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	<title>giovani Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>giovani Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Eccellenze universitarie</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/eccellenze-universitarie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Mar 2025 13:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[studio]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="640" height="360" src="https://www.youtube.com/embed/_pKnlOxZadc" title="" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen="" class=""></iframe></p>
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		<title>Vietare gli smartphone ai bambini? Parliamone</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/vietare-gli-smartphone-ai-bambini-parliamone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jan 2024 18:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[carta penna]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sean Parker, cofondatore e primo presidente di Facebook: “Solo Dio sa i danni che i social network hanno arrecato alla mente dei nostri figli”. Tim Kendall, ex direttore della monetizzazione di Facebook: “I nostri servizi stanno uccidendo le persone e le stanno spingendo a suicidarsi”. Tristan Harris, ex dirigente di Goggle: “Abbiamo creato un Frankestein [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sean Parker, cofondatore e primo presidente di Facebook: “Solo Dio sa i danni che i social network hanno arrecato alla mente dei nostri figli”. Tim Kendall, ex direttore della monetizzazione di Facebook: “I nostri servizi stanno uccidendo le persone e le stanno spingendo a suicidarsi”. Tristan Harris, ex dirigente di Goggle: “Abbiamo creato un Frankestein digitale incontrollabile che sta erodendo la mente dei più giovani”. La lista dei “pentiti del Web” è lunga, l’assunto comune: l’uso, che il più delle volte si trasforma in abuso, di social e videogiochi sta minando le capacità mentali dei più giovani e, come ha sostenuto il rapporto World Happines presentato nel 2019 alle Nazioni Unite, li sta privando del diritto alla spensieratezza. Uno degli estensori del rapporto, l’economista della Columbia University Jeffrey Sachs, l’ha messa così: “Dall’introduzione del primo iPhone in poi, abbiamo avuto un deterioramento misurabile nella felicità, soprattutto tra i giovani. Crescono le manifestazioni di ansia, stress, perdita di sonno, depressione. Peggiorano le interazioni sociali. Non è solo un problema giovanile, ma per quelle generazioni il tempo passato sugli schermi degli smartphone sta sostituendo il tempo di vita. Si può essere dipendenti da sostanze, ma c’è anche una dipendenza comportamentale le cui conseguenze sono altrettanto distruttive”. I dati sul malessere giovanile e quelli sulla sistematica perdita di facoltà mentali degli adolescenti confermano tali opinioni.</p>
<p>Alle stesse evidenze giunse l’indagine conoscitiva che promossi in commissione Istruzione del Senato nel 2019, i cui atti ho poi raccolto nel volume “CocaWeb, una generazione da salvare”. Il lavoro parlamentare si concluse con una relazione molto dura che, cosa piuttosto rara, fu approvata all’unanimità. Fu il segno di un’evidenza che non si prestava ad interpretazioni né a distinguo politici. In effetti, i neurologi, gli psicologi, i pedagogisti, i grafologi, i linguisti, gli insegnanti e gli addetti delle forze dell’ordine che ascoltammo tracciarono, ciascuno dal proprio punto di vista professionale e sulla base di dati oggettivi, un quadro agghiacciante. Quasi tutti gli esperti auditi si dichiararono favorevoli all’introduzione un divieto di utilizzo degli smartphone per i minori di 13, 14 anni. Presentai, allora, un disegno di legge in tal senso che naturalmente rimase lettera morta.</p>
<p>È di ieri la notizia che la Repubblica di San Marino ha disposto il divieto di vendita e utilizzo degli smartphone per i minori di 11 anni. Dalla Francia al Regno Unito molti parlamenti si stanno ponendo il problema e stanno dibattendo su norme del genere.</p>
