Magistratura e referendum, botta e risposta tra Cerasa e Benedetto

Giuseppe Benedetto risponde al Direttore del Foglio Claudio Cerasa che, in un editoriale, aveva collegato l’invadenza della magistratura con la riforma costituzionale

Claudio Cerasa: L’imparzialità dei magistrati spiegata dal caso Di Matteo

Antonino Di Matteo sapete tutti chi è: è un magistrato palermitano di 56 anni, è presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati di Palermo, sostituto procuratore alla procura di Palermo. Nelle ultime settimane il nome di Antonino Di Matteo è tornato a essere al centro dell’attenzione per una sberla micidiale che un giudice di Palermo, la dottoressa Marina Petruzzella, ha rifilato a quello che doveva essere il processo del secolo e che invece si sta trasformando sempre di più, giorno dopo giorno, in un grande incubatore di manipolazioni: il processo sulla trattativa stato-mafia. La scorsa settimana il Foglio ha pubblicato le conclusioni integrali allegate alle motivazioni della sentenza di assoluzione di un caso che doveva essere il perno della trattativa stato-mafia, il processo a Calogero Mannino.

Motivazioni devastanti, che hanno demolito l’impianto accusatorio dell’inchiesta, con il giudice Petruzzella che ha infierito sia sull’inesistenza di prove nel processo sia sull’astuzia adottata dai protagonisti dell’inchiesta per creare attorno al processo un consenso mediatico che ha drogato le indagini preliminari. Ma per Nino Di Matteo, magistrato ovviamente scomodo, ovviamente sotto scorta, ovviamente idolo grillino, votato dagli iscritti al blog di Beppe Grillo nel 2015 come terzo possibile candidato alla presidenza della Repubblica, la trattativa stato-mafia non rappresenta solo un normale processo o una normale attività giudiziaria.

È stata qualcosa di più: qualcosa che ha proiettato Di Matteo in un Olimpo in cui nel 2011 si è proiettato anche il suo collega Antonio Ingroia. Un Olimpo speciale all’interno del quale, in Italia, i magistrati si sentono spesso legittimati a occuparsi tanto di codice penale quanto di codice morale, sorvolando sulle norme che obbligano giudici e pm a svolgere costantemente una funzione di terzietà.

Quando si entra in questo Olimpo, per la verità molto affollato e ormai poco elitario, la linea di demarcazione che separa la professione del magistrato dalla professione di guru politico diventa sempre più sottile, sempre più sfumata, e può succedere qualsiasi cosa. Persino che un magistrato, che in teoria dovrebbe ricordare che “terzietà e imparzialità sono assunte come le caratteristiche che consentono di distinguere i giudici dagli altri organismi che esercitano funzioni statali diverse”, prenda una posizione politica contro un qualche politico, accettando dunque di diventare una figura non solo pubblica ma pienamente politica. Antonio Ingroia, amico e collega di Di Matteo, dopo aver costruito una carriera sulla base di un’inchiesta senza prove, la trattativa stato-mafia, è sceso in campo, come sapete, e si è candidato in politica contro tutto quel sistema che ha combattuto da magistrato.

Non si sa se il dottor Di Matteo seguirà la stessa strada del dottor Ingroia. Ma si sa che qualche giorno fa è successo qualcosa di clamoroso, che altrettanto clamorosamente non ha suscitato alcun tipo di reazione. È il 27 ottobre, siamo a Palermo, a un convegno organizzato dal comitato “Liberi cittadini per la Costituzione”, e accanto a una deputata del Movimento 5 stelle, Giulia Sarti, c’è Antonino Di Matteo che parla di riforme, di Costituzione, di governo, di Renzi e di “rischio dittatura per l’Italia” in caso di vittoria del Sì.

Con un tono pacato, senza alcun disagio, perfettamente a suo agio nel ruolo di interprete delle vere volontà dei padri costituenti, Di Matteo snocciola tutto il repertorio grillino per il No (il 27 settembre, non si capisce bene per quali ragioni, il sindaco di Roma Virginia Raggi ha dato la cittadinanza onoraria al pm palermitano). Lo spartito è il solito. Il complotto di JP Morgan. La fine della democrazia. Il disegno di distruzione del paese che va da Gelli a Renzi. E così via.

