Due saggi per riportare i valori liberali al centro del dibattito

Due saggi per riportare i valori liberali al centro del dibattito

Le istanze dei liberali, dal taglio della spesa pubblica alla riduzione delle tasse, sono sparite dal dibattito politico e sostituite dai temi come Ue e immigrati: ora due saggi indicano come recuperarle. L’articolo di Gianluca Veneziani

Dove sono finiti i liberali? Cosa resta dei cosiddetti moderati, del ceto medio, della borghesia, al tempo dell’avvento al potere dei sovranisti? E che ne è delle loro istanze, ossia la riduzione del carico fiscale, la centralità dell’individuo rispetto allo Stato, il taglio alla spesa pubblica, il maggiore spazio alla libera impresa? Questi temi paiono ormai residuali, scomparsi dal grande dibattito pubblico, sostituiti dalle questioni sul rapporto tra identità nazionale ed Europa e tra difesa dei confini e immigrazione. O, per quanto riguarda le faccende interne, dal confronto tra popolo ed élite. È vero, i liberali in Italia non sono mai stati forza egemone, il Partito Liberale non ha mai guidato un esecutivo, però esisteva una sensibilità diffusa sui loro temi, al punto che un partito erede di quella tradizione (ma non solo), come Forza Italia, aveva potuto promettere alla metà degli anni ’90 la rivoluzione liberale e la Lega Nord ne aveva portato avanti un altro cavallo di battaglia: il decentramento dei poteri a vantaggio delle autonomie locali.

Adesso quelle grandi questioni, oltre che marginali nell’agone politico, sembrano diventate puri esercizi sofistici nel mondo intellettuale: chi parla di liberalismo e neoliberismo è come se evocasse fantasmi di un passato lontanissimo o diseppellisse ideologie tramontate. Di fronte a questa constatazione si può cedere alla tentazione di archiviare quel sistema di pensiero, mandandolo in soffitta insieme alle altre ideologie novecentesche. O al contrario provare a ravvivarlo, cercando di comprendere cosa non abbia funzionato nella sua ricezione teorica e applicazione pratica.

Un tentativo interessante può essere quello di salvare il liberalismo dalle sue deformazioni ideologiche, come ora fa lo studioso di teorie politiche Corrado Ocone, che individua due responsabili dell’eclissi dei valori liberali: la deriva neoliberista e quella liberal, ossia la tirannia della Finanza e la dittatura del Politicamente Corretto. In un saggio, insieme denso e di facile lettura, intitolato La cultura liberale. Breviario per il nuovo secolo (Giubilei Regnani, pp. 178, euro 16), l’autore testimonia come questa adozione impropria del liberalismo, sia da destra che da sinistra, abbia partorito, paradossalmente, esiti illiberali, caratterizzati da conformismo, intolleranza e assoggettamento a nuovi poteri forti.

Ocone fa una carrellata di alcuni concetti chiave del liberalismo, utilizzati in modo da asservire, e non più esaltare, la persona e la civiltà occidentali. Si pensi all’idea di Individuo, considerato ormai un’entità sciolta da legami storici e culturali, e come tale ridotto ad automa, al servizio del Mercato globale e ancora peggio dei Mercati. Oppure si pensi al principio di Tolleranza, derubricato a supina accettazione dell’Intolleranza altrui. E ancora, al concetto di Pluralismo, nato come apertura di un libero spazio di opinioni, e ridottosi all’ideologia del multiculturalismo.

Analizzati questi cortocircuiti, diventa necessario comprendere da quali riferimenti dovrebbero ripartire i liberali. Ocone evoca la riappropriazione dei pilastri del liberalismo conservatore, che fanno capo a Croce, Tocqueville e Hume, e attingono a concetti quali Dio, Patria e Famiglia. L’accento liberale sul valore della persona, spiega l’autore, non può fare a meno di richiamarsi al cristianesimo e alla dignità che esso ha dato a ciascun individuo. Alla pari, l’idea di Patria ben si sposa con l’esigenza liberale di attribuire a ogni individuo un’identità e un’appartenenza concreta, e di non considerarlo un atomo privo di legami nel luogo e nel tempo. Da ultimo, è perfettamente liberale cercare di recuperare il rapporto del singolo con quei corpi intermedi, la famiglia su tutti, che gli permettano di fare fronte alle invadenze dello Stato.

Solo attraverso un ripensamento dei loro punti di riferimento, secondo Ocone, i liberali potranno riaccreditarsi presso il proprio elettorato e trasformare l’Europa. L’Unione europea come oggi si presenta, infatti, è un mix delle due deformazioni del liberalismo: da un lato, propone una retorica liberal, imperniata sul politicamente corretto, sull’accondiscendenza all’islam e su un rinnegamento delle proprie radici; dall’altro, ha adottato un sistema economico, basato sullo strapotere dei mercati e della tecno-finanza. Secondo altri pensatori, tuttavia, neppure quel modello economico è ormai più imperante. Il neoliberismo selvaggio, fino a qualche anno fa additato di ogni male, affiora ormai solo nel frasario di sparuti polemisti. E anche chi lo difende è quasi consapevole di salvarne la reputazione post mortem. È l’azione in cui si è cimentato il direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi nel saggio La verità, vi prego, sul neoliberismo (Marsilio, pp. 398, euro 20), che demolisce i pregiudizi contro l’economia di mercato, evidenziando come le applicazioni storiche di quel modello abbiano giovato sia ai singoli individui che al welfare state. L’autore dimostra come il neoliberismo non sia stato la causa della crisi economica, dell’euro concepito male, né dello sviluppo disarmonico della globalizzazione. Ma allo stesso tempo riconosce come, nell’ultimo decennio, di politiche neoliberiste ce ne sono state molte meno di quanto si creda.

E allora il punto è capire come esse, insieme ai valori liberali, possano tornare al centro non solo del confronto di idee, ma anche dell’azione politica. E, per fare questo, non basteranno due saggi raffinati di due altrettanto raffinati intellettuali, perché occorrerà di nuovo lo sforzo dei partiti, che si riapproprino di quelle questioni, e ne facciano ragioni ideali e slogan da campagna elettorale. Alcuni giorni fa Silvio Berlusconi sul Corriere della Sera ha invitato il mondo moderato a riaffermare i valori liberali: la difesa dell’individuo dalle pretese dello Stato, la libertà di impresa, le autonomie locali. Ma poi tutto questo andrà di nuovo calato nel linguaggio e nella prassi della politica. E da qui lo sforzo che i forzisti, e i liberali in senso lato, dovrebbero fare: ripartire dalla realtà. Molti di loro si sono chiusi nell’isolamento dei palazzi, convinti che le loro teorie si sarebbero inverate. E invece è sano principio liberale non avere una soluzione precostituita, ma definire i propri indirizzi politici in base al tempo, al mondo e alle persone che lo abitano. È questo, d’altronde, il segreto dei populisti: aver accolto la realtà nei propri programmi. Pertanto non sarebbe male se i liberali, oltre che di un nuovo senso storico e politico, si riappropriassero finalmente di un sano spirito popolare.

Gianluca Veneziani, Libero 28 gennaio 2019

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