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	<title>Alessandro De Nicola, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Alessandro De Nicola, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>La libertà è una sola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jan 2024 17:30:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di inizio anno, invece, la concentriamo, per la sua attualità, su quella che è passato alla Storia come il confronto tra Benedetto Croce, il maggior filosofo italiano del XX secolo, liberale ed idealista, con Einaudi stesso sulla compatibilità tra liberalismo e liberismo e che si svolse nell’arco di ben 14 anni, dal 1928 al 1942. La premessa di una simile discussione si annida nel fatto che la lingua italiana ha una distinzione, sconosciuta nel resto del mondo, tra i due termini. Il liberalismo è più ampio ed indica la dottrina politica liberale, mentre il liberismo ne definisce la teoria economica che Don Benedetto riassumeva nel motto ottocentesco “laissez faire, laissez passer”, che implica l’assenza di interferenze dello Stato.</p>
<p>ll filosofo napoletano concepiva il liberalismo come una dottrina dello spirito che ben si conciliava con la sua visione della storia come incessante lotta per la libertà. Proprio questa sua dimensione spiritualistica separava il liberalismo da una semplice tecnica di gestione dell’economia, il liberismo, che poteva essere più o meno efficiente. Se per ipotesi una soluzione comunista si fosse dimostrata più efficace, «il liberalismo non potrebbe se non approvare e invocare per suo conto» l’abolizione della proprietà privata. Infatti, per Croce «il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico», con il quale aveva avuto e forse aveva ancora «concomitanze ma sempre in guisa provvisoria e contingente». Per Einaudi, invece, «il liberismo fu la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo». E, citando quello che mi sembra la miglior sintesi del suo pensiero: «La concezione storica del liberismo dice che la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una varia e ricca fioritura di vite umane vive per virtù propria, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà. Senza la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera, non esiste liberalismo».</p>
<p>Nel corso degli anni si è argomentato che le due posizioni non erano così inconciliabili, ma il nocciolo del pensiero einaudiano è chiaro: il liberismo è essenziale per una società libera, perché, per dirla con il grande economista Ludwig von Mises «a cosa servirebbe la libertà di stampa se tutte le tipografie fossero di proprietà dello Stato?». Tuttavia, dopo la caduta del muro di Berlino, ci si è trovati di fronte ad un’altra domanda: può un’economia di mercato libera e aperta fiorire in un regime autoritario? La questione in passato riguardava piccoli casi di studio come Singapore, Corea del Sud e il Cile di Pinochet. Questi ultimi due paesi si sono evoluti in piene democrazie e Singapore è comunque una città-Stato dove la “rule of law” e i diritti civili sono decentemente rispettati e il sistema politico, pluralistico benché sotto tutela, gode di un ampio consenso. L’evoluzione politica liberale ha portato bene e i tre paesi oggi sono floridi. Diversi i casi di Russia e Cina che a partire dagli anni ’80 hanno cominciato a liberalizzare le economie e ad aprirle al commercio internazionale.</p>
<p>Per il Celeste Impero si è trattato di un successo epocale, mentre la Russia (che ha gravi problemi di corruzione) ha avuto alti e bassi e nel complesso è cresciuta come una monarchia mediorientale solo grazie alle materie prime. La Cina governata da Xi sta accentuando i suoi caratteri repressivi e per certi versi totalitari, di cui la repressione degli Uiguri, a Hong Kong e in Tibet sono solo i fenomeni più visibili. Questa smania di controllo si sta estendendo anche all’economia, ambito nel quale i sussidi politici, le intromissioni e le direttive di partito si fanno sempre più pesanti. Questo atteggiamento sta scoraggiando gli investitori internazionali e locali il che, unito alle guerre commerciali in cui Pechino si trova coinvolta, ne sta frenando fortemente la crescita. In altre parole, come osservava Einaudi, senza la «la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera» e questo vale anche per la libertà economica, perché chi comanda in modo arbitrario cerca di soffocare tutti gli spazi di libertà. D’altronde, pure il nostro fascismo cominciò che voleva privatizzare le poste e finì con l’Autarchia. Insomma, la prima lezione del 2024 di Luigi Einaudi è che la libertà è una sola, non implica l’inesistenza dello Stato, anzi, ma non può essere preservata a compartimenti stagni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2024/01/17/news/la_liberta_e_una_sola-14000179/"><em><strong>La Stampa</strong></em></a></p>
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		<title>La ricetta liberale di Einaudi contro le diseguaglianze</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-ricetta-liberale-di-einaudi-contro-le-diseguaglianze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2024 17:24:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[disegualianze]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l&#8217;economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d&#8217;Italia, ministro del bilancio e Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, è ripercorrerne il lascito ideale che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l&#8217;economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d&#8217;Italia, ministro del bilancio e Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, è ripercorrerne il lascito ideale che emerge dagli scritti di economia, politica e filosofia. Analizzare le sue idee e rivolgerle al presente fa emergere l&#8217;attualità del suo pensiero. Partiamo dalla questione più dibattuta di questo periodo, la diseguaglianza. La diseguaglianza dovuta al merito è accettabile? Nella nostra società si produce per motivi legati al talento e all&#8217;impegno o per fattori esterni come la famiglia o l&#8217;intervento ottuso dello Stato e delle corporazioni? È comunque desiderabile limitarla? Per ragioni etiche o di efficienza del sistema economico?</p>