Lo spirito usato da Di Matteo – arriviamo al succo della questione – è lo stesso utilizzato nel processo sulla Trattativa: dimostrare che le azioni della politica sono avvolte da una nube di opacità che rende illegali e immorali (il magistrato dice che la riforma non solo è sbagliata ma “viola” i principi della Costituzione) tutte le decisioni che vengono portate avanti da una classe politica non all’altezza della situazione e dunque non legittimata ad agire.

“La riforma è stata ideata e ostinatamente voluta dal Governo della Repubblica con la pressione e l’etero direzione dell’ex Presidente della Repubblica Napolitano”, dice Di Matteo come se questa presenza in campo di Napolitano fosse quasi un’aggravante penale (a proposito di terzietà: il Csm ha nulla da dire su un magistrato che dopo aver coinvolto Giorgio Napolitano in un processo senza prove ora fa campagna, via referendum, contro lo stesso ex presidente della Repubblica?).

Si capisce che questi temi non facciano scalpore in un paese in cui la principale corrente della magistratura (Md) organizza comitati elettorali alla luce del sole contro una riforma costituzionale sostenuta dal governo. Si capisce che tutto questo non possa far scandalo in un contesto in cui il capo dell’Anm delegittima ogni giorno la classe politica dicendo che i politici “non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi”.

Ma in un paese in cui molte riforme costituzionali sono cadute anche per via giudiziaria (“Ricordo che a un certo punto, quando eravamo al nodo giudiziario, arrivò un telegramma dalla procura di Milano: era una diffida a proseguire”, ha raccontato qualche settimana fa Ciriaco De Mita, svelando una delle ragioni per cui nel 1993 non venne realizzata la riforma costituzionale) un magistrato che si traveste da politico, usando il consenso derivatogli da un’inchiesta giudiziaria giudicata senza capo né coda da un giudice della sua stessa procura, dovrebbe farci riflettere su molte cose.

Su come la terzietà sia diventata un gargarismo come il garantismo. Su come ormai sia diventato normale ciò che in qualsiasi altro paese al mondo verrebbe considerato non normale (la giustizia politica). E su come sia deleterio non cambiare un sistema istituzionale come quello attuale che è così debole da essere diventato il paradiso perfetto per una categoria particolare di magistrati. Quelli specializzati nel confondere penale e morale. Quelli specializzati a miscelare con abilità avvisi di sfratto alla politica con avvisi di garanzia ai politici.

 

Giuseppe Benedetto: Direttore, sono d’accordo col suo articolo, ma che c’entra il referendum?

Caro Direttore,

di ritorno da un viaggio all’estero ho avuto modo di leggere il suo articolo pubblicato lunedì 7 novembre sul giornale da Lei egregiamente diretto, dal titolo “L’imparzialità dei magistrati spiegata dal caso Di Matteo”.

Gli articoli a Sua firma sono sempre interessanti e spesso condivisibili. L’articolo in questione è, per quanto mi riguarda, totalmente condiviso. C’è però un aspetto che non mi convince: perché lei attribuisca delle ricadute positive alla riforma costituzionale sottoposta a Referendum confermativo, in relazione alla materia trattata nell’articolo.

Mi sarà sfuggito il passaggio, l’articolo della Costituzione modificato che possa per il futuro indirizzare nel giusto alveo il rapporto tra magistratura e politica.
Non mi pare sia previsto il logico e, direi, doveroso completamento dell’art. 111 della Costituzione, che porti a compimento il rito accusatorio nel processo penale. Di separazione delle carriere, ad esempio, non mi pare si parli nella Costituzione novellata. Né altro, a meno di clamorose mie sviste, è previsto in questa riforma per riequilibrare i poteri dello Stato.

Lei sa che non sono un pasdaran del SI, né del NO. Ma non farei trascorrere un solo minuto per arruolarmi, da soldato semplice, combattente di frontiera nelle schiere dei riformatori, qualora una sola riga fosse stata scritta nella Costituzione riformata in favore dei principi sopra esposti e da Lei sicuramente condivisi.

Non vorrei che nel caricare di significati, da una parte e dall’altra, il prossimo appuntamento referendario, si finisca per attribuire al risultato, qualunque esso sia, delle virtù salvifiche che rappresenterebbero null’altro che un’eterogenesi dei fini.

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