<p>I divieti non sono mai una bella cosa, e questo sarebbe pure di difficile applicazione, Ma quando si tratta di minori i divieti sono spesso giustificati. L’educazione è fondamentale, certo, ma con bambini e adolescenti non sempre la riteniamo sufficiente. Nessun genitore si stupisce del fatto che la legge vieti ai minori di una certa età di bere alcolici, di fumare sigarette, di guidare la macchina, di viaggiare da soli; non tutti i genitori hanno capito che il danno subito dai propri figli a causa dell’esposizione esorbitante a social e videogiochi è di gran lunga superiore al rischio a cui li esporrebbero le pratiche suddette. Nessun genitore lascerebbe il proprio figlio di 10-12 anni girare da solo per strada la notte; quasi tutti i genitori lasciano che di notte i propri figli percorrano da soli le vie virtuali, non meno insidiose di quelle reali, del Web.</p>
<p>I divieti non sono mai una bella cosa, ma, come ha dimostrato un’inchiesta pubblicata nel 2011 dal New York Times, divieti assoluti di utilizzo di smartphone e videogiochi vengono imposti dalla maggior parte dei top manager dei Giganti del Web ai propri figli in famiglia. Chiediamoci perché, e cominciamo quantomeno a ragionare sul tema senza preconcetti né conformismi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/01/21/news/coca_web_social_e_videogames_demoliscono_la_felicita_dei_nostri_figli-14863220/"><em><strong>Huffington Post </strong></em></a></p>
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		<title>Cari giovani, il benessere dell&#8217;Occidente non è una &#8220;colpa&#8221;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/cari-giovani-il-benessere-delloccidente-non-e-una-colpa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Rampini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 17:47:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Continuano in tutto l’Occidente i cortei pro-Palestina dove si sostiene Hamas e se ne legittima la violenza. Tra i giovani il movimento non si placa. Le denunce contro l’antisemitismo cadono nel vuoto. Anche per ignoranza. Un docente americano, di fronte a studenti che giustificano la mattanza di civili israeliani del 7 ottobre, ha evocato i [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Continuano in tutto l’Occidente i cortei pro-Palestina dove si sostiene Hamas e se ne legittima la violenza. Tra i giovani il movimento non si placa. Le denunce contro l’antisemitismo cadono nel vuoto. Anche per ignoranza. Un docente americano, di fronte a studenti che giustificano la mattanza di civili israeliani del 7 ottobre, ha evocato i «pogrom». Si è sentito chiedere: «Cosa sono?». Un pezzo di America progressista vive una crisi di coscienza, non sa come parlare alla propria gioventù, radicalizzata al punto da esaltare i terroristi.</p>
<p>L’antisemitismo è solo una parte della spiegazione di quanto succede nelle scuole, nelle università e nelle piazze, sui social. Colpisce il dialogo tra una mamma di Atlanta e una insegnante, tutt’e due elettrici democratiche, riportato sul New York Times. La mamma è sgomenta nello scoprire che la scuola indottrina a senso unico, con docenti che demonizzano Israele e legittimano le stragi di Hamas. L’insegnante le risponde così: «Starò sempre dalla parte di chi ha meno potere, meno ricchezza. Questo vale a prescindere dagli atti estremi commessi da alcuni militanti, esasperati a furia di vedere il proprio popolo morire».</p>
<p>Il dialogo tra la madre e la professoressa americane fornisce una spiegazione della straripante solidarietà per i palestinesi, che non esita a perdonare le stragi di innocenti israeliani. «Stare sempre dalla parte dei deboli» è un principio che va ben oltre i confini della sinistra, abbraccia valori di altri mondi come quello cristiano. È fondamentale per capire le giovani generazioni, e avviare un dialogo sul grande abbaglio di cui sono prigioniere.</p>
<p>Il principio per cui i più poveri hanno sempre ragione non viene applicato solo a favore dei palestinesi e contro Israele. Ha generato conseguenze in molti altri campi: dall’immigrazione clandestina alle politiche verso la criminalità, fino all’atteggiamento verso i Paesi ex coloniali che sembrano aver diritto a risarcimenti perpetui (a prescindere dall’uso dissennato che le loro classi dirigenti fanno di quei risarcimenti).</p>