<p>Einaudi ha sempre inquadrato la sua visione nell&#8217;ottica della libertà. In questo senso era crociano, in quanto la libertà era vista come l&#8217;obbiettivo cui tendeva l&#8217;umanità e il liberismo era l&#8217;insieme delle teorie economiche per raggiungerla in modo efficiente. Tale sistema di pensiero, però, non implicava l&#8217;adesione ad un laissez-faire senza vincoli così come lo descriveva Croce (sul fatto che sia mai esistito questo famoso laissez-faire ci sarebbe da discutere. ma transeat). Lo statista di Dogliani, infatti, sulle orme di Adam Smith riteneva che lo Stato liberale avesse alcune funzioni essenziali come il mantenimento della pace interna ed esterna, la giustizia, le opere pubbliche, l&#8217;istruzione. In generale «lo Stato interviene per fissare le norme di cornice entro le quali le azioni degli uomini possono liberamente muoversi; non ordina come gli uomini debbono comportarsi nella loro<br />
condotta quotidiana». È altrettanto vero, però, che se il criterio di giustizia operante nel mercato è quello del merito, per il quale ciascuno viene retribuito in proporzione all&#8217;apporto che dà alla produzione, è necessario che la competizione tra individui sia equa. Il modo per assicurare l&#8217;equità è la riduzione della disuguaglianza dei punti di partenza. Einaudi non era un&#8217;utopista, sapeva che una completa uguaglianza non sarà mai possibile: talento, capacità fisiche, ambiente di crescita incidono comunque sulle chance delle persone.</p>
<p>A meno che si voglia procedere ad una trasformazione distopica della società che si può trovare in alcuni romanzi in cui si costringono i belli a diventare brutti come in Harrison Bergeron di Kurt Vonnegut, bisogna intervenire in modo ragionevole. In Einaudi questo si traduce nella possibilità di accesso per tutti all&#8217;istruzione: «L&#8217;ente pubblico dovrà, fra l&#8217;altro, gradualmente provvedere a fornire ai ragazzi istruzione elementare, refezione scolastica, vestiti e calzature convenienti, libri e quaderni e ai giovani volenterosi, i quali diano prova di una bastevole attitudine allo studio, la possibilità di frequentare scuole medie ed università a loro scelta senza spesa». L&#8217;educazione potrà essere impartita da scuole pubbliche e private in competizione tra loro. L&#8217;economista si spinge ad ipotizzare un reddito minimo (il che può voler dire erogazioni in denaro o prestazioni di welfare, «l&#8217;estensione del campo dei servizi pubblici gratuiti»): «Il minimo di esistenza non è un punto di arrivo, ma di partenza: un&#8217;assicurazione data a tutti perché possano sviluppare le loro attitudini». È chiara la differenza con il reddito di cittadinanza all&#8217;amatriciana: si parla di un’associazione per sviluppare le attitudini, non per evitare il lavoro. Persino la pensione di vecchiaia è vista come atta a incoraggiare il risparmio.</p>
<p>Inoltre, Einaudi si rende conto che l&#8217;uguaglianza «nel punti di partenza» è ostacolata dal corporativismo che limita l&#8217;accesso alle professioni e nelle attività economiche (taxisti, balneari, notai: suona familiare?) e dalle situazioni di monopolio limitative della concorrenza (che per Einaudi è il vero motore dell&#8217;innovazione e della ricchezza) nonché l&#8217;emergere di nuove imprese che ovviamente redistribuiscono il reddito in modo efficiente. Interessante è un&#8217;ulteriore considerazione molto attuale vista l&#8217;emersione dei cosiddetti &#8220;super-ricchi&#8221; (i Musk, Zuckerberg e Bezos della situazione, oltre agli oligarchi dei regimi autoritari). Einaudi, difatti, riteneva che si potessero avvicinare i punti di partenza «secondo due linee: una è quella dell&#8217;abbassamento delle punte; l&#8217;altra quella dell&#8217;innalzamento dall&#8217;alto». Di qui la preferenza, pur all&#8217;interno di un regime di tassazione bassa e non opprimente, per le imposte di successione. Questa veloce panoramica mi sembra significativa di come il grande economista liberale avesse un approccio realista e riformista anche sulla diseguaglianza, sempre avendo in mente che il bene supremo da conservare era la libertà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Affari &amp; Finanza, Repubblica</em></strong></p>
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		<title>Ma quale &#8220;attentato alla Costituzione&#8221;: i sindacati non hanno letto von Hayek</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Nov 2023 18:00:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Affari&#38;Finanza &#8211; La Repubblica</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Affari&amp;Finanza &#8211; La Repubblica</p>
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		<title>Il libero commercio fa bene a tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2023 16:48:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile fare uno scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso. Nessuno ha mai visto un animale, coi suoi gesti o le sue grida naturali, far capire a un altro animale: &#8220;questo è mio, quello è tuo, io darei volentieri questo in cambio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile fare uno scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso. Nessuno ha mai visto un animale, coi suoi gesti o le sue grida naturali, far capire a un altro animale: &#8220;questo è mio, quello è tuo, io darei volentieri questo<br />
in cambio di quello”.<br />
Il celebre passaggio di Adam Smith ci ricorda che l’uomo è portato allo scambio con i propri simili. E, in effetti, “in una società incivilita egli ha bisogno in ogni momento della cooperazione e dell’assistenza di moltissima gente, mentre tutta la vita gli basta appena per assicurarsi l’amicizia di poche persone”. Il riferimento a “moltissima gente” è essenziale perché implica che lo scambio è tendenzialmente senza confini, mentre all’epoca gli Stati nazionali adottavano una politica mercantilista, per la quale il commercio era un gioco a somma zero. La scoperta degli illuministi scozzesi, Hume e Smith, consisteva proprio nella dimostrazione che il libero commercio tra le nazioni faceva stare meglio tutti, sia chi importava che chi esportava e colui il quale formulò con maggiore rigore questa teoria fu un seguace di Adam Smith, l’inglese David Ricardo, di cui lo scorso 11 settembre ricorreva il 200° anniversario della morte.</p>
