Galli della Loggia ha ragione su un punto decisivo. Il passaggio del 1992-94 non ha fondato nulla. Ha solo riempito un vuoto. Al posto della cultura cattolico-liberal-socialista, distrutta da Tangentopoli, sono tornate le due culture novecentesche che quella cultura aveva sconfitto: il post-fascismo e il post-comunismo. Trent’anni dopo, l’Italia non ha ancora avuto un’esperienza compiutamente liberal-democratica. Questa non è un’opinione, è un dato.
Da qui bisogna partire per costruire, non per lamentarsi.
Il resto dell’analisi presenta, a mio avviso, delle fragilità. Galli della Loggia scrive che senza cristianesimo e cultura umanistica l’idea stessa di diritti e doveri sarebbe “impensabile”. È una tesi genealogica forte, ma la genealogia non è l’unica possibile. Il costituzionalismo repubblicano ha radici in Cicerone, non in Cristo. Spinoza costruisce una dottrina dei diritti su basi interamente immanenti. L’illuminismo scozzese fonda la morale sull’osservazione, non sulla rivelazione. Amartya Sen mostra che la nozione di giustizia, come capacità di scegliere la propria vita, attraversa culture, religioni e continenti diversi, senza bisogno di un’unica matrice confessionale. Dire che il liberalismo deve molto al cristianesimo è storia. Dire che senza cristianesimo sarebbe impensabile è teologia politica, non storiografia.
Questo non è un dettaglio accademico. Ha una conseguenza pratica notevolissima. Se la crisi della democrazia dipendesse dalla scomparsa di un retroterra spirituale che nessuna politica può ricostruire a comando, allora non resterebbe che la contemplazione malinconica del declino. È una diagnosi che disarma l’azione politica nel momento stesso in cui la descrive. Un liberale non può accettarlo. Il liberalismo è, prima di tutto, fiducia nella capacità delle istituzioni e delle persone di correggere la propria rotta.
C’è poi, secondo me, un secondo punto debole. Galli della Loggia riduce populismo e sovranismo a forme degradate delle vecchie culture novecentesche, fascismo e comunismo travestiti. È un giudizio che coglie qualcosa di vero, ma che rischia di essere un alibi. Il populismo non nasce solo dalla nostalgia ideologica. Nasce anche, e soprattutto, dal fallimento concreto della rappresentanza liberale: una galassia di formazioni in competizione fra di loro, classi dirigenti prevalentemente impegnate a conservare piccole rendite di posizione, un ceto politico che si preoccupa della propria elezione più che della soluzione dei problemi. Se il liberalismo non offre risposte concrete a questo fallimento, il vuoto lo riempie chi promette identità invece di soluzioni. Non basta condannare il sintomo. Bisogna curare la causa.
Cosa deve fare la buona politica liberale?
Primo: ricostruire un partito unitario, superando le asfittiche logiche da cartello elettorale. La palude “costituzionale” che Galli della Loggia descrive con “un personale politico informe, fedele solo a chi lo fa eleggere” si sconfigge con un’organizzazione che seleziona la classe dirigente per merito e competenza, non per fedeltà personale. È la lezione di Einaudi: le istituzioni contano più degli uomini, perché sono gli uomini a passare.
Secondo: rifondare il liberalismo come progetto di libertà e di solidarietà, non come difesa dello status quo. La cultura liberale e quella socialdemocratica non sono nemiche. Insieme hanno costruito la democrazia europea del Novecento, come lo stesso Galli della Loggia riconosce. Un liberalismo che non affronta la disuguaglianza, la povertà, la fragilità del welfare non ha futuro elettorale né morale. È il senso del liberalismo einaudiano: la libertà senza la possibilità concreta di esercitarla è un guscio vuoto.
Terzo: rendere la politica misurabile e verificabile. Il vuoto programmatico che Galli della Loggia denuncia si combatte con proposte concrete, verificabili nei loro effetti, non con slogan identitari. “Quanto mi costa?” non è solo uno slogan di campagna elettorale. È un metodo. Ogni proposta politica deve rispondere a una domanda semplice, quanto costa e a chi giova, prima di rispondere a una domanda identitaria, da che parte stai.
Quarto: investire nella formazione della classe dirigente e nell’istruzione, non nella nostalgia. Se i giovani smettono di leggere e di scrivere in proprio, come nota giustamente Galli della Loggia, la risposta non è un rimpianto per l’umanesimo perduto. È un investimento serio nella scuola e nell’università, capace di competere con la facilità dell’intelligenza artificiale invece di arrendersi ad essa.
Quinto: ricollocare l’azione italiana dentro una cornice europea coerente, liberale e riformista. La crisi che Galli della Loggia descrive è continentale. Nessuna risposta puramente nazionale può bastare. Serve una famiglia politica liberale europea capace di parlare a un elettorato che oggi si sente orfano, tra un sovranismo che promette protezione e un afflato tecnocratico che non promette nulla.
La diagnosi di Galli della Loggia è in parte giusta e merita rispetto intellettuale. Ma una diagnosi che si ferma alla civiltà perduta, senza indicare una via d’uscita politica, rischia di trasformarsi in un alibi per l’inazione. Il compito della buona politica non è piangere un mondo morale scomparso. È costruirne uno nuovo, con gli strumenti che abbiamo: istituzioni, merito, solidarietà, verifica dei fatti.