<p>La ricchezza dell’Occidente, o quella di Israele, è diventata la prova schiacciante di una colpa; si accompagna alla certezza che questo benessere è il frutto di crimini contro l’umanità. Applicando questo dogma a tutto l’Occidente, la storia degli ultimi secoli dalla Rivoluzione industriale in poi è un vasto romanzo criminale, degno di Émile Zola: un paesaggio infernale di sfruttamento abietto, sofferenze, guerre coloniali, saccheggio delle risorse naturali. Nulla di buono ha fatto l’Occidente visto che la sua opulenza è legata alla miseria degli altri e al riscaldamento climatico. Tra le conseguenze di questa narrazione abbiamo l’illegittimità etica delle frontiere nazionali (come possiamo negare l’ingresso ai poveri della terra, se la loro sofferenza l’abbiamo creata noi?) e l’urgenza di bloccare lo sviluppo economico foriero di un’Apocalisse ambientale. Queste convinzioni animano tanti giovani.</p>
<p>Il confronto con queste generazioni — e con i loro insegnanti — deve abbracciare la storia dell’Occidente, del perché siamo quello che siamo. Senza la nostra Rivoluzione industriale, quella cosa orribile che ha insozzato il pianeta, oggi non sarebbero vivi tre miliardi di cinesi e indiani, o un miliardo e mezzo di africani: è la nostra agricoltura moderna a base di fertilizzanti e macchinari a consentire la loro alimentazione; è la nostra medicina ad avere ridotto la mortalità e allungato la longevità. I miracoli economici asiatici che hanno sollevato dalla miseria metà del pianeta sono accaduti copiando il modello scientifico e imprenditoriale dell’Occidente. Senza la nostra economia di mercato, che usa innovazioni per creare ricchezza , non esisterebbero le tecnologie verdi che consentono un futuro con meno emissioni carboniche. Schiavismo e colonialismo, praticati da tutte le civiltà umane (tra cui arabi, turchi, cinesi e russi) sono stati denunciati e superati in Occidente da forme più avanzate di capitalismo: il Nord anti-schiavista negli Usa aveva un’economia superiore al Sud delle piantagioni; l’America del 1956 impedì l’aggressione di Inghilterra-Francia-Israele contro l’Egitto di Nasser perché il modello Usa si fondava sul superamento dei vecchi imperi coloniali. Delle ex colonie capaci di spettacolare progresso economico, culturale, civile, in Asia, sono diventate in certi casi perfino più ricche di noi: non hanno praticato la cultura del vittimismo.</p>
<p>«I deboli hanno sempre ragione» si applica in modo perverso al confronto tra Israele e i suoi vicini. L’odierna ricchezza israeliana è recente. Nella prima fase della sua storia il Paese era socialista e povero. Il boom israeliano dagli anni Ottanta in poi è fatto di innovazione e imprenditorialità. La condizione dei palestinesi, la loro mancanza di diritti, è ingiusta e inaccettabile ma non spiega la prosperità d’Israele. I Paesi arabi suoi vicini hanno spesso aizzato l’antisemitismo per invidia e per dirottare l’attenzione dall’inettitudine delle proprie classi dirigenti. Da anni era iniziata una revisione, alcune classi dirigenti arabe avevano cominciato a considerare Israele come un modello da imitare anziché un nemico da distruggere. Purtroppo non hanno fatto in tempo a rieducare le loro masse e oggi la piazza araba è un ostacolo sulla strada di un ritorno alla pace.</p>
<p>In Occidente urge un dialogo con i nostri giovani: su cosa siamo noi, perché siamo arrivati fin qui. Una parte dei genitori americani stanno dedicando un’attenzione nuova ai programmi d’insegnamento. Proprio mentre Cina, Russia e Turchia riscrivono i propri manuali scolastici per renderli ancora più impregnati d’orgoglio nazionale e di autostima, è giusto che da noi s’insegni a odiare la civiltà occidentale? Per conquistare consenso nel Grande Sud globale che ci volta le spalle, dovremo cominciare a ricostruirlo tra i nostri ragazzi e sui banchi di scuola.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_novembre_06/colpa-essere-ricchiper-nostri-giovani-5e760060-7cd6-11ee-90f0-2d45ce928adc.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<item>
