La Primavera di Kiev eco delle precedenti

La Primavera di Kiev eco delle precedenti

L’insopprimibile anelito alla libertà

E se il Novecento non fosse finito? E se il “secolo breve”, come lo volle definire Eric Hobsbawm, fosse il “secolo lungo”? Certo, dopo la fine del comunismo storico in Urss ne è passata acqua – e sangue – sotto i ponti: guerre, terrorismo, globalizzazione, Cina, pandemia. Ma alla fine di questo lungo giro di giostra non ci ritroviamo con un conflitto nel cuore dell’Europa dell’Est che ricorda i rumori di ferro e di fuoco dei carri armati russi a Budapest e a Praga?

In fondo, quel che sta accadendo in Ucraina è una storia che conosciamo: rientra nelle vicende dell’imperialismo russo come tentativo, da parte di Vladimir Putin, di ridare a Mosca il prestigio di capitale imperiale con i satelliti che vi ruotano intorno. Come fu repressa la Primavera di Praga, così si cerca di reprimere la Primavera di Kiev. Con una differenza fondamentale: cinquant’anni fa il mondo delle democrazie liberali non poteva che stare alla finestra, mentre mezzo secolo dopo i Paesi e i popoli europei che erano al di là della “cortina di ferro” resistono al dominio russo e si rivolgono all’Occidente – la Nato – affinché la primavera non ridiventi inverno.

Ecco perché la “guerra fredda” del Novecento è diventata la “guerra calda” del XXI secolo. Ma sempre di Novecento si tratta o, se più aggrada, di una sua appendice. Le categorie del secolo scorso non possono essere usate per capire il nuovo millennio. Così, a volte e stancamente, si sente dire.

Ma se le categorie del “secolo breve” – compreso tra il 1914 e il 1989 – sono la libertà e il totalitarismo e se la minaccia totalitaria è insita nella modernità come pretesa illusoria di controllare totalmente la storia umana, perché mai non bisognerebbe ricorrere alla libertà per neutralizzare tanto culturalmente quanto politicamente il pericolo totalitario?

Lo scrittore Milan Kundera, nel testo “Un Occidente prigioniero” ora pubblicato da Adelphi, scriveva nel 1967: «All’Europa centrale e alla sua passione per la diversità nulla poteva risultare più estraneo della Russia, uniforme, uniformante, centralizzatrice, tesa a trasformare con temibile determinazione tutte le nazioni del suo impero (ucraini, bielorussi, armeni, lettoni, lituani, ecc.) in un unico popolo russo (o, come si preferisce dire oggi, in virtù della generalizzata mistificazione del lessico, in un unico popolo sovietico)».

Esemplare. Novecentesco. Attualissimo. Perché, al di là di tutti i calcoli militari e di tutte le analisi geopolitiche, nell’Europa centrale di Kundera c’è una grande questione di libertà che la Resistenza ucraina ci fa toccare con mano.

La Ragione

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