Deficit: imposta diffusa, invisibile e “a scoppio ritardato”

Così Antonio Martino definiva il deficit nel libro Semplicemente liberale (2004)

Dovremmo attenderci una crescita del deficit pubblico nel tempo come strumento di finanziamento della spesa capace di diffondere, occultare, e posporre il costo effettivo dell’attività del settore pubblico

Le decisioni di spesa pubblica sono quasi sempre ispirate al contingente; barattano un vantaggio immediato, anche piccolo, con la rovina futura, lasciando poco spazio a progetti volti ad accrescere durevolmente la prosperità nazionale. Il contrasto fra la crescita della spesa corrente,e di quella_in conto capitale destinata agli investimenti, parla al riguardo un linguaggio non equivoco.

Se l’analisi surriferita fosse yalida, dovremmo attenderci che il finanziamento della spesa pubblica venga realizzato in modo da:

a) diffondere quanto più è possibile il costo delle decisioni di spesa;

b) occultare, cioè rendere invisibile, tale costo a chi deve sopportarlo;

c) produrre benefici immediati, anche piccoli, con un costo futuro, anche se enorme.

Questo metodo di finanziamento esiste, e si chiama deficit Il deficit, infatti, è un’imposta diffusa, che grava sull’intera collettività; invisibile perché pochissimi si rendono conto del fatto che il deficit è un’imposta; ed è, infine, un’imposta “a scoppio ritardato”, nel senso che dà l’impressione che verrà pagata in un secondo momento.

Dovremmo cioè attenderci una crescita del deficit pubblico nel tempo come strumento di finanziamento della spesa capace di diffondere, occultare, e posporre il costo effettivo dell’attività del settore pubblico. L’andamento del disavanzo pubblico negli ultimi trent’anni conferma la validità dell’analisi aldilà di ogni ragionevole dubbio. Se oggi il nostro paese rischia la catastrofe finanziaria, la causa prima va ricercata nell’abbandono della prospettiva costituzionale in tema di bilancio pubblico.

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