FLER News n.6

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Freni e contrappesi alla sovranità popolare affinché la democrazia non divenga tirannia della maggioranza.

“Tutti…fermamente crediamo nel princiopio della sovranità popolare…poiché nessuno può aver dimenticato la chiusa dell’immortale discorso pronunciato a Gettysburg da Abramo Lincoln il 19 novembre 1863: «Il governo del popolo, esercitato dal popolo, a vantag­gio del popolo, (government of the people, by the people, for the people) non verrà mai più meno su questa nostra terra». …Ma nessuno può dimenticare altresì che nulla temevano i fondatori del­la costituzione americana più che la illimitata potestà del popolo di deliberare senza alcun freno o vincolo…

…Ho ascoltato esterrefatto i colleghi della commissione dei 75 e della assemblea (sott. costituente) parlare della «sovranità popolare» come di un «principio», di un «assioma»…di una verità paragonabile alle verità accettate nelle scienze matematiche e naturali……Ma…..non può essere verità assiomatica un principio il quale conduce alla meta ultima del governo di assemblea; il quale dà il potere, tutto il potere a chi si sia impadronito della maggioranza del parlamento. …..Go­verno di assemblea vuol dire tirannia del gruppo di maggioranza…vuol dire totalitarisrno…

…Tutti i governi tirannici e totalitari hanno fatto appello al principio della sovranità popolare. …

…Fortunatamente per la libertà umana, è falso il punto di partenza. …la «sovranità popolare» non è una verità assiomatica; è…per usare il linguaggio di Vilfredo Pareto, un mito o, per usare quel­lo di Gaetano Mosca, una formula politica. …Al di sopra dei miti e delle formule politiche…esiste il fine supremo della consociazione politica: che è di promuovere la libertà e la indipendenza spirituale dell’uomo, il perfezionamento materiale è morale suo. Ed il raggiungimento del fine supremo è incompatibile con qualunque specie di asservimento dell’uomo…” (Luigi Einaudi, Il mito della sovranità popolare, 1947, in Riflessioni di un liberale sulla democrazia 1943-1947, a cura di Paolo Soddu, Firenze, 2001).

 Basta con il tormentone della Legge Elettorale 

di Massimo Teodori

La riforma della legge elettorale con l’abolizione del “Porcellum” è stato – e speriamo non sia più – un tormentone senza fine per la semplice ragione che il sistema in vigore faceva comodo a tutti, o quasi, i partiti di governo e di opposizione. Il fatto che le oligarchie partitiche potessero designare i membri del Parlamento, e che con un modesto gruzzolo di voti si potesse ottenere – almeno alla Camera – la maggioranza dei seggi, ha rappresentato in questi anni, insieme al finanziamento pubblico, il fondamento di quella “costituzione materiale” a carattere partitocratrico.

La decisione della Corte costituzionale di dichiarare illegittimi proprio i due punti (soglia per il premio di maggioranza e liste bloccate) di cui i partiti sono stati i gelosi difensori, costituisce senza dubbio una svolta che segna il passaggio tra diverse stagioni nella politica nazionale. Personalmente ho qualche riserva sull’opportunità che un organo di garanzia, come la Corte, in sostanza legiferi su un tema come la legge elettorale che, in Italia, non è costituzionalizzata. Ma quando in politica si verifica un vuoto, come nel caso dell’attuale Parlamento, inevitabilmente esso viene colmato da un potere diverso da quello preposto ad una determinata funzione.

Se sotto l’aspetto istituzionale lo svuotamento del Parlamento è stato irrituale, dal punto di vista politico lo schiaffo della Corte si è dimostrato più che salutare. L’attesa della riforma elettorale è stata troppo lunga. Ormai i partiti non potranno più fingere con una ambigua divaricazione tra parole e fatti, durata già troppo a lungo con il discredito delle istituzioni. Entro poco tempo, Camera e Senato dovranno varare una legge elettorale su cui vi sia un largo accordo, almeno delle forze politiche più significative, senza distinzione tra maggioranza e minoranze.