<p>La disquisizione non è puramente teorica. Mentre negli anni 90 la comunità internazionale (e quella scientifica) aveva accettato questo principio, da un po’ di anni si assiste alle difficoltà della globalizzazione. Sempre più spesso i governi impongono restrizioni al commercio. Alla base ci sono motivi politici, come per le sanzioni nei confronti di Stati-canaglia o guerrafondai; il timore di trasferimento di tecnologie strategiche verso Paesi ostili (esportazioni europee e americane verso la Cina); la genuflessione verso lobby interne (il blocco dell’importazione di grano ucraino da parte della Polonia) o infine la reazione ai sussidi statali a favore di imprese esportatrici (ancora una volta l’Ue verso la Cina). Persino i provvedimenti più giustificabili comportano conseguenze negative per entrambe le parti.</p>
<p>Torniamo ai nostri filosofi ed economisti del XVIII e del XIX secolo. Ebbene, David Hume, filosofoscettico scozzese, aveva già demolito le credenze protezionistiche nei suoi saggi Of Commerce, Of theBalance of Trade e Of Jeaulosy of Trade. Scriveva infatti che “l’incremento delle ricchezze e del commercio di una qualunque nazione, piuttosto che causare un danno di solito favorisce i Paesi limitrofi nell’acquisto di ricchezze e di commerci” anche perché la libertà di scambio costituisce uno stimolo positivo e “un incoraggiamento” per l’economia degli Stati circostanti. “All’inizio la merce è importata dall’estero con nostro grande disappunto, perché pensiamo che essa ci privi della nostra moneta; in un secondo tempo le competenze stesse vengono gradualmente importate, a nostro evidente vantaggio”: il commercio come veicolo di diffusione della conoscenza. Se nel passato gli stranieri “non ci avessero istruito, noi ora<br />
saremmo dei barbari”. Adam Smith, suo caro amico, lo spiegò con grande semplicità: “Per mezzo di vetrate, concimazioni e serre riscaldate si possono coltivare in Scozia ottime uve, e con esse si può fare anche dell’ottimo vino, con una spesa quasi trenta volte più alta di quella con cui si può far arrivare da Paesi stranieri un vino almeno altrettanto buono”. D’altronde “è una regola di condotta di ogni prudente capofamiglia quella di non cercare mai di fabbricare a casa ciò che costerebbe più far da soli che comprare”.</p>
<p>Sulle spalle dei due giganti si piazza David Ricardo, politico, uomo d’affari, economista che sviluppò la teoria del vantaggio comparativo. Nei suoi Principles of Political Economy and Taxation, il ragionamento è sviluppato in modo semplice: anche quando un Paese è più<br />
efficiente di un altro in due produzioni, comunque gli conviene specializzarsi in una. Poniamo che il Portogallo produca 1 bottiglia di vino con 5 ore di lavoro e un chilo di pane con 10 ore. L’Inghilterra, invece, produce la stessa bottiglia in 3 ore e il chilo di pane in un’ora. Sembrerebbe che all’Inghilterra convenga fare tutto a casa. Invece, il costo del Portogallo<br />
per produrre il vino, sebbene più alto che in Albione, è più basso rispetto al pane. Per ogni bottiglia prodotta, il Portogallo dà via 1⁄2 chilo di pane, mentre all’Inghilterra basta 1/3 di chilo. Quindi il Portogallo ha un vantaggio comparativo nel produrre il vino, mentre l’Inghilterra lo ha nel produrre il pane. Se Londra e Lisbona scambiano vino e pane 1 a 1, il Portogallo convertirà le 10 ore che gli ci vogliono per produrre il pane per fare 2 bottiglie di vino. Anche l’Inghilterra ci guadagna, perché per importare due bottiglie di vino dal Portogallo in cambio di due chili di pane, ci dovrà mettere due ore di lavoro, mentre per fare una bottiglia di vino ne impiega tre e quindi, con lo scambio immaginato, convertirà le 3 ore per sfornare 3 chili di pane e alla fine si troverà con una bottiglia in più (ne importa due) e un chilo di pane in più (gliene avanza uno). Ecco qui la teoria dei vantaggi comparativi spiegata senza complesse formule matematiche. Il mondo è diventato sempre più complicato ma la lezione di questi tre giganti si è dimostrata una delle più solide della teoria economica: ricordiamocelo.</p>
<p>Affari &amp; Finanza</p>
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		<title>Taxi, una riforma a metà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/taxi-una-riforma-a-meta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Aug 2023 18:45:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[taxi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre turisti e cittadini girano in cerca di un taxi per le città bollenti come l&#8217;anima vagula e blandula cantata dall&#8217;imperatore Adriano, a rischio di diventare pallidula, rigida, nudula, nella defatigante attesa di trovarne uno, oggi il governo dovrebbe emanare un decreto per risolvere in modo categorico e definitivo per tutti il problema dei taxi. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre turisti e cittadini girano in cerca di un taxi per le città bollenti come l&#8217;anima vagula e blandula cantata dall&#8217;imperatore Adriano, a rischio di diventare pallidula, rigida, nudula, nella defatigante attesa di trovarne uno, oggi il governo dovrebbe emanare un decreto per risolvere in modo categorico e definitivo per tutti il problema dei taxi. Da quel che si apprende, si procederà su due piani: la possibilità per alcuni Comuni di aumentare fino a un massimo del 20% le licenze taxi e come ciliegina l&#8217;accordo, patrocinato dal ministero delle Infrastrutture, tra associazioni di discoteche e cooperative taxi per offrire un passaggio gratuito a casa quando la notte si supera il tasso etilico consentito dalla legge per guidare l&#8217;automobile. Partiamo dal punto importante vale a dire la riforma dei taxi. L&#8217;aumento delle licenze avverrebbe attraverso concorsi<br />
