Far guerra alla Svizzera? No, il nemico è il fisco

Carlo Lottieri analizza il referendum ticinese

Nelle scorse ore gli elettori ticinesi hanno scelto di approvare la proposta «Prima i nostri», che vuole porre un qualche rimedio alla concorrenza dei 62 mila frontalieri italiani: soprattutto lavoratori delle province di Como e Varese che ogni mattina attraversano il confine e vanno in fabbrica o in negozio in Ticino.

Le ragioni di questo voto si possono comprendere. E non si tratta tanto di una carenza di posti (i disoccupati, in Svizzera, sono pochi), ma invece di una concorrenza sui salari. Quando un supermercato di Locarno offre tremila euro a una cassiera di Varese, non fatica a trovare candidate, ma con quello stipendio è difficile tirare avanti se si vive in Svizzera. Da tempo, insomma, i cittadini elvetici si lamentano della competizione portata loro dai lombardi. Riconosciuto tutto ciò, il voto di domenica rappresenta comunque un errore. Sul piano dei principi, non è difendibile la decisione d’impedire a un imprenditore di scegliere i dipendenti come meglio crede. E dal punto di vista economico è chiaro che la spinta verso il basso dei salari, causata dalla presenza dei lavoratori italiani, è solo un lato della medaglia. Bisogna infatti chiedersi quali sarebbero i prezzi, in Ticino, se non vi fossero camerieri, meccanici e commesse che vengono da fuori e accettano salari che (per gli standard svizzeri) sono abbastanza contenuti.

Proprio una settimana fa, un periodico della Svizzera italiana focalizzava l’attenzione sui rincari di ogni tipo che stanno colpendo i bilanci familiari dei ticinesi, ma senza i frontalieri le cose andrebbero pure peggio. Per giunta, è difficile pensare che la Svizzera sia disposta a rinunciare all’integrazione economica con l’Unione europea garantita dagli accordi bilaterali per soddisfare le richieste di una regione (quella italofona) che rappresenta solo il 4% della popolazione: e non è un caso che lo stesso referendum federale contro l’immigrazione del febbraio 2014 stia per avere una traduzione molto «soft». Per giunta, lo stesso sistema produttivo del Ticino, che conta complessivamente 340 mila abitanti, oggi non può in alcun modo fare a meno dei 62 mila lavoratori italiani e questo può far sì che ci si diriga verso soluzioni assai moderate.

Alla fine, la proposta di modificare la Costituzione cantonale potrebbe limitarsi a lanciare un segnale, senza incidere eccessivamente sulle regole. Il messaggio uscito dalle urne, però, dovrebbe essere compreso soprattutto in Lombardia, perché la vera ragione di questo conflitto tra insubri del Nord (ticinesi) e del Sud (varesini e comaschi) è soprattutto conseguente al disastro economico italiano: alla crescente distanza che oggi separa i prezzi e i salari ai due lati della frontiera. È stata insomma la crisi economica degli ultimi trent’anni a scavare questo solco a Chiasso. E allora l’unica soluzione di lungo periodo è che l’economia lombarda torni a essere quella che era, abbassando tasse e regolamentazione. Se ciò non avverrà, aspettiamoci altre tensioni.

Carlo Lottieri, Il Giornale 27 settembre 2016

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