		<title>Ecco perché una legge per limitare l’uso dei social ai giovanissimi non è illiberale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ecco-perche-una-legge-per-limitare-luso-dei-social-ai-giovanissimi-non-e-illiberale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jun 2023 15:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[coca web]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Premessa doverosa a scanso di equivoci: ammesso ne abbia mai realmente avuti, non ho rapporti politici con Azione dalle scorse elezioni. Non è, dunque, per fedeltà alla linea, e non può essere per piaggeria, scrivere che Carlo Calenda stavolta l’ha detta giusta. Il leader di Azione ha presentato un disegno di legge per vietare i [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Premessa doverosa a scanso di equivoci: ammesso ne abbia mai realmente avuti, non ho rapporti politici con Azione dalle scorse elezioni. Non è, dunque, per fedeltà alla linea, e non può essere per piaggeria, scrivere che Carlo Calenda stavolta l’ha detta giusta. Il leader di Azione ha presentato un disegno di legge per vietare i social network ai minori di 13 anni e consentirne l’uso solo col consenso dei genitori dai 13 ai 15.</p>
<p>L’annuncio è stato accolto da un coro di polemiche, eppure una norma simile esiste già. Un regolamento europeo fissa a 16 anni l’età minima per iscriversi a un social. In Italia, grazie anche alle pressioni grilline, il limite è stato abbassato a 13 anni. Ma poiché i gestori dei social non controllano e i genitori spesso mentono, il risultato è che l’87% dei bambini tra i 10 e i 14 anni è iscritto a un social network. Il problema, dunque, è trovare il modo per rendere effettivo il divieto.</p>
<p>Ma che si tratti di un principio condivisibile e nient’affatto illiberale lo dicono i dati e ancor prima dei dati lo dicono le considerazioni dei tanti, tantissimi “pentiti del Web”. Così, alla rinfusa. Tim Berners-Lee, creatore del primo sito Web al mondo: «Il Web ha rovinato l’umanità invece di servirla&#8230; è arrivato a produrre un fenomeno che in larga scala è antiumano». Tim Kendall, ex direttore della monetizzazione di Facebook: «I nostri servizi stanno uccidendo le persone e le stanno spingendo a suicidarsi». Tristan Harris, ex dirigente di Google: «Squadre di ingegneri hackerano la psicologia delle persone per tenerle connesse e fargli fare quello che vogliono. Abbiamo creato un Frankenstein digitale incontrollabile». Sean Parker, creatore di Napster e primo presidente di Facebook: «Solo Dio sa i danni che i social network hanno creato al cervello dei nostri figli».</p>
<p>Quando, all’inizio della scorsa legislatura, avviai in commissione Istruzione del Senato l’indagine conoscitiva sull’impatto del Web nei processi di apprendimento dei più giovani, da cui il libro “CocaWeb, una generazione da salvare”, del fenomeno si parlava ancora poco. Ormai non si parla d’altro. Il tema è stato rappresentato con chiarezza dal <em>World Happiness Report</em> presentato nel 2019 alle Nazioni Unite. Uno dei suoi estensori, l’economista della Columbia University di New York, Jeffrey Sachs, l’ha messa così: «Dall’introduzione del primo iPhone in poi, abbiamo avuto un deterioramento misurabile nella felicità, soprattutto tra i giovani. Crescono le manifestazioni di ansia, stress, perdita di sonno, depressione. Peggiorano le interazioni sociali&#8230;”.</p>
<p>Da allora è stato un crescendo. Un’inchiesta del Financial Times ha messo in relazione i suicidi e i disagi psicologici dei più giovani con la loro frequentazione dei social e più in generale del web. Negli Stati Uniti sono già state intentate 147 cause collettive contro i Giganti del Web. La massima autorità sanitaria statunitense, il “Surgeon General”, ha accusato Facebook, Tik Tok, Instagram e via elencando di “arrecare gravi danni alla salute mentale dei giovani”. Dalla Francia al Regno Unito, nei parlamenti di mezzo mondo si discutono leggi volte a temperare un fenomeno la cui gravità è ormai di dominio pubblico e che la maggior parte dei politici tende ad ignorare per paura dell’impopolarità e/o per acquiescenza nei confronti della lobby più potente della storia umana, quella dei Giganti del Web.</p>