straordinari indetti solo da alcuni grandi Comuni per gli attuali licenziatari, i loro sostituti alla guida e chi è in possesso dei requisiti necessari e si affaccerebbe per la prima volta al mestiere, con preferenza di assegnazione alle prime due categorie; i proventi del &#8220;contributo&#8221; per le nuove licenze verrebbe poi versato ai tassisti odierni per ristorarli della maggior concorrenza. I Comuni potrebbero poi aggiungere licenze temporanee in caso di grandi eventi, come il Giubileo a Roma o le Olimpiadi a Milano, ma riservate solo a chi ha già la licenza (che evidentemente poi subaffitterà quella temporanea). Infine, ci sarebbe il via libera alla doppia guida, in modo tale che grazie a una sola licenza possano guidare due conducenti in orari diversi, meccanismo già in vigore in alcune città ma che non ha avuto grande successo (forse per alcune limitazioni a esso attaccate). Infine, il governo prevede ulteriori incentivi fiscali per l&#8217;acquisto di veicoli non inquinanti: un sussidio non si nega mai. Che dire? Piuttosto di niente meglio piuttosto. Quindi, la doppia guida senza troppi lacciuoli qualche autovettura in più per le strade dovrebbe portarla. Ma limitare il numero di licenze a concorso al 20% in più rispetto ad ora e solo per alcune città non ha molto senso, vista la domanda che si è creata rispetto al servizio disponibile. Inoltre, se i Comuni potranno ma non dovranno bandire nuove licenze &#8211; permanenti o temporanee -, rischiano di rimanere in ostaggio della categoria e delle sue proteste, esattamente come ora. Né nulla si preannuncia sulla liberalizzazione dei servizi per gli Ncc (auto a noleggio), flessibilità delle tariffe, piattaforme informatiche. Eppure, la scarsezza di autovetture danneggia i consumatori &#8211; incluse le persone più fragili &#8211; e l&#8217;economia che, a causa della mancanza di offerta, perde Pil potenziale. L&#8217;Autorità antitrust (Agcm), che ha aperto l&#8217;ennesima indagine per accertare eventuali pratiche restrittive, già da anni ha individuato varie soluzioni per aprire il mercato. Infatti, nel parere del 2017, pur affermando che &#8220;non esiste alcun diritto acquisito a una eventuale compensazione nei confronti degli attuali possessori di licenza&#8221; (giusto!), l&#8217;Agcm si dichiarò &#8220;consapevole che la possibilità di successo delle riforme in senso pro-concorrenziale sono strettamente legate all&#8217;adozione di misure idonee a limitare quanto più possibile l&#8217;impatto sociale dell&#8217;apertura del mercato&#8221;. Tre furono le proposte: 1) l&#8217;assegnazione a ogni tassista di una licenza supplementare con obbligo di rivendita sul mercato; 2) la vendita dello stesso numero di licenze da parte dei comuni con assegnazione del ricavato agli attuali licenziatari; 3) prevedere due tipologie di operatori, quelli gravati da obblighi di servizio pubblico (i tassisti) e quelli liberi (tipoUber), con i secondi che compensano i primi per il privilegio. Un gruppo di deputati (primi firmatari Marattin e Pastorella) ha presentato un ddl ispirato alla prima soluzione (quindi senza oneri per i contribuenti) più altre liberalizzazioni tariffarie, per le piattaforme e per gli Ncc. È la soluzione più semplice e immediata ancorché non perfetta. Tuttavia, quello che bisogna evitare è un&#8217;ulteriore falsa riforma che ci lasci più o meno al punto di partenza. Oppure qualche bizzarro esperimento che inciti tutti a uscire un po&#8217; brilli dalla discoteca per scroccare un passaggio in taxi a carico del contribuente (escluso &#8211; giustamente &#8211; che conducenti o gestori della discoteca ci perdano soldi). Un decreto Mojito in piena regola per confermare che il nostro Paese è il più buffo del mondo.</p>
<p>La Stampa</p>
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		<title>La governance aziendale: una nuova sfida tra manager e azionisti attivisti.</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-governance-aziendale-una-nuova-sfida-tra-manager-e-azionisti-attivisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jul 2023 17:15:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La settimana scorsa il mondo delle corporation americane ha vissuto un po’ di turbamento. Infatti, si sono svolte le elezioni per il consiglio di amministrazione di Masimo, una società che produce apparecchi e soluzioni tecnologiche per il settore sanitario ed ha una capitalizzazione di borsa di 8,5 md di dollari (per dare il senso delle [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La settimana scorsa il mondo delle corporation americane ha vissuto un po’ di turbamento. Infatti, si sono svolte le elezioni per il consiglio di amministrazione di Masimo, una società che produce apparecchi e soluzioni tecnologiche per il settore sanitario ed ha una capitalizzazione di borsa di 8,5 md di dollari (per dare il senso delle proporzioni, Telecom, Leonardo o Unipol in borsa valgono meno di così).</p>
<p>Ebbene, dopo una lunga battaglia per assicurarsi le deleghe, il fondo attivista Politan ha ottenuto ben 2 dei 5 membri del board. Hanno votato a suo favore la maggioranza dei 20 azionisti più rilevanti di Masimo anche a seguito delle raccomandazioni delle società di consulenza specializzate Institutional Shareholders Services e Glass Lewis.</p>
<p>Il fondo, che detiene il 9% della società, si è avvalso di una recente norma approvata dalla Securities Exchange Commission (SEC, l’autorità dei mercati finanziari statunitense) che consente di votare singoli candidati nel CdA, un po’ come mettere le preferenze alle elezioni politiche.</p>
<p>Questa nuova regola ha molto incoraggiato le iniziative dei soci attivisti che potremmo sinteticamente definire come chi utilizza la sua partecipazione in una società quotata in borsa per esercitare pressioni sul management affinché adotti un determinato approccio. Invero, prendendo come esempio l’elezione di candidati indipendenti e alternativi a quelli della lista di maggioranza o presentata dal consiglio uscente, dall’1 giugno 2022 al 31 maggio di quest’anno essi sono stati ben 88 contro i 77 dell’anno passato.</p>
<p>L’approvazione della norma da parte della SEC aveva peraltro creato numerose preoccupazioni da parte di chi paventava il disturbo nelle assemblee societarie da parte di azionisti poco interessati al buon funzionamento e alla redditività dell’impresa ma a loro particolari fini, sia di lucro che politico-sociali.</p>
<p>Le grandi società quotate hanno pertanto cominciato a cambiare gli statuti per rendere più difficile la vita ai “disturbatori” ma questo non li ha scoraggiati. E, in effetti, gli attivisti raramente sono sognatori che combattono le battaglie per la pace nel mondo o la foca monaca, ma piuttosto fondi pensione, hedge fund, investitori individuali come il famoso Carl Icahn, fondi di investimento o di private equity.</p>