Per quel che ci riguarda, noi della Fondazione Einaudi ci siamo pronunziati a favore del sistema “doppio turno in una sola votazione”, nelle diverse versioni “australiano” o “liberal-einaudiano” dalla proposta che Luigi Einaudi avanzò negli anni cinquanta. Siamo però consapevoli che si tratta di un sistema marginale rispetto alla tradizione italiana che difficilmente potrà essere adottato nonostante la sua capacità di massimizzare le scelte degli elettori rispetto al potere dei partiti.

A mio avviso, tuttavia, il sistema che verrà dovrà garantire due esigenze con una efficace combinazione dei principi di governabilità e di rappresentatività. Innanzitutto occorrerà che dalle urne esca direttamente una maggioranza parlamentare per la formazione di un governo dalle solide basi. Quindi dovrà assicurare che i cittadini possano scegliere i loro rappresentanti senza essere espropriato di questo basilare diritto come lo sono stati con il “Porcellum”.

 Ci volevano i liberali per far fuori il Porcellum 

di Beppe Facchetti

Che siano due liberali dal cognome illustre, figlio e nipote di Aldo Bozzi, e un socialista,  Felice Besostri, ad avere ma­terialmente colpito e affon­dato il Porcellum, è un fatto simbolico che merita un pic­colo approfondimento.

Senza dimenticare i cri­stiano democratici, spesso determinanti, liberali e socia­listi sono in Europa ancora partiti protagonisti. Non in Italia, dove molti si dicono liberali senza praticarne l’im­popolare e aspra disciplina, e dove altri si considerano socialisti capaci di andare «oltre», magari perdendo per strada le ragioni forti della socialdemocrazia riformista.

Tutto è cominciato dai refe­rendum del 1993, che hanno aperto le porte al «salvifico» maggioritario bipolare, ancor oggi celebrato da tanti, coniu­gato in concreto in versioni progressivamente peggiori, fino all’apoteosi aberrante della legge Calderoli.

Spendendo 7.500 euro, molta testardaggine e soprattutto fiducia nella legalità democratica, i due Bozzi sono riusciti a convincere la Corte Costituzionale (dopo varie sordità preliminari), e hanno ottenuto anche lo scopo di dimostrare che liberali e so­cialisti non solo ci sono anco­ra, ma riescono a far valere, sulle cose decisive, la ragione democratica che non cessa di combattere. Spazzando via opportunismi ipocriti, rinvii, muri di gomma, bugie, indif­ferenza agli appelli anche più elevati, due storie ideali escono dall’angolino e rivendica­no almeno il rispetto delle cose basilari: elezioni specchio di una società multifor­me, che vuole vedere in faccia coloro che vengono eletti e non può accettare premi non rispondenti alla volontà popolare.

E allora val la pena di ricor­dare che è semplicistico, o conveniente, definire otto­centesche certe conquiste, ideologiche certe posizioni, in nome però di una democra­zia postmoderna nutrita solo di sterile pragmatismo.

I liberali, nella storia, han­no ottenuto cosucce non da poco, ancora attuali, come la separazione dei poteri (vedi conflitto oggi tra magistratu­ra e politica), le costituzioni come limitazione comunque del potere, lo stato di diritto, la libertà di coscienza, i diritti della persona (senza distin­guere tra sesso e orientamen­to, o tra nativi e immigrati) il welfare come missione dello Stato (Beveridge era un libe­rale).

I socialisti democratici hanno saputo respingere la dittatura del proletariato in nome dei diritti dei lavorato­ri, hanno dato anima al sinda­calismo, hanno realizzato statuti e leggi a favore dei più deboli, senza per questo met­tere in discussione la libertà di tutti.

Cose del passato? Forse, ma sempre a rischio, in tempi di populismo. Se il vecchio Aldo Bozzi, presidente del Pli, avesse potuto vincere – nella Bicamerale 1984, che presie­dette – almeno sul punto della regolamentazione pubblici­stica della vita dei partiti, avrebbe dato alla Repubblica strumenti contro l’uso criminale del giusto finanziamento pubblico, e se fosse arrivato comunque un Porcellum, ci sarebbero state regole per scegliere parlamentari che oggi disprezzano proporzio­nale e preferenze, ma non hanno mai conosciuto la dura ma onesta regola della conta dei voti e dell’apprezzamento personale.