<p>Il punto, dunque, non riguarda il se, ma il come. Come impedire dal punto di vista tecnologico ed amministrativo che norme volte a proteggere la salute mentale e fisica dei giovanissimi vengano sistematicamente eluse.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/life/2023/06/11/news/social_e_psiche_serve_una_legge_per_preservare_la_salute_mentale_dei_ragazzi-12353353/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>DeButtare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/debuttare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 May 2023 17:29:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si parla dei giovani come fossero soggetti deboli da sostenere. Li si descrive un giorno come assopiti sul divano e il giorno appresso come in fuga verso un indeterminato “estero”. Si generalizza facendo a gara nel cordoglio, nel crucciarsi per l’alloggio non confortevole o rattristarsi nel caso la loro vita sia lacerata dal sopruso di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si parla dei giovani come fossero soggetti deboli da sostenere. Li si descrive un giorno come assopiti sul divano e il giorno appresso come in fuga verso un indeterminato “estero”. Si generalizza facendo a gara nel cordoglio, nel crucciarsi per l’alloggio non confortevole o rattristarsi nel caso la loro vita sia lacerata dal sopruso di una bocciatura. Li si vuole conservare nei luoghi comuni perché questo è il modo migliore per non essere costretti a cambiamenti per il bene comune. Eppure ci sono dati che urlano la distanza fra la realtà e la sua rappresentazione.</p>
<p>Per qualche giorno si giocherà al piccolo costituzionalista, lasciando immaginare che se ci fosse l’intesa la via sarebbe in discesa. In realtà è lunga e nel suo scorrere si farà a tempo a dimenticarsene molte volte. Ma sarebbe un raggiro lasciar supporre che possa trovarsi nella riscrittura della Carta la chiave per ricondurre ai fatti forze politiche e culturali in fuga dalla realtà.</p>
<p>La disoccupazione italiana è nell’intorno dell’8%, quella giovanile supera il 22%. Tolta la crescente quota di quelli che non studiano e non lavorano – che il politicamente corretto vuole che siano compatiti e inducano tristezza, laddove sarebbe bene scuoterli con indignazione avvertendoli che ciascuno di noi ha un ruolo nella propria vita, che dare la colpa a “la società” o “il sistema” è il modo migliore per perdere senza neanche gareggiare – i giovani cercano lavoro e le aziende cercano lavoratori. Ma gli uni e le altre continuano a cercare. Per forza, avvertono quelli per cui è sempre colpa degli altri: le paghe sono troppo basse. Questo è però l’ultimo dei problemi.</p>
<p>In un Paese in cui lavora il 60,2% della popolazione attiva, dovendo mantenere gli altri il costo del lavoro sarà alto e le paghe basse. Per sempre. Se si aumenta il costo del lavoro si va fuori mercato, se si diminuisce il cuneo fiscale a debito si va fuori di testa. Si deve lavorare più numerosi, più produttivamente e più a lungo. Il che fa bene anche alla morale. L’insulto non sono le paghe basse – che cominciammo tutti con tre soldi – ma la protezione dei garantiti, il mettere in conto ai giovani pensioni che non avranno mai, una scuola poco formativa, un mondo del lavoro poco meritocratico, quindi la prospettiva inaccettabile che la paga resti povera a lungo.</p>
<p>Nonostante questo e i disoccupati, a smentire il luogo comune dei divanati mantenuti c’è il fatto che molti giovani lavorano. Nelle condizioni date. E uno studio dell’Istituto Piepoli avverte che, udite udite, sono anche soddisfatti. Il 55% è preoccupato per l’assenza di lavoro. Ma fra i lavoratori compresi fra 16 e i 26 anni il 38% si dichiara soddisfatto e ammette di avere scoperto un lavoro cui non pensava e in cui si trova bene, il 28% è soddisfatto perché sta facendo il lavoro per cui ha studiato, per il 18% è quello che avrebbe sempre voluto fare, mentre il 16% non è soddisfatto manco per niente. Dentro questo 16% la metà lamenta la paga bassa. Ora prendete giornali e discussione politica e ditemi se le due cose si somigliano. Manco da lontano. C’è un abisso fra chi parla del lavoro e chi lavora veramente.</p>
<p>La scena è occupata dal partito unico della spesa pubblica, secondo cui basta dare di più per diffondere felicità. Che poi tocchi pagare è triste ovvietà occultata. Non mancano i giovani in gamba: manca loro la libertà di crescere, di competere e di vincere. Chi emigra non cerca protezioni ma opportunità. Si deve aprirle loro anche dentro ai confini, il che farebbe crescere la ricchezza di tutti. Non saranno la Repubblica presidenziale o il premierato (ammesso che chi ne parla li distingua) ad aprire il mercato, ma la concorrenza, la preparazione e l’innovazione. Se politica e giornali preferiscono parlare di divani, attendati, sfiduciati è perché capiscono che quelli li aiuteranno a conservarsi. Mentre quanti sono capaci di camminare e correre senza compatimenti potrebbero essere presi dalla sindrome del debuttante, che s’accorge di potere buttare via quel che gli ostruisce la strada.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/martedi-9-maggio-2023-2/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<item>