<p>Le risoluzioni che vengono approvate dall’assemblea hanno spesso a che fare con una migliore governance del gruppo, sia a livello assembleare che di consiglio (81% dei casi, secondo la Harvard Law School), compenso degli amministratori (un argomento particolarmente sensibile negli USA dove i CEO sono strapagati rispetto al resto del mondo), contributi politici e solo nel 32% dei casi riguardano il cambiamento climatico.</p>
<p>In Italia il potere dell’assemblea e degli azionisti è lievemente superiore a quello che si registra negli Stati Uniti. Le liste di minoranza sono in vigore da lustri e -salvo alcuni casi particolari- in genere rappresentano “il mercato”, vale a dire gli investitori istituzionali. I soci hanno soglie basse per far inserire argomenti all’ordine del giorno, votano il bilancio, eleggono i sindaci, mentre quelli di minoranza hanno più difficoltà che negli USA per far causa agli amministratori.</p>
<p>La domanda che dobbiamo tuttavia porci è la seguente: la presenza di azionisti attivisti rappresenta un bene o un fardello per le imprese quotate?</p>
<p>Orbene, in questi anni è stata vivace la dialettica tra chi propugna lo shareholder value e la visione contrattualistica della società il cui scopo dovrebbe essere aumentare il benessere degli azionisti e chi invece ritiene che l’impresa debba rispondere anche agli stakeholders (dipendenti, creditori, clienti, comunità locali, fornitori). Ci sono infine i cosiddetti istituzionalisti per i quali l’impresa ha interessi e valori propri che non necessariamente coincidono con quelli dei soci né, d’altra parte, con quelli degli stakeholder.</p>
<p>Ebbene, l’esperienza fin qui fatta sembra dimostrare che quando hanno i giusti strumenti giuridici a disposizione, i soci di minoranza mirano a massimizzare il valore a lungo termine della società. Possono essere molesti o aggressivi o motivati principalmente dal loro self-interest ma, come avrebbe detto Adam Smith, l’azionista “perseguendo il proprio interesse frequentemente promuove quello della società [civile] più efficacemente di quando intende realmente promuoverlo”. Persino quando vengono votate risoluzioni relative ai principi ESG, l’ottica assembleare è che la mancanza di trasparenza da parte della società sui rischi legati al cambiamento climatico o pratiche inadeguate per la salute o sicurezza sul lavoro siano comportamenti pericolosi innanzitutto per il valore e la sostenibilità della società, per lo shareholder value, insomma.</p>
<p>Gli studi più recenti notano un declino della performance societaria immediatamente dopo una campagna di soci attivisti, seguita da una ripresa, specialmente quando si richiede una rappresentanza all’interno dei CdA o il rispetto dei diritti degli azionisti (Barros, Guedes et alii 2023); meno efficaci sono le campagne che cercano di influire su singole operazioni e strategie.</p>
<p>Questa dovrebbe essere la direzione da prendere: laddove una maggiore vigilanza stimola l’efficienza dei manager, pretendere di governare l’impresa al loro posto dall’ assise assembleare è invece illusorio.</p>
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		<title>John Stuart Mill, le radici del pensiero liberale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/john-stuart-mill-le-radici-del-pensiero-liberale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 May 2023 16:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[John Stuart Mill]]></category>
		<category><![CDATA[liberaldemocrazie]]></category>
		<category><![CDATA[parità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se all&#8217;età di tre anni tuo padre ti insegna il Greco antico, a otto comincia col Latino e a dieci sei in grado di leggere gli autori classici senza vocabolario, puoi dire di avere avuto un&#8217;infanzia felice? Insomma, mica tanto. E così la pensava anche John Stuart Mill, il grande filosofo ed economista inglese di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se all&#8217;età di tre anni tuo padre ti insegna il Greco antico, a otto comincia col Latino e a dieci sei in grado di leggere gli autori classici senza vocabolario, puoi dire di avere avuto un&#8217;infanzia felice? Insomma, mica tanto. E così la pensava anche John Stuart Mill, il grande filosofo ed economista inglese di cui l&#8217;8 maggio ricorreva il 150º anniversario della morte avvenuta a 67 anni. Infatti, il padre di John, James Mill, era un filosofo utilitarista seguace di Bentham che aveva preso un po&#8217; troppo alla lettera i canoni di questa scuola di pensiero. Non solo per raggiungere la massima felicità bisognava essere il più colti possibile per essere in grado di prendere decisioni consapevoli, ma il povero John fin da piccolo era costretto assieme alla sorella a sottoporre ogni decisione ad un test di utilità: meglio una camminata al parco o un giro in barca sul laghetto? Analizzate i pro e i contro e scegliete razionalmente. Un incubo.</p>
<p>Tuttavia, nonostante infanzia e adolescenza un po&#8217; particolari ed un esaurimento nervoso a vent&#8217;anni, John riuscì a non sbroccare e a diventare un grande studioso ed un pensatore originale. Nel 1848 pubblicò i Principi di Economia politica, un vero e proprio manuale di economia in cui sposava la teoria liberista sulle orme di Adam Smith e David Ricardo, anche se nelle successive edizioni introdusse dei correttivi influenzati dalla lettura dei socialisti utopisti. Le sue opere successive servirono a definire il suo pensiero, prima fra tutte <em>On Liberty</em> del 1859, la più famosa, e poi a seguire<em> Le considerazioni sul governo rappresentativo</em> del 1861, <em>Utilitarismo</em> del1863 e <em>La soggezione delle donne</em> del 1869.</p>
<p>Quel che rende Mill un pensatore ancora oggi letto e studiato è la modernità del suo approccio e l&#8217;adattabilità del suo pensiero alle odierne circostanze. Prendiamo l&#8217;Utilitarismo: mentre Bentham vedeva la formula «la massima felicità per il maggior numero di persone» come un obiettivo della legislazione da applicare in modo quasi matematico, Mill introdusse una gerarchia dei piaceri. Certo, la felicità è il fine dell&#8217;agire umano, ma non si può mettere sullo stesso piano i piaceri morali, estetici ed intellettuali con quelli materiali: «Meglio un Socrate insoddisfatto che un maiale felice».</p>