 Il liberale Angi 

 
Lo hanno definito “un liberale al di sopra delle parti tra economia, cultura e impegno civile”: Angelo Rampinelli Rota è stato commemorato pubblicamente a Brescia a due mesi dalla scomparsa. Tra gli oratori, segnaliamo tre amici della Fondazione Einaudi: Salvatore Carrubba, Stanislao Cavandoli e Valerio Zanone. Che così lo ricorda: “Il liberalismo di Angi Rampinelli  veniva dalla tradizione della borghesia lombarda formata da  avvocati esperti di commercio e di finanza, da banchieri inclini al mecenatismo, da professionisti attivi negli affari e appassionati della buona musica e delle buone letture. Di quella borghesia Rampinelli fu protagonista nella sua Brescia, ne sarebbe stato un eccellente sindaco e ci provò con una lista civica  sostenuta da molti giovani. Prestò servizio alla sua città come consigliere comunale e poi presidente dell’azienda  municipale leader delle nuove energie. Consigliere nazionale  del Partito Liberale Italiano, dopo la fine del partito si allontanò dalla politica attiva ma non dalla vita pubblica bresciana, accompagnando alla professione forense una prestigiosa  attività culturale ed editoriale”.

 Stato e scuola: il veleno che li danneggia 

di Giancristiano Desiderio

La storia italiana conosce un solo tipo di scuola: la scuola di Stato. Questa unicità confonde le idee e tende a far credere che la sola scuola pubblica sia quella statale mentre la scuola è pubblica per definizione e per funzione. L’espressione “religione di Stato” fa inorridire perché esprime la negazione della libertà religiosa. Invece, la formula “scuola di Stato” è celebrata come esempio di libertà ma è evidente che le due espressioni sono equivalenti: là dove c’è, come in Italia, un sistema monopolistico, “scuola di Stato” significa “religione di Stato”. Scuola significa libertà e Stato significa sicurezza. Le due cose sono diverse ma per ragioni storiche e culturali sono state messe insieme fino a confondersi.

Andrea Ichino ha di recente posto tre importanti questioni. La prima riguarda la possibilità d’avere una scuola di buona qualità che non lasci indietro nessuno ma che, al contempo, permetta ai talentuosi, indipendentemente dalla loro condizione sociale, di esprimersi e migliorarsi. La seconda riguarda il rapporto tra le “due culture” – la classica e la scientifica – e l’idea, forse l’esigenza, che nel curriculum di studi le ore della cultura scientifica aumentino. La terza riguarda la dimensione mastodontica della scuola italiana che per la sua stessa mole – “un’organizzazione più grande quasi dell’esercito americano” – e le parziali riforme dell’autonomia è diventata ingovernabile dallo stesso ministero e per salvarla è necessario che lo Stato non sia l’unico “gestore” della scuola. Queste tre scelte strategiche sono tutte cose buone e giuste ma l’esperienza e la storia ci dicono che nel passaggio dall’ideazione all’attuazione le buone intenzioni non realizzano concrete azioni e miglioramenti. Perché? Perché la scuola italiana è tutta – tutta – governata dall’ordinamento legislativo che con le sue norme e leggi l’amministra e la dirige verso il diploma (scuola secondaria) e laurea (università) che sono titoli di studio che hanno prima un valore legale e dopo, soltanto dopo, un valore culturale e formativo. Il valore legale dei titoli di studio è, come sapevano molto bene Luigi Einaudi e Salvatore Valitutti, un veleno che una volta iniettato nella scuola e negli studi la tramortisce e li snatura. Non sarà mai possibile iniziare a riformare seriamente la scuola e l’università se non si toglie dai loro organismi il veleno.

Quando si affronta il problema della scuola bisognerebbe prima di tutto porre una domanda: perché si va a scuola? La risposta italiana è sbagliata: si frequenta la scuola per prendere il diploma e l’università per avere la laurea. La risposta giusta è un’altra: si va a scuola e in accademia per conoscere, ricercare e migliorarsi. I titoli di studio si possono acquistare e regalare, ma la formazione e il sapere non si acquistano in nessun luogo e si possono solo conquistare. Lo Stato italiano usa il suo ordinamento scolastico e accademico come una sorta di ufficio a cui appaltare la creazione di impiegati, burocrati, dirigenti e figure professionali di cui ha bisogno. In questo modo,  con un sol colpo danneggia se stesso e l’insegnamento: non alleva buoni dirigenti e distrugge la scuola.