		<title>Drogati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/drogati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2023 17:33:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[destra]]></category>
		<category><![CDATA[droga]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Forse l’espressione “speculare sui morti” non è fra le più raffinate, specie se usata stando al governo, ma ha ragione la destra che accusa la sinistra di utilizzare il tema dell’immigrazione e dei morti per far propaganda. Proprio come la destra fece nei confronti della sinistra, accusandola di attirare disperati ed essere complice degli scafisti, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Forse l’espressione “speculare sui morti” non è fra le più raffinate, specie se usata stando al governo, ma ha ragione la destra che accusa la sinistra di utilizzare il tema dell’immigrazione e dei morti per far propaganda. Proprio come la destra fece nei confronti della sinistra, accusandola di attirare disperati ed essere complice degli scafisti, provocando morti. Naturalmente tale scambio di elevatezze insensate non risolve nulla, ma la tentazione di fare all’altro quel che non vuoi sia fatto a te è così forte da tacitare ogni diverso richiamo. Purtroppo il tema dell’immigrazione non è isolato. Guardiamo a quel che succede sul fronte della giustizia, accogliendo con interesse le parole del sottosegretario, Andrea Delmastro: tiriamo fuori i drogati dal carcere e mandiamoli in comunità. Tesi che ha una storia istruttiva. Vale la pena conoscerla.</p>
<p>Oggi il 30% circa dei detenuti è tossicodipendente. Nessuno è in carcere in quanto drogato, perché drogarsi non è un reato. Ma, a parte il caso di chi fa lo scassinatore e si droga, resta il fatto che per comprare la droga servono i soldi e se non li hai o li hai finiti provvedi commettendo reati. E finisci in carcere. Dice Delmastro: visto che le carceri sono sovraffollate e i drogati starebbero meglio dove li si aiuti a smettere, mettiamoli in comunità. Quello del sovraffollamento è un problema serio, però anche l’approccio sbagliato, parlando di droga. Ma perché una cosa così ovvia non si è già fatta? Questo è il bello.</p>
<p>La proposta di legge per mandare i drogati in comunità e non in carcere fu presentata nel 1984. La firmò l’onorevole Mimmo Pellicanò, appositamente scelto mediano e in solitario, dato che la legge nasceva dal lavoro che avevamo fatto con la Lenad di Piera Piatti (ed altri) e con Vincenzo Muccioli. Andammo a parlare con tutti, da Giorgio Almirante a Luciano Violante, e molti dei nostri interlocutori convenirono e presero parte ad eventi pubblici. Restavano delle differenze, come è bene, ma se il dibattito fosse stato quello che animavamo, la proposta sarebbe divenuta legge nel 1985. Non lo divenne mai. Perché per i sinistri le comunità erano luoghi chiusi e totalizzanti (invece la prigione era bella aperta e socializzante) e per i destri la galera era il meno da augurare a chi corrompeva i giovani e le piazze. Per i sinistri eravamo repressivi e per i destri lascivi. Risultato che vararono il principio della “modica quantità”, con cui la sinistra (assieme alla Dc) pensava di salvare i drogati dal carcere, ma salvando in quel modo il piccolo spaccio, mentre la destra si distinse per lo sport ancora in voga: il rialzo della pena. Nel frattempo molti giudici decidevano di mandare i drogati in comunità, ai domiciliari, mentre altri mandavano in galera i gestori delle comunità, perché s’ostinavano a trattenere quelli mandati da loro agli arresti.</p>