<p>Questa scala di valori è attualmente uno dei crucci maggiori degli studiosi di analisi economica del diritto che misurano e propugnano l&#8217;efficienza delle norme, ma si rendono conto che non sempre è possibile assegnare un valore in dollari alle scelte legislative. E, in fondo, anche coloro i quali cercano indicatori alternativi al Pil si pongono sulla scia del nostro filosofo. John, influenzato dalla moglie Henriette, donna colta con la quale ebbe un&#8217;intensa intimità anche intellettuale, fu un teorico del femminismo. L&#8217;uguaglianza tra i sessi e il diritto di voto per le donne furono due costanti dei suoi scritti e del suo impegno politico (fu anche deputato liberale per una legislatura).</p>
<p>E &#8211; in pieno spirito utilitaristico- avvertiva gli uomini che la parità femminile conveniva in primis a loro visto che la discriminazione privava la società dell&#8217;intelligenza e del contributo delle loro signore. Stesso discorso si applicava naturalmente al razzismo e le perorazioni di Mill per l&#8217;abolizione della schiavitù negli Stati Uniti furono molteplici. Il suo principio fondamentale «do no harm», non danneggiare gli altri e poi fai quello che vuoi, è oggi spesso richiamato dai promotori dell&#8217;eutanasia (Mill ricordava che del proprio corpo ognuno poteva disporre come gli pareva) e del matrimonio gay (due persone dello stesso sesso che si sposano non nuocciono a nessuno).</p>
<p>Le sue preoccupazioni per gli effetti nefasti della democrazia, ossia la prevalenza della mediocrità, il conformismo e lo strapotere delle maggioranze, sono attualmente rese più che mai evidenti in quelle &#8220;democrature&#8221; come la Turchia e l&#8217;Ungheria, dove si svolgono sì le elezioni, ma il governo è autoritario, si soffoca la diversità e prevalgono gli insulsi purché fedeli. I rimedi che aveva in mente Mill, però, non sarebbero stati ben accetti né dagli attuali tribalistiche vogliono dividere la società in tante quote predeterminate in guerra tra loro, né dai populisti di ogni genere. Il filosofo era un elitista meritocratico il quale pensava che lo Stato avesse il dovere di assicurare l&#8217;educazione a tutti per l&#8217;eguaglianza di opportunità, ma non impartendo l&#8217;istruzione direttamente bensì lasciando fiorire la concorrenza tra scuole.</p>
<p>Dopodiché l'&#8221;uno vale uno&#8221; non sarebbe andato bene nemmeno alle elezioni: chi era analfabeta o non pagava tasse e viveva di sussistenza non avrebbe avuto il diritto di votare per decidere come spendere i soldi dello Stato e chi aveva cultura e capacità intellettuali superiori poteva aspirare a un voto plurimo. Misure estreme, certamente, mail problema di come le liberaldemocrazie riusciranno a sopravvivere con una popolazione disinteressata, sommersa di fake news e che si aspetta di essere mantenuta da qualcun altro è ben presente tra noi.</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/cultura/2023/05/10/news/john_stuart_mill_cosi_il_filosofo_che_sosteneva_le_donne_lotto_per_la_parita_e_il_suffragio_universale-12797382/"><em><strong>La Stampa</strong></em></a></p>
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		<title>La concorrenza mancata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-concorrenza-mancata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Apr 2023 16:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[BALNEARI]]></category>
		<category><![CDATA[concessioni]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Commissione Europea aveva recentemente e per l’ennesima volta dato un ultimatum al nostro Paese per risolvere al più presto la questione delle concessioni balneari e peraltro la decisione di prorogarle al 31 dicembre 2024 era già stata bocciata dal Consiglio di Stato. Ebbene, la Corte di Giustizia Europea ieri ha risposto ad un quesito [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Commissione Europea aveva recentemente e per l’ennesima volta dato un ultimatum al nostro Paese per risolvere al più presto la questione delle concessioni balneari e peraltro la decisione di prorogarle al 31 dicembre 2024 era già stata bocciata dal Consiglio di Stato. Ebbene, la Corte di Giustizia Europea ieri ha risposto ad un quesito del Tar Puglia stabilendo la validità ed immediata applicabilità della direttiva Bolkestein e l’illegittimità di ogni proroga: “Le concessioni non possono essere rinnovate automaticamente ma devono essere oggetto di una procedura di selezione imparziale e trasparente” e i giudici italiani sono tenuti a disapplicare ogni norma contraria. In pochi mesi potrebbero dunque partire centinaia di ricorsi di chi vuole giustamente partecipare a gare per il demanio marittimo e non può per l’illegale blocco legislativo.</p>
<p>In questa allegra situazione, nel Programma Nazionale di Riforma (Pnr) allegato al Def presentato l’11 aprile, c’è scritto che il Consiglio dei ministri del 6 aprile 2023 ha esaminato il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza 2022 che ha visto la luce proprio nella giornata di ieri. Nel Pnr in effetti si dà atto che l’approvazione annuale di una “legge sulla concorrenza” rientra tra gli impegni dello Stato italiano monitorati dalla Commissione per ottenere i fondi previsti nel Pnrr. Tuttavia, al contrario di quel che succedeva nei conventi medievali, per aggirare il divieto di mangiare carne la formula Egote baptizo piscem in nomine Europa e non basterà a far diventare la legge annuale un vero strumento di liberalizzazione se il suo contenuto non lo è.</p>
<p>Il Ddl, ad esempio, è deludente, anche perché gran parte delle norme ivi contenute non servono affatto a promuovere la concorrenza (secondo la Treccani “una situazione di mercato con ampia libertà di accesso all’attività di impresa, possibilità di libera scelta per gli acquirenti e …per ciascuno di cogliere le migliore opportunità sul mercato”). Infatti, il disegno di legge si apre con un articolo che riguarda lo sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale in cui si obbliga Terna ad una serie di adempimenti burocratici; prosegue con un articolo sulla promozione dei contatori intelligenti in cui si accentrano funzioni nell’Acquirente unico e si impone un po’ di trasparenza nei prezzi; si verifica l’efficienza degli investimenti nelle infrastrutture di cold ironing (Aah! Rampelli salvaci tu!) imponendo l’equo trattamento degli utilizzatori finali. Un piccola agevolazione la si concede ai farmacisti che potranno preparare medicinali su ricetta medica anche utilizzando principi attivi realizzati industrialmente (cosa prima vietata).</p>
