giuridico.

John Stuart Mill, nel celebre On Liberty, formulò forse la più alta difesa della libertà di espressione mai scritta: «Se tutta l’umanità meno uno fosse della stessa opinione, e una sola persona fosse dell’opinione contraria, l’umanità non avrebbe maggior diritto di mettere a tacere quella persona di quanto essa, se ne avesse il potere, avrebbe diritto di mettere a tacere l’umanità.»

La grandezza di Mill consiste nell’aver compreso che la libertà di parola non serve a proteggere le opinioni maggioritarie, ma quelle minoritarie; non le idee accettate, ma quelle contestate; serve a proteggere il diritto di dissentire.

Chi cerca la verità deve sopportare che altri la cerchino per vie diverse dalle proprie, anche se ciò risultasse un ostico esercizio di tolleranza. Se nessuno possiede la verità in modo assoluto, nessuno può arrogarsi il diritto di stabilire preventivamente quali idee possano essere discusse e quali debbano essere escluse dal confronto pubblico. Luigi Einaudi nei primi anni ’20 del Novecento scriveva che «il bello, il perfetto non è l’uniformità, non è l’unità, ma la varietà ed il contrasto», del resto sempre lo stesso Einaudi ci esortava dicendo «se nessuno vi dice che avete torto, voi non sapete più di possedere la verità».

Immaginiamo cosa sarebbero state le battaglie civili di Marco Pannella, se fosse stato costretto ad usare il linguaggio edulcorato del politicamente corretto. Quelle battaglie avrebbero avuto la stessa forza?

È un dato storico che il potere tende sempre ad allargare progressivamente i confini della censura una volta che gli sia stato consentito di esercitarla ed è per questa consapevolezza che chi si definisce liberale non può condividere quanto affermato dal senatore del Partito Democratico.

L’art. 21 della Costituzione garantisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Non tutela soltanto le opinioni condivise o socialmente accettabili. Se così fosse, la garanzia costituzionale sarebbe sostanzialmente inutile.

La libertà di espressione acquista significato proprio quando protegge idee che una parte della società considera errate, offensive o disturbanti.

Nella storica sentenza Handyside c. Regno Unito del 7 dicembre 1976, la Corte europea dei diritti dell’uomo affermò che la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e si applica non soltanto alle informazioni e alle idee accolte favorevolmente, ma anche a quelle che «offendono, scioccano o disturbano lo Stato o una parte qualsiasi della popolazione». Tali sono, osservò la Corte, le esigenze del pluralismo, della tolleranza e dello spirito di apertura senza i quali non esiste una società democratica.

La tradizione costituzionale americana si è spinta persino oltre. Nella celebre decisione Brandenburg v. Ohio del 1969, riguardante un esponente del Ku Klux Klan, la Corte Suprema degli Stati Uniti stabilì che persino la propaganda politica estremista e ripugnante resta protetta dal Primo Emendamento, salvo che sia diretta a provocare un’azione illegale imminente e concretamente idonea a produrla.

In uno Stato liberale non esistono parole vietate. Esistono soltanto condotte vietate.

Non si punisce un termine perché sgradito o offensivo. Si sanziona un comportamento se ed in quanto arreca una concreta lesione a beni giuridici tutelati dall’ordinamento.

Confondere questi due piani significa smarrire una delle conquiste fondamentali della civiltà giuridica moderna.

La richiesta di «bandire» una parola dal lessico politico rivela inoltre una profonda illusione: quella secondo cui eliminare una parola significhi eliminare l’idea che essa esprime.

La storia dimostra esattamente il contrario. Le idee non scompaiono quando vengono censurate. Cambiano linguaggio, si spostano in altri spazi, si radicalizzano e spesso finiscono per acquisire un fascino ulteriore proprio perché percepite come proibite.

Karl Popper, nella sua teoria della società aperta, spiegò che le idee sbagliate devono essere combattute attraverso la critica razionale, il confronto pubblico e la confutazione argomentata. Trasformarle in tabù significa sottrarle alla verifica critica e alimentarne la forza simbolica.

È il grande paradosso della censura: se una parola è davvero razzista, sbagliata o incompatibile con i valori costituzionali, il modo più efficace per combatterla consiste nel consentirne l’utilizzo e nel dimostrarne pubblicamente l’inconsistenza.

Se invece si ritiene necessario vietarla, la si trasforma inevitabilmente in una bandiera identitaria per coloro che la utilizzano e in una prova della presunta intolleranza del sistema che pretende di combatterla.

La censura finisce così per diventare il più efficace strumento di propaganda delle idee che vorrebbe sconfiggere.

Per questa ragione chi si dice liberale guarda sempre con sospetto alle guerre linguistiche. La convinzione che la realtà possa essere trasformata attraverso il controllo del vocabolario appartiene più alle distopie che alle democrazie costituzionali.

Questi principi non appartengono solo al Diritto, anche nella Letteratura sono stati ampiamente e autorevolmente affermati.

George Orwell in 1984 immaginò una «Neolingua» costruita per restringere progressivamente l’orizzonte del pensiero. Riducendo il numero delle parole disponibili, il potere rendeva impossibile formulare determinate idee. Così come Aldous Huxley descrisse una società nella quale il conformismo culturale sostituiva la libertà di giudizio. Philip K. Dick mostrò ripetutamente come il controllo del linguaggio rappresenti uno degli strumenti più efficaci per alterare la percezione della realtà.

Naturalmente nessuna democrazia è tenuta a restare indifferente di fronte a progetti politici che ritenga pericolosi o contrari ai propri valori fondamentali, ma la risposta democratica a tali progetti non può essere la censura preventiva del linguaggio.

Perché una società libera non si misura dalla capacità di proteggere le opinioni che tutti condividono.

Si misura dalla capacità di tollerare quelle che molti detestano.

Il giorno in cui la politica pretenderà di stabilire quali parole possano essere pronunciate e quali debbano essere proibite, il problema non sarà più quella parola.

Il problema sarà la libertà.

E la libertà, una volta sacrificata in nome delle migliori intenzioni, raramente viene restituita integralmente ai cittadini.

 

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