Dazi, la lezione dimenticata di Adam Smith

Dazi, la lezione dimenticata di Adam Smith

Dopo la riunione del World Economie Forum a Davos, ha fatto capolino anche in Italia il tema del protezionismo. Parlando in Svizzera, il presidente americano Donald Trump aveva rilanciato il suo modello di «America First», inserendo nel suo discorso però una serie di nuances per far capire che l’economia degli Stati Uniti rimarrà aperta ed anzi pronta ad accogliere investimenti stranieri.

Ha colto la palla al balzo allora il leader della Lega Matteo Salvini, annunciando che se lui diventerà premier è pronto a reintrodurre dazi «come Trump» a protezione del Made in Italy. «Vuoi licenziare in Italia, produrre sottocosto all’estero e rivendere in Italia? Allora paghi il 50% di tasse in più».

Per la verità la Lega non è sola nelle sue preferenze protezioniste, in quanto il Movimento Cinque Stelle si è opposto ai trattati di libero scambio negoziati dalla Commissione Europee, li vorrebbe approvati da tutti i Parlamenti nazionali (praticamente rendendoli impossibili: basterebbe un veto allo scopo di avere altri vantaggi da parte di, che so, Malta o Ungheria per bloccare qualsiasi accordo) e nel suo programma è prevista la possibilità di introdurre dazi doganali.

E, anche chi nominalmente è a favore delle frontiere aperte, Pd o Forza Italia, appena ha un pertugio per favorire le produzioni nazionali, come nel campo della cinematografia, o difendere l’italianità delle aziende, non si fa remore ad utilizzarlo. Insomma, per ora la difesa del commercio internazionale è affidata a partiti di minoranza, singoli uomini politici od intellettuali.

All’Italia converrebbe dunque adottare una politica protezionista a-la-Trump?

In generale sia l’esperienza che la teoria economica hanno ampiamente dimostrato che la libertà di commercio è un potente fattore di sviluppo. I Paesi importano quel che loro serve sia per la produzione che per il consumo al minor prezzo possibile, si specializzano nel fare ciò di cui sono capaci e riesportano o consumano a casa il prodotto che ne risulta.

Il filosofo scozzese David Hume nei suo saggi sul commercio tra il 1752 e il 1758 già riassumeva il succo del ragionamento così: «All’inizio la merce è importata dall’estero con nostro grande disappunto, perché pensiamo che essa ci privi della nostra moneta; in un secondo tempo le competenze stesse vengono gradualmente importate, a nostro evidente vantaggio. Ci scordiamo che se nel passato gli stranieri non ci avessero istruito, noi ora saremmo dei barbari».

Adam Smith, nella Ricchezza delle Nazioni del 1776 chiosava: «Per mezzo di vetrate, concimazioni e serre riscaldate si possono coltivare in Scozia ottime uve, e con esse si può fare anche dell’ottimo vino, con una spesa quasi trenta volte più alta di quella con cui si può far arrivare da paesi stranieri un vino per lo meno altrettanto buono. Sarebbe dunque ragionevole quella legge che proibisse l’importazione di tutti i vini stranieri soltanto per incoraggiare la produzione del Claretto o del Borgogna in Scozia?».

Ovvia la risposta: «È una regola di condotta di ogni prudente capofamiglia quella di non cercare mai di fabbricare a casa ciò che costerebbe più fare da soli che comprare. Ciò che è prudenza nella condotta di una famiglia privata non può essere di certo follia nella conduzione di un grande regno».

Game, set, match alla Federer, verrebbe da dire. D’altronde le lezioni della storia, dall’impoverimento ed inaridirsi dell’Impero spagnolo per la sua chiusura al precipitare della Grande Depressione nel 1929 per le errate politiche sia monetarie che di innalzamento delle tariffe e delle barriere al commercio stanno lì ad insegnarcelo (caveat: come è ovvio a livello accademico si discute sui dettagli e su come in date condizioni e per brevi periodi possano esserci effetti benefici per certe restrizioni al commercio. Dettagli, appunto).

Andando sul presente, la prima cosa da notare è che chi motteggia sui dazi non ha presente che le politiche commerciali le fa l’Unione Europea, non i singoli Stati. Quindi sappiano i cittadini che gli alfieri del protezionismo per essere coerenti dovrebbero uscire non solo dall’euro (come dicono a giorni alterni) ma anche completamente dall’Europa.

Poniamo che ci riescano e il Paese sopravviva. La prima curiosità che viene in mente è: costoro sono coloro i quali dicono sempre «aiutiamoli a casa loro», ma il modo migliore per assistere le nazioni del Terzo Mondo è quello di fare esportare le loro merci.

Con un salto logico, però, questi politici sono gli stessi che imbracciano i forconi per evitare, ad esempio, che entri in Italia l’olio tunisino (di cui, incidentalmente, c’è bisogno perché noi non ne produciamo abbastanza).

Potenza della suggestione. Inoltre, l’Italia, al contrario degli Usa ha una bilancia commerciale da anni in forte attivo (grazie anche all’euro debole): nel solo 2017 per circa 50 miliardi di euro. Anzi, spiega l’Istat che senza le importazioni energetiche l’attivo sarebbe di 30 miliardi in più.

Quindi su cosa mettiamo i dazi? Sul petrolio arabo o sul gas russo? Bella mossa. E se li eleviamo su qualcos’altro e gli altri Paesi reagiscono con contromisure che vanno da tariffe di rappresaglia a denunce al Wto, chi ci rimette?

Noi che esportiamo manufatti e alimentari (prodotti replicabili e sostituibili da altri concorrenti) e importiamo energia (non sostituibile) o il resto del mondo?

Gli elettori hanno ampia facoltà di scelta: meglio siano consapevoli di quel che fanno però.

Alessandro De Nicola, La Stampa 31 gennaio 2018

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