Domenico da Empoli

Globalizzazione: fine dello stato-nazione?

Uno dei temi ricorrenti nel dibattito politico ed economico degli ultimi anni è quello della “globalizzazione” delle attività economiche, di cui si discutono gli effetti sull’occupazione, sulla distribuzione dei redditi (tra individui e tra gruppi transnazionali e nazionali), sui movimenti migratori, e in generale su tutti gli aspetti della vita non solo economica, ma anche sociale.

Il tema è oggetto di discussione anche a livello di pubblica opinione, dato che i progressi delle telecomunicazioni hanno reso evidentia milioni e milioni di persone le dimensioni della “rivoluzione” in corso e, ancor più, le veramente “mirabolanti” prospettive che tra poco tempo potrebbero aprirsi, avvicinando popoli e individui che si trovano a migliaia di chilometri di distanza e consentendo loro di lavorare insieme “in tempo reale”.

Come sempre capita di fronte a fenomeni che superano di molto le capacità di comprensione individuali, le valutazioni di quanto sta accadendo sono molto varie.

Secondo un’opinione diffusa, la globalizzazione porterebbe ad un processo di democratizzazione, con il venir meno del potere dello Stato-Nazione ed il prevalere delle forse economiche più capaci, in un quadro caleidoscopico.

Sulla base di quest’argomentazione, in diversi Stati, tra cui in modo forse particolare l’Italia, si sostiene l’opportunità di un maggior “decentramento” dei poteri, anche in forza delle considerazione che il processo di gobalizzazione tende a far sparire il ruolo dello Stato, che non è più in grado di controllare una parte crescente di quello che avviene nel suo territorio.

Il tema è troppo complesso per essere affrontato in modo soddisfacente, ma credo che possa essere utile presentare al riguardo alcune considerazioni che non mi sembra siano state sin ora adeguatamente valutate.

Pur essendo indubbio il molto maggior grado di libertà di cui dispongono gli individui in un sistema globalizzato, sembra a me che non bisogna trascurare il fatto che questo sistema (nel bene e anche nel male) non nasce in modo casuale, ma proviene, sia pur sulla base di sviluppi “naturali” (se tali si possono ritenere i progressi della tecnologia), sulla base di decisioni che sono state assunte proprio dagli Stati, con trattati internazionali ma anche con una miriade di decisioni prese in consessi internazionali, a partire dalle Nazioni Unite e proseguendo attraverso organizzazioni come l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Né, d’altra parte, una volta ridotte o eliminate le barriere tra Stati, si può dire che gli stessi Stati se ne disinteressino, visto che (come è ben noto) ciascuna delle organizzazioni internazionali prevede sessioni periodiche, sia per verificare l’andamento della situazioni, sia per promuovere ulteriori sviluppi.

Avendo avuto modo di osservare i processi decisionali mediante cui operano i consessi internazionali (incluse le organizzazioni internazionali) credo che la globalizzazione renda per certi versi maggiormente necessario l’intervento degli Stati, che sono, e rimangono, le unità decisionali, in base al principio “uno Stato, un voto”.

Nessuna regione (neanche la Lombardia) avrebbe il potere di convincere la Francia o gli Stati uniti ad accertare regole di funzionamento dei mercati internazionali ad essa favorevoli. Anche l’apertura di uffici di rappresentanza a Bruxelles o magari in altre capitali non può modificare il “nullismo”, a livello internazionale, di entità inferiori agli Stati.

Considerando che molte attività che nel passato (anche recente) erano decise a livello nazionale, sono adesso di competenza delle organizzazioni internazionali, si comprende come sia importante che in quest’ambito gli Stati siano adeguatamente rappresentati.

Questa situazione, di cui ho potuto verificare la validità nei molti anni in cui, come “diplomatico di complemento”, ho rappresentato l’Italia in riunioni internazionali, può piacere o meno, ma credo che non sia saggio ignorarla.

Perché dice che questa situazione “può non piacere”?

Le risposte sono numerose. La prima, che è anche quella più vicina al quadro culturale nel quale s’inserisce questo scritto, è che la constatazione della permanenza (e per certi versi del rafforzamento del potere degli Stati, nel ruolo di “grandi elettori” dei consessi internazionali) può far venir meno la magica illusione di un “mondo liberale”, nel quale contano soltanto le capacità dell’individuo.

Una seconda considerazione (in parte collegata con la precedente) è quella di coloro che, in un’ottica di Public Choice, vedono nell’azione pubblica, anche livello statale, motivazioni e interessi contrari per definizione ai principii del libero mercato. Si aggiunge anche la preoccupazione che le burocrazie delle organizzazioni internazionali siano addirittura “agenti” più dispotici di quelli nazionali, perché meno “controllate” dal “principale” (a livello di organizzazione internazionale, i “padroni” sono tanti, e gli abili funzionari riescono a trovare spazi di discrezionalità più ampi di quelli usualmente disponibili ai funzionari nazionali).

Infine, un ulteriore aspetto spiacevole, una volta che si sia preso atto della situazione, è la necessità, anche per Paesi che non hanno mai dato il peso necessario al suo ruolo nelle organizzazioni internazionali, di dotarsi in tempi brevi di uno stuolo di funzionari preparati, rinunciando magari alle loro prestazioni a livello interno.

 

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