In politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino perdere slancio. Ciò che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria esistenza. Perché il potere, nelle democrazie liberali, non è un fine: è uno strumento. E quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto, resta soltanto l’occupazione delle poltrone. È questa la domanda che oggi dovrebbe interrogare la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. Non quanto durerà, ma per fare cosa.
Dopo il referendum fallito, si è chiusa una stagione che, a dire il vero, non era mai davvero cominciata. Per mesi gli italiani hanno sentito parlare di grandi riforme, svolte epocali, cambiamenti destinati a ridisegnare il rapporto fra cittadini e istituzioni. Poi, alla prova dei fatti, il bilancio è apparso assai più modesto delle promesse.
La rivoluzione fiscale è rimasta confinata agli annunci. La semplificazione burocratica continua a essere un obiettivo proclamato e mai raggiunto. Sull’immigrazione si è passati dalla retorica della soluzione definitiva alla gestione ordinaria di un fenomeno complesso. Sulla sicurezza, come su molti altri dossier, la distanza fra propaganda e risultati continua a essere significativa.
Non si tratta di sostenere che nulla sia stato fatto. Sarebbe una caricatura. Il punto è un altro: manca una direzione riconoscibile. Non emerge una visione capace di spiegare dove si voglia portare il Paese nei prossimi dieci anni. E senza una meta, anche il cammino più lungo finisce per trasformarsi in un vagabondaggio.
Nel mentre la coalizione mostra crepe sempre più evidenti. La Lega vive una fase di difficoltà politica e identitaria. Forza Italia guarda con crescente interesse a un elettorato moderato che spesso fatica a riconoscersi nelle pulsioni più radicali del centrodestra. Le differenze strategiche, finora tenute sotto controllo dal peso elettorale di Meloni, stanno tornando a galla.
È il destino di tutte le maggioranze che smarriscono il proprio obiettivo: ciò che era stato nascosto dall’entusiasmo iniziale viene riportato in superficie dall’assenza di risultati.
Eppure il controsenso è proprio questo. Giorgia Meloni continua a godere di un consenso personale superiore a quello dei suoi alleati e dei suoi avversari. Avrebbe dunque avuto il capitale politico necessario per tentare riforme coraggiose. Ha scelto invece la strada della prudenza. Una scelta legittima, ma che presenta un costo inevitabile: il tempo. Il tempo logora chi governa molto più di chi si oppone. Ogni mese trascorso senza una forte iniziativa politica consuma consenso, alimenta delusioni e offre alle opposizioni l’occasione di riorganizzarsi. Non perché queste abbiano improvvisamente trovato una visione migliore, ma perché la stanchezza dell’elettorato crea sempre nuove opportunità. In questo scenario, il vero obiettivo della maggioranza sembra ridursi a uno soltanto: arrivare a settembre e conquistare il primato di governo più longevo della storia repubblicana.
Un record può soddisfare gli storici. Difficilmente convince gli elettori. La durata di un esecutivo è un dato statistico. La sua utilità è un giudizio politico. Confondere le due cose significa scambiare il mezzo con il fine.
L’Italia non ha bisogno di governi che restano in piedi più a lungo degli altri. Ha bisogno di governi che utilizzano il tempo ricevuto dagli elettori per cambiare ciò che non funziona. Se la missione si esaurisce nella conservazione del potere, allora la longevità non diventa un merito: rischia di trasformarsi in una prova dell’immobilismo.
Per questo la questione non è se il governo Meloni cadrà domani o durerà fino alla fine della legislatura.
Ma, se resta soltanto per restare, qual è la sua utilità?
La Lomellina