<p>La concorrenza sembra infine affacciarsi timidamente quando si parla di venditori ambulanti e di vendite speciali pre-saldi. Per queste ultime le si rendono possibili anche prima del periodo dei saldi e si facilitano le modalità di comunicazione alle autorità (una misura fondamentale!), mentre per le licenze delle vendite ambulanti si cerca come al solito di favorire chi c’è già, limitare le gare, posticiparle il più possibile salvaguardando “il legittimo affidamento” degli attuali affidatari che potranno godere di un rinnovo delle attuali concessioni in via eccezionale per 12 anni. Campa cavallo. Difficile che questa collezione di clausole, alcune benintenzionate, sia considerata un reale passo in avanti per liberare le forze di mercato, anche perché l’attuazione della legge sulla concorrenza del 2021, approvata dal governo Draghi e che conteneva un certo numero di cose buone, segna il passo.</p>
<p>Ad oggi di liberalizzazioni dei trasporti, semplificazioni dei controlli sulle attività economiche e dei regimi amministrativi delle attività private non si sa niente e il riordino della materia dei servizi pubblici locali, contenuta in un decreto legislativo di dicembre, è un elenco di principi a volte contraddittori. Eppure, queste sono le riforme a costo zero che non sarebbe difficile attuare: o, almeno, più facile che spendere bene tutti i soldi del Pnrr, impresa che, ahinoi, al momento sembra quasi impossibile.</p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/commenti/2023/04/20/news/concessioni_balneari_bolkenstein_def-396962479/"><em><strong>La Repubblica </strong></em></a></p>
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		<title>Attenti al commercio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/attenti-al-commercio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2022 17:16:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sua fluidità e la vigilanza sui rischi che comporta è oggi l’aspetto più importante della politica estera europea Il dilemma del commercio Laissez faire, laissez passer è la famosa frase, attribuita all’economista francese del XVIII secolo de Gournay, che riassume il principio secondo il quale il governo non deve intromettersi nell’attività economica di imprese [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">La sua fluidità e la vigilanza sui rischi che comporta è oggi l’aspetto più importante della politica estera europea</h3>
<p>Il dilemma del commercio Laissez faire, laissez passer è la famosa frase, attribuita all’economista francese del XVIII secolo de Gournay, che riassume il principio secondo il quale il governo non deve intromettersi nell’attività economica di imprese ed individui. Il laissez-faire è diventato nel linguaggio corrente a il sinonimo del liberismo economico, ma il suo corollario è altrettanto importante perché senza far passare alle merci i confini geografici l’attività produttiva diventa zoppa.</p>
<p>Lunedì 31 ottobre si sono riuniti a Praga i ministri del commercio estero dell’Unione Europea alla presenza della collega americana Katherine Tai e in questo incontro sono venuti al pettine tre nodi fondamentali. Il primo e più pressante: come comportarsi con gli Stati-canaglia oltre ad infliggergli sanzioni sempre più pesanti?</p>
<p>Secondo quesito: cosa fare con i paesi alleati o comunque non ostili che adottano misure protezionistiche?<br />
Terzo dilemma: accettare sempre i soldi per investimenti da parte di chi gode di vantaggi ingiustificati in termini di sussidi o persegue fini politici?</p>
<p>La domanda iniziale parte da un presupposto: le sanzioni economiche sono dannose sia per chi le infligge che per chi le subisce. I sovranisti fanno oggi questa strabiliante scoperta per cercare di diminuire la pressione sulla Russia putiniana, ma che il commercio dia vantaggi ad entrambi le parti è noto da secoli, e lo hanno ben spiegato Hume, Smith e Ricardo. È importante capire cosa si vuole raggiungere con un embargo e gli obiettivi sono molteplici: condanna morale, infliggere danni allo Stato trasgressore più di quelli che si subiscono (e per ora questo aspetto funziona), scoraggiare ulteriori aggressioni. L’insegnamento è che non ci si deve rendere dipendenti per beni essenziali da paesi ostili o instabili.</p>
<p>La seconda questione aveva un punto concreto, gli incentivi alle vetture elettriche decise dall’amministrazione Biden con una misura altamente protezionistica secondo la quale i benefici sono diretti solo alle auto costruite su suolo americano (anche se con componenti straniere). La risposta giusta sono misure di rappresaglia? No: ci sono organismi internazionali come il Wto per risolvere queste controversie ed in ogni caso tenere le frontiere aperte è comunque un vantaggio anche se altri le chiudono. Insegnamento: bisogna spingere sui trattati di libero scambio (ad esempio, la vittoria di Lula – che non è certo un liberale- sembra di buon auspicio per l’entrata in vigore di quello Europa-Mercosur e bisogna evitare che sia la Francia ad opporsi) e inserire in essi clausole che proibiscano o sanzionino come in Europa gli aiuti di Stato.</p>
<p>Il terzo problema è rappresentato in questi giorni dalla querelle nata in Germania per la cessione del 24,9% di un’importante banchina del porto di Amburgo ad un’azienda pubblica cinese che sta facendo incetta di porti europei e dal travaglio della raffineria di Priolo vicino Siracusa.</p>
<p>L’impianto è di proprietà della società russa Lukoil, raffina il 20% del petrolio consumato in Italia e oggi importa solo quello russo (perché nessuna banca concedeva più credito e garanzie vista la proprietà) che a partire da inizio dicembre cadrà sotto l’embargo europeo. La raffineria rischia di chiudere con pesanti ricadute occupazionali. In Germania un simile problema con un impianto di proprietà della russa Rosneft è stato risolto con un commissariamento e congelamento delle quote della società moscovita. In Italia si vedrà.</p>
