I politici si sono impiccati alla burocrazia

Sono stati i politici a costruire l’albero a cui vengono impiccati. Giudiziariamente si intende. Hanno sempre ritenuto che con una norma si risolva tutto.

Per il settore privato i danni sono tutti da vedere. Per combattere l’evasione, hanno reso la vita impossibile agli onesti. Per combattere l’inquinamento trattano la bottega artigiana come l’Eni. Per combattere il lavoro nero, scrivono norme come quella sul caporalato, che produrranno contenziosi micidiali. Gli obiettivi sono sempre nobili. È il principio che è assurdo. Per colpire pochi casi, ma degni di cronaca, si incasina la vita a tutti.

I politici hanno persino pensato di imbrigliare loro stessi in una giungla di norme, in cui districarsi è impossibile, oltre che costosissimo. Per evitare corruzione, favoritismi, clientelismi (tutte pratiche biasimevoli, che continuano a prosperare) hanno scritto leggi pazzesche. Testi più o meno unici (nella loro demenzialità) per cui un amministratore locale, una stazione appaltante, un povero cristo che gestisca la cosa pubblica, è impossibile che non riceva un avviso di garanzia.

È del tutto inutile prendersela con i magistrati. Sono i politici che per rispondere alle pulsioni della piazza e in fondo per una par condicio con i privati, si sono obbligati a seguire procedure del tutto scollegate dal risultato finale (si veda il caso di Beppe Sala, ma non solo), e che se non rispettate negli infiniti e minuziosi dettagli portano loro in galera.

Esageriamo? Al contrario, stiamo minimizzando. La nostra classe politica è talmente imbelle e litigiosa che ha appaltato alla Corte costituzionale la redazione della legge elettorale. Roba da pazzi. È il tacchino americano che chiede l’arrivo del giorno del Ringraziamento. Se i politici riscoprissero la loro dignità si metterebbero a scrivere loro stessi e prima di qualsiasi sentenza le regole della loro gara elettorale. 
Politici di altra fatta, dopo la guerra, avevano non a caso stabilito che la Corte costituzionale non potesse intervenire su quesiti nel caso l’oggetto degli stessi fosse stato modificato dal Parlamento: proprio per sottolineare che la politica dovrebbe governare il processo legislativo, e non la magistratura. 
È peggio di tangentopoli. Questa è una repubblica in cui la politica ha deciso di appaltare alla norma e ai giudici la felicità in terra. Una roba da Orwell. Onestà, onestà. 
Nicola Porro, Il Giornale 20 dicembre 2016
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