Per uscire da questo sistema non c’è altra strada se non riconoscere che la scuola e gli studi si fondano sulla libertà. Qualcuno forse pensa che il fondamento della matematica sia il Parlamento o che la filosofia si fondi sulla sovranità popolare? Soltanto se si svaluta il valore legale del diploma e della laurea – che del resto sono già svalutati dalla realtà – si potranno riportare la scuola a scuola e gli studi agli studi. Soltanto con la svalutazione del valore legale si potrà rivalutare il valore culturale della scuola e iniziare a lavorare per un miglioramento delle nuove generazioni che, formandosi nella pratica della libertà, si prepareranno ad affrontare gli esami extra-scolastici della vita e dello Stato per affermarsi nel lavoro e conquistarsi un posto nel mondo.

Le cariche sociali

Nella riunione del 10 dicembre, il Direttivo ha eletto al suo interno il Comitato esecutivo:

presidente – Guido Di Massimo    [email protected];

vicepresidente vicario – Cesare Giussani    [email protected];

vicepresidente – Elvira Cerritelli    elvira.[email protected];

segretario – Enrico Morbelli    [email protected];

tesoriere – Michele Polini    [email protected];

membri del comitato:

Saro Freni    [email protected];

Corrado Rajola    [email protected]

“e-democracy; rischi e opportunità”

Il 16 gennaio 2014 alle 15.30, presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, in Piazza dell’Enciclopedia Italiana 4, si svolgerà un incontro sul tema e-democracy; rischi e opportunità. L’incontro, aperto a tutti, avverrà in occasione della pubblicazione di un numero monografico sul tema e-democracy della rivista “Paradoxa” (Fondazione Nova Spes), curato da Franco Chiarenza.

L’incontro si aprirà con una tavola rotonda alla quale parteciperanno Giancarlo Bosetti, Stefano Folli, Pietro Grilli di Cortona e Stefano Semplici.

Sono stati invitati a partecipare il Vice Presidente della Camera Luigi Di Maio e il giornalista Antonio Polito.

Seguiranno interventi programmati degli autori dei saggi ospitati nella rivista e di altre personalità interessate al tema che ne facciano richiesta.

Liberalismo senza teoria
di Corrado Ocone

La Biblioteca del Senato (in piazza della Minerva 38, a Roma) martedì 21 gennaio alle ore 17 ospita la presentazione dell’ultima fatica di Corrado Ocone: “Liberalismo senza teoria” edito da Rubbettino. A discuterne con l’autore saranno Giuseppe Bedeschi, Dino Cofrancesco, Luigi Compagna e Luigi Covatta; con Federica Buongiorno moderatrice dell’incontro.

 

Tutti a Scuola di Liberalismo

A Bologna la Scuola ha calato il sipario il 19 dicembre con la lectio magistralis di Antonio Martino e la premiazione delle migliori tesine di fine corso (quelle di Enrico Di Oto e Tommaso Graziani).

A Sulmona Giovanni Orsina ha concluso il ciclo di lezioni e qualche ragazzo è già alle prese con la stesura delle tesi. Le porteranno direttamente a Roma martedì 11 febbraio quando il coordinatore Luciano Angelone li condurrà in gita nella Capitale alla scoperta della Banca d’Italia e del Quirinale.

A Roma la Scuola è in vacanza natalizia; riprenderà venerdì 10 gennaio con la lezione di Massimiliano Dona.

A La Spezia (scarica il programma) fervono i preparativi: nella sede di Mediastaff in via Lunigiana, venerdì 7 febbraio Dino Cofrancesco terrà la lezione d’apertura su Liberalismo, comunità politica e  magistratura.

Ricordiamo infine che a Torino il debutto è fissato per martedì 25 febbraio al Centro Einaudi; mentre a Milano, nella nuova sede della libreria Open in via Montenero 6 in zona Porta Romana, lunedì 10 marzo prenderà il via la Scuola numero 90 (novanta!) dalla fondazione.

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