Liberali italiani alla prova del Trump

l confronto televisivo tra Donald Trump e Hillary Clinton, la coppia di candidati alla Casa Bianca più impopolare della storia degli Stati Uniti, ha forse chiarito le idee all’elettorato americano. Per i liberali duri e puri, orfani di Ronald Reagan e a cui di questi tempi non dispiacerebbe neppure la terza via di Bill Clinton, la decisione è ancora più complicata. Visto dall’Italia, poi, dove la rappresentanza politica liberale è quanto mai frastagliata (per non dire eterea), quel confronto americano può causare invidie ma anche fornire spunti ideali per un domani possibilmente più radioso.

Abbiamo chiesto ad alcuni opinionisti italiani di rifletterci su. Meglio Hillary o The Donald? “Penso che Trump non sia adatto a fare il presidente degli Stati Uniti, ha idee protezionistiche pericolose, non ha mai espresso politiche credibili, ma solo slogan populisti – dice Alberto Alesina, economista a Harvard e visiting professor alla Bocconi – Dall’altro lato la Clinton continuerà a fare ciò che è stato fatto finora, anzi, propone di aumentare le tasse e la spesa pubblica. Se vince non sarebbe una catastrofe immediata, ma non farà molto per risolvere i due grandi problemi del paese: un debito pubblico enorme e il rallentamento della crescita”. Alesina, che in passato ha appoggiato Mitt Romney contro Barack Obama, dice che questa volta “manca un candidato liberal sui diritti civili ma conservatore e pro market in economia, a causa della crisi del Partito repubblicano”. ’È più o meno lo stesso scenario che si trova di fronte l’elettorato italiano? “In Italia, per un liberale l’unico sbocco è attualmente nell’area centrista della sinistra, un po’ come accade negli Stati Uniti, dato che i repubblicani sono nelle mani di estremisti religiosi e populisti”.

Di fronte all’alternativa Trump-Clinton, Alessandro De Nicola, presidente dell’Adam Smith Society, preferisce il candidato libertario: “Se fossi americano voterei per Gary Johnson. È un candidato leggerino e un po’ matto ma bisogna evitare l’elezione di Trump, sarebbe la rovina degli Stati Uniti e un grave colpo alla stabilità mondiale”. Perché non votare per Hillary allora? “La Clinton è un Nixon in gonnella con politiche più deleterie di Nixon, ma è un male rimediabile. Spero che venga eletta con un mandato debole, così che il paese rinsavisca e tra quattro anni non riproponga i candidati peggiori di sempre”. Per un liberale è la stessa crisi di coscienza che si presenta in Italia? “Renzi, con tutti i suoi difetti, è meno peggio della Clinton: mentre la prima sposta l’asse dei democratici verso sinistra, lui sposta il partito lievemente verso l’area liberale e centrista. In un ballottaggio con Grillo o Salvini non avrei dubbi: voterei per Renzi”.

Piero Ostellino, editorialista del Giornale, si è fatto un’altra idea. “Trump viene delegittimato perché populista, ma la sua immagine è distorta da una stampa schierata con la Clinton. Trump in realtà rappresenta una posizione diffusa nel mondo occidentale, su temi che riguardano la gente comune”. Il magnate americano quindi incarna una frattura reale tra popolo e élite che viene oscurata dai media: “Le élite sono tutte con la Clinton, mentre Trump nella sua rozzezza rappresenta l’opinione pubblica americana meglio di un prodotto artificiale della cultura di sinistra, che è tanto vicina agli intellettuali quanto lontana dall’uomo comune”. Per l’ex direttore del Corriere della Sera non ci sarà l’Apocalisse se dovesse vincere il candidato repubblicano: “Perché non c’è stata una mutazione genetica dell’elettorato, gli americani sono gli stessi e l’America resterebbe la guida dell’occidente”.

Anche per Giovanni Orsina, storico all’Università Luiss, l’irruzione di The Donald è il segnale di sommovimenti più profondi: “Il confronto Trump-Clinton è una riproduzione perfetta del conflitto che stanno vivendo tutte le democrazie. È in corso una ribellione delle masse contro un establishment che non è più capace di dire nulla sull’attualità e sul futuro. L’élite deve guidare e dirigere, ma qui non dirige più nessuno. Anche il Santo padre dice ‘Chi sono io per giudicare?’. Si vede il giudicare come un’accusa a qualcuno, ma il giudizio deriva da un senso del bene e del male”. E mentre nessuno giudica, Trump fa una campagna elettorale tutta basata su giudizi netti. “Trump dice che i valori americani devono essere salvaguardati dagli immigrati, c’è il bene e il male. Ortega y Gasset nel 1930 descriveva a cosa avrebbe portato la crisi delle élite: ‘Fra poco si udrà un grido in tutto il pianeta, come l’ululato di innumerevoli mastini, fino alle stelle, chiedendo qualcuno che comandi’”.

Insomma, il fenomeno Trump non è passeggero. “Se milioni di persone votano per qualcuno non è uno scherzo. Trump affronta problemi seri con una ricetta seria: l’America first, la chiusura. Da liberali possiamo dire che non è la ricetta giusta, ma dobbiamo cercare di capire per quale motivo il partito di Reagan è finito in mano a lui”.

Luciano Capone, Il Foglio 28 settembre 2016

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