Ogni bonifico pubblico diventa un post, ogni post diventa un comizio: benvenuti nella politica del “grazie a me” –
Il giorno dopo un decreto che stanzia fondi ai cittadini, sui social compare sempre lo stesso genere di annuncio. Foto istituzionale, sorriso di circostanza, e la frase che fa da liturgia: “Grazie a me, i cittadini riceveranno…”. Segue l’elenco delle cifre, l’hashtag del partito, e la firma di chi si intesta – da solo – un provvedimento nato da una filiera che coinvolge uffici tecnici, commissioni parlamentari, ragionerie dello Stato e, non ultimi, i soldi di chi quelle tasse le versa ogni mese.
Non conta la filiera. Non conta chi ha scritto l’emendamento, chi lo ha finanziato in copertura, chi lo ha votato in aula. Conta il post.
Il meccanismo è vecchio quanto la politica stessa: prendere una decisione collettiva, spesso frutto di mediazioni faticose tra maggioranza e minoranza, e trasformarla in un favore personale elargito dall’alto. Un po’ come il benefattore di paese di certa commedia all’italiana, quello che regala la stufa alla vedova e si aspetta il voto in cambio (Alberto Sordi lo avrebbe reso immortale in tre battute). Solo che qui il regalo non è suo: sono soldi pubblici, prelevati da tutti e redistribuiti secondo criteri che un parlamentare o un assessore, da soli, non decidono mai.
Il terreno, va detto, è fertile. Secondo l’ultimo Rapporto Censis sulla comunicazione, l’86,2% degli italiani usa i social network, e sette su dieci tra chi li frequenta si informa ormai attraverso i reel -contenuti brevi, veloci, pensati per essere consumati tra un video e l’altro senza verifica. In quello spazio compresso non c’è posto per la spiegazione di come funziona una copertura di bilancio. C’è posto solo per un soggetto, un verbo, un beneficio: io, ho fatto, per voi.
Ed è qui che il trucco funziona meglio. Perché il messaggio implicito non è mai “questo provvedimento serve ai cittadini”. È: “senza di me questo provvedimento non ci sarebbe stato, quindi continuate a votarmi”. Il merito diventa credito, il credito diventa consenso, il consenso diventa la prossima campagna elettorale già finanziata dal contribuente che l’ha, involontariamente, resa possibile.
Non è un fenomeno di una parte sola, e sarebbe comodo pensarlo. Lo fa il parlamentare che rivendica un bonus deciso in un tavolo a cui non era nemmeno seduto. Lo fa l’assessore regionale che intitola a sé un fondo europeo scritto da un ufficio tecnico due piani sotto il suo. Lo fa, talvolta, anche chi si professa lontano da questa logica e poi cade nella stessa tentazione appena arriva il momento di postare. La differenza tra un partito e l’altro, in questo, si misura in sfumature, non in principi.
Einaudi diceva che conoscere per deliberare è la prima regola della democrazia. Vale anche al contrario: chi delibera dovrebbe lasciarsi conoscere per quello che ha davvero fatto, non per quello che riesce a raccontare in centottanta caratteri. Ma raccontare costa meno che governare, e rende di più in fretta (e questo, ai piani alti dei partiti, lo sanno benissimo).
Alla fine il cittadino resta con due certezze soltanto. La prima è che quei soldi, in un modo o nell’altro, li ha già pagati lui. La seconda è che qualcuno, alla prossima campagna elettorale, gli chiederà di ringraziare.

