Tra pochi mesi ricorre il 30mo anniversario della caduta del Muro di Berlino. In molti si ricordano ancora di Erich Honecker, il leader comunista tedesco orientale immortalato nella cultura pop mentre bacia appassionatamente sulla bocca, alla russa, Leonid Breznev, il segretario del Partito Comunista Sovietico morto nel 1982. Scommetto perĂ² che nessuno rammenta Manfred Gerlach, che per breve tempo fu il primo capo di Stato non comunista della Repubblica Democratica Tedesca. Chi era questo teutonico Carneade? Prima di accedere alla carica presidenziale era stato per molti anni il segretario del Liberal-Demokratische Partei Deutschlands, il partito liberaldemocratico fantoccio che il regime faceva so- che il regime faceva sopravvivere insieme ad altri pupazzi a servizio della Sed, il partito comunista, per dare una parvenza di pluralismo a quella che era in realtĂ una soffocante dittatura.
L’essere «liberale» non servì al povero Gerlach ad accreditarsi quando arrivĂ² la democrazia e con la riunificazione si persero le sue tracce. Ecco, fatte le debite proporzioni, quando nei giorni scorsi un autorevole esponente del Pd ha dichiarato, animato da buone intenzioni, che, solo ed esclusivamente col permesso della ditta e se utile ai fini elettorali avrebbe dato una mano a formare un partito liberaldemocratico per attirare gli elettori con quell’orientamento, mi sono venuti alla mente i Liberaldemokraten dell’Est.
Vale tuttavia la pena riflettere sul destino dei quattro gatti liberali nella politica italiana. Prima di tutto una definizione. Le dispute nominalistiche infuriano, ma con buona approssimazione, possiamo chiamare liberaldemocratici quegli elettori che credono nelle libertĂ politiche, civili ed economiche. Essi vedono l’interventismo statale con scetticismo (in alcuni casi con ostilitĂ ), sono per la separazione dello Stato dalla religione, ritengono che il destino dell’Italia sia in Europa e nell’Alleanza Atlantica, propugnano separazione dei poteri, garantismo, concorrenza, meritocrazia. Ci sono come in ogni famiglia sfumature, ma il pacchetto è questo. Storicamente tali elettori hanno votato i partiti risorgimentali, repubblicani e liberali, cui piĂ¹ recentemente si aggiunsero i radicali. Nella Seconda Repubblica si sono dispersi o hanno provato ad acquattarsi in partiti che in genere vivevano una sola stagione elettorale e poi scomparivano (Scelta Civica e Fermare il declino, gli esempi piĂ¹ recenti).
Che fare dunque? La prima considerazione è che gli elettori si bevono molte panzane ma su certe cose non sono stupidi. Un partito nato dalla testa di Zeus, non assomiglierà ad Atena, ma a Gerlach. Con chi volete che si allei una formazione simile? Quale autonomia svilupperà nei confronti del fratello maggiore? Anzi, perché non votare direttamente l’originale?
La seconda è che proprio per le caratteristiche di minoranza (magari provvisoriamente, ma oggi certamente sì) dell’elettorato liberale, un partito che ambisca a rappresentarlo deve far leva sulla limpidezza e coerenza del programma e la qualità delle persone. Proposte del tipo «ma anche» non funzionano, non scaldano e portano al cosiddetto «voto utile». Se sei piccolo e nemmeno molto distinguibile, perché votarti?
Questa enfasi sul programma, significa stipulare alleanze sulla base delle convergenze sui contenuti (come insegnava Ugo La Malfa) che oggi, quando chiunque predica la qualunque, sono quasi un imperativo morale.
Quanto alle persone, l’Italia è un paese piccolo. Grandi leader (o medio-grandi) che abbiano voglia di impegnarsi non se ne vedono e la infaticabile testimonianza di Emma Bonino ha ovviamente dei limiti (benchĂ© il suo sia il primo partito che non si è dissolto alla seconda prova elettorale). Vedremo cosa riserverĂ il futuro, ma la marginalitĂ liberale in Italia stride ancor di piĂ¹ in un’Europa dove la famiglia Alde, grazie a leader di spicco come Macron o ad una forte identitĂ come per i Ciudadanos o i LibDem inglesi, è diventata molto piĂ¹ forte ed imprescindibile per i futuri equilibri.
Una cosa è certa: la mancanza di una forte condivisione di idee e programmi coerenti e la sudditanza conclamata ad uno schieramento sono un’ottima ricetta per continuare nella sconfitta.
dal quotidiano “La Stampa” del 31.05.2019