<p>Insegnamento: l’Europa deve necessariamente muoversi in modo coordinato per risolvere i problemi creati dagli investimenti russi e per evitare un domani di trovarsi immobilizzata da legami economici con una molto più economicamente potente Cina, soprattutto nel campo delle infrastrutture e delle industrie strategiche. Attualmente la normativa Golden Power concede fin troppi poteri al governo per bloccare acquisizioni anche in settori non realmente strategici da parte di imprese nazionali, europee ed occidentali. Se si vuole prevenire la penetrazione economica da parte di paesi che possono mettere a rischio la sicurezza nazionale diventa assolutamente necessario liberalizzare il mercato dei capitali quando tale rischio non c’è.</p>
<p>In conclusione, il commercio internazionale, la sua fluidità e la vigilanza sui rischi che comporta è oggi l’aspetto più importante della politica estera europea: è bene se ne renda conto anche il governo italiano.</p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/commenti/2022/11/09/news/mercato_regole_aspetto_fondamentale_politica_estera-373780971/"><em><strong>La Repubblica</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/attenti-al-commercio/">Attenti al commercio</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Scuola, è ora di dare le pagelle agli insegnanti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-pagelle-insegnanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2022 15:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[riforma scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;anno scolastico è appena iniziato con 230.000 alunni in meno rispetto all’anno passato, ricordandoci che la questione demografica per il nostro paese è assai complicata. Nel contempo, se non affronteremo il prima possibile in modo adeguato il nodo della formazione dei giovani, il danno alla nostra economia e alla nostra società potrebbe essere imminente e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;anno scolastico è appena iniziato con 230.000 alunni in meno rispetto all’anno passato, ricordandoci che la questione demografica per il nostro paese è assai complicata. Nel contempo, se non affronteremo il prima possibile in modo adeguato il nodo della formazione dei giovani, il danno alla nostra economia e alla nostra società potrebbe essere imminente e molto serio.</p>
<p>Nella campagna elettorale in corso il tema scuola è sfiorato solo di sfuggita. Non che nei programmi dei partiti manchino spunti e riflessioni interessanti sul da farsi, ma le proposte che catturano più l’attenzione spesso sono purtroppo piuttosto sgangherate. L’esempio più eclatante è la promessa, trasversale ad un certo numero di partiti, di portare i salari degli insegnanti italiani al livello di quelli Europei.</p>
<p>Come ha notato l’Osservatorio dei conti pubblici Italiani, se il parametro è riferito alle nazioni dell’Eurozona, quelle che hanno adottato l’euro, portare il salario degli 890 mia insegnanti italiani da 30.800 euro al livello del Vecchio Continente di 44.400 euro costerebbe 11,7 miliardi! Ma l’aspetto più sconfortante è che in questa proposta non si prende minimamente in conto quella che dovrebbe essere la missione della scuola: educare e formare i cittadini di domani dotandoli delle capacità di discernimento e di principi di comportamento che aumentino le loro chances di vita e non distribuire stipendi sinecura a prescindere dai risultati.</p>
<p>Eppure, le cifre del declino del sistema dell’istruzione sono palpabili. Prendiamo i test Ocse Pisa che si svolgono in 93 paesi e coinvolgono studenti di 15 anni con uguali standard di valutazione. Nel 2018 il 33% di ragazze e ragazzi italiani non ha raggiunto il livello 2 (low performer) che denota difficoltà a maneggiare materiale un po’ complesso. Tale percentuale raggiunge il 50% negli istituti professionali ed è uno dei livelli più bassi tra i paesi sviluppati.</p>
<p>Le prove Invalsi del 2021 hanno certificato che alla fine della scuola superiore il 51% degli studenti non ha competenze adeguate in matematica e il 44% non le raggiunge in italiano con un enorme divario tra Nord e Sud. Un altro dato sconfortante riguarda l’abbandono scolastico (prima del conseguimento di un diploma) attualmente al 13,1%, il quarto peggior risultato nella Ue.</p>
<p>Peraltro, i diplomati rappresentano il 62,9% della popolazione contro il 79% europeo. Cosa manca all’Italia? In sintesi: soldi, merito, concorrenza. Nel bilancio dello Stato, le spese per l’istruzione rappresentano il 3,9% del Pil contro la media europea del 4,7%. Con il Pnrr qualche risorsa in più c’è, ma l’ammodernamento delle aule, la maggiore enfasi sull’orientamento e la formazione degli insegnanti benché utili non bastano ed è del tutto inutile aggiungere insegnanti.</p>
<p>Il problema è il merito, come su questo giornale ha ricordato Massimo Recalcati: non solo il 99% di promossi alla maturità è ridicolo ma è intollerabile l’appiattimento del corpo docente. Non si trovano professori di matematica soprattutto al Nord? Li si paghi di più, vista l’incapacità di far di conto degli allievi.</p>
<p>Alcuni docenti sono inadatti o poco solerti e formati, mentre altri sono coscienziosi, aggiornati e coinvolgenti? Premiamo i secondi e stimoliamo i primi, nel frattempo rallentandone il percorso di carriera. Ed è vero che la valutazione della performance non è facile, ma si fa in tutta Europa e dal 2005 la valutazione individuale prevale su quella collettiva ed è sia esterna (ispettori) che interna (presidi, consigli scolastici, eccetera).</p>
<p>Infine, la concorrenza: il problema italiano è di offerta, rigida, determinata ministerialmente, con scarsa flessibilità all’autonomia dei provveditorati o degli istituti e con l’handicap delle rette per le scuole paritarie.</p>
<p>Se lo Stato finanziasse le famiglie e non gli istituti, quindi in linea con il dettato costituzionale, con una quota da spendere nella scuola di preferenza e ci fosse un’offerta diversificata che tiene conto delle esigenze del mercato del lavoro, ne trarrebbero giovamento l’economia e soprattutto le giovani generazioni. Leggendo i programmi possiamo valutare chi dà l’impressione di meglio capire queste priorità: a promettere più denaro son buoni tutti.</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2022/09/20/news/scuola_e_ora_di_dare_le_pagelle_agli_insegnanti-8921627/"><em><strong>La Stampa</strong></em></a></p>
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