Deflazione e spread: l’Italia è ancora al palo

In ottobre l’economia italiana è tornata in deflazione e i dati definitivi, comunicati dall’Istat, sono peggiori di quelli provvisori. I prezzi al consumo sono diminuiti di 0,1 su settembre e di 0,2 sull’ottobre dello scorso anno. Nella stima provvisoria la deflazione rispetto all’ottobre 2015 era lo 0,1. Ora è doppia.

E il quadro dettagliato mostra che i prezzi sono calati perché il consumatore ha ridotto la domanda di quelli non indispensabili. Il Pil del 2016 è maggiore di quello del 2015 di un più 0,6-0,8%. Il bilancio pubblico è in deficit, attorno al 2,6% del Pil. Dunque il consumatore ha ridotto la domanda non perché ha meno reddito spendibile ma perché cerca di far meno debiti e più risparmi.

Se ne arguisce che la Renzinomics, cioè l’economia di Renzi, basata sullo stimolo ai consumi, per generare crescita non dà gli effetti espansivi sperati, ma è deflattiva, in una situazione in cui la politica monetaria europea è di massima espansione.

Dalle tabelle dell’Istat si vede che oltre al calo del 2% dei prezzi di gestione delle abitazioni, riguardanti acqua, elettricità e combustibili, dovuta al calo del prezzo all’origine del petrolio e del gas, fra un ottobre e l’altro, c’è un calo di 1,3% dei prezzi dei servizi di comunicazione, di 1% dei beni e servi per l’istruzione, di 0,3 nei servivi ricreativi e di ristorazione e dello 0,2 per alimentari e bevande analcoliche. Il principale aumento di prezzi su base annua è il 2% per le bevande alcooliche e tabacchi: il vizio ha una domanda rigida.

Dato che l’economia di Renzi consiste in parte in bonus già erogati e altri annunciati nella legge di bilancio per il 2017-19 che dovrebbero stimolare i consumi e in parte in dichiarazioni ottimistiche sulla svolta che l’Italia sta facendo e sul futuro, ove sia approvato il referendum, che toglie al Senato il potere di controllo delle leggi di spesa, trasformandolo in un consesso di consiglieri comunali e regionali, interessati a nuove spese per i loro enti, non si può dire che il governo stia mettendo il freno a mano.

Al contrario preme l’acceleratore e proclama che lo farà ancora. Il premier inoltre rassicura che i fondi per il post terremoto e gli immigrati sono copiosi. In sintesi: abbondanza di spese, anche con deficit per spese straordinarie fuori bilancio.

Come mai l’effetto è la deflazione, anziché un aumento dei prezzi, dovuto a una domanda presente e futura in aumento? La risposta è che questa politica e questa enfasi non sono rassicuranti, generano la sensazione che il secchio sia bucato e che alla fine i soldi non ci saranno.

E poi, chi assicura che be promesse siano mantenute, dato che in gran parte sono collegate a un referendum che il governo ha la necessità di vincere? Ottenuta la vittoria, potrebbe attuare la manovra correttiva, per tappare i buchi del secchio che stanno generando non solo facce scure a Bruxelles, ma anche quotazioni peggiorate nel debito pubblico. D’altra parte se il governo perde sul referendum, diventa una “anatra zoppa” e la legge di bilancio sarà comunque modificata, per evitare un aumento dell’Iva. Ergo, “promesse da marinaio”. Questo per il futuro.

Ma per il passato? Come mai i soldi che già sono entrati nei portafogli non sono stati spesi nella misura prevista? C’è molta disoccupazione, l’economia si muove poco, i giovani fanno fatica a sistemarsi, molti sono in povertà e le famiglie hanno bisogno di cautelarsi. I bonus spesso piovono sul “bagnato”, non sull’arido. Più in generale per far crescere una economia bisogna puntare sugli investimenti, ed ivi operare con ogni energia, non sui consumi e sui referendum.

Francesco Forte, Il Giornale 15 novembre 2016

 

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