<p>Il governo, però, non ricominci come se 40 anni non fossero passati, perché è cambiata la realtà ed è rimasta uguale l’esigenza. Allora la droga più diffusa era l’eroina, oggi le amfetamine in pasticca (l’eroina spesso torna per far “calare” l’effetto di amfetamine e cocaina). Questo cambia i drogati, che cominciano molto più giovani, e cambia la mitica “crisi d’astinenza”, che non è affatto il problema più grosso. Dice Delmastro che vanno mandati in comunità per essere disintossicati, ma anche questa è cosa minore. Il problema non è togliere la droga, ma metterci dell’altro: voglia di vivere, motivazioni, capacità di lavorare, dignità di un ruolo. Se si fallisce ritorneranno in cella, sicché lo sfollamento sarà temporaneo.</p>
<p>E no, non comincino a parlare di &lt;&lt;patto con le Regioni&gt;&gt;, perché oltre che dalla faziosità insensata la politica va disintossicata dalla dipendenza da miti e funzioni il cui conclamato fallimento è pari al sicuro sbattimento della vita da drogati. I drogati non vedono alternativa e la politica nemmeno, il che li spinge a commettere sempre gli stessi errori, pur sapendo che sono errori.</p>
<p><em><strong><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/martedi-14-marzo-2023/">La Ragione</a></strong></em></p>
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		<title>Socialmente (in)utile</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/socialmente-inutile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 17:44:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Valditara]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Indirizzare i ragazzi violenti ai lavori socialmente utili può sembrare una misura rigorosa, ma è la bancarotta del rigore. Può sembrare educativo, ma è il fallimento dell’educazione. Le dichiarazioni del ministro dell’istruzione, Valditara, sono state commentate, come al solito, avendo in mente gli schieramenti e le contrapposizioni fasulle, ma celano un problema serissimo. Un tempo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Indirizzare i ragazzi violenti ai lavori socialmente utili può sembrare una misura rigorosa, ma è la bancarotta del rigore. Può sembrare educativo, ma è il fallimento dell’educazione. Le dichiarazioni del ministro dell’istruzione, Valditara, sono state commentate, come al solito, avendo in mente gli schieramenti e le contrapposizioni fasulle, ma celano un problema serissimo.</p>
<p>Un tempo la sospensione era una misura assai temuta. Intanto perché macchiava il percorso scolastico, escludeva dalle lezioni e poteva preludere a una bocciatura. Ora non si boccia nessuno, quindi è una minaccia farlocca. Poi perché essere bocciati significava impiegare un anno in più prima di andare a lavorare, ovvero impoverirsi. Ora ti danno i soldi se non lavori. Infine perché a casa i genitori ti avrebbero severamente punito. Mentre ora stanno dalla parte del pargolo manesco e testone.</p>
<p>Socialmente utile sarebbe che la scuola torni a funzionare e le famiglie tornino a educare. Il resto è vaniloquio propagandistico.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/mercoledi-23-novembre-2022/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Senza futuro</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/senza-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 May 2022 08:11:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rassegnarsi alla bancarotta scolastica significa rinunciare al futuro. Sottrarlo a ciascuno degli studenti e, conseguentemente, alla collettività. Il futuro arriverà comunque, come sempre, ma quello che dai banchi non si costruisce dopo impoverisce. E quel che più preoccupa è la totale assenza di consapevolezza, l’assenza di rivolta da parte delle famiglie, l’assenza di reclami da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Rassegnarsi alla bancarotta scolastica significa rinunciare al futuro. Sottrarlo a ciascuno degli studenti e, conseguentemente, alla collettività. Il futuro arriverà comunque, come sempre, ma quello che dai banchi non si costruisce dopo impoverisce. E quel che più preoccupa è la totale assenza di consapevolezza, l’assenza di rivolta da parte delle famiglie, l’assenza di reclami da parte degli studenti. La bancarotta scolastica avviene nel silenzio, segno di una più vasta bancarotta morale.</p>
<p>Non si può che definirla bancarotta perché la ragione per cui esiste la scuola pubblica, e il relativo obbligo di frequentarla, risiede nella volontà e necessità di ridurre al minimo le differenze di partenza fra i più giovani. La scuola pubblica esiste per offrire a tutti la possibilità di farsi strada per merito, senza che il bisogno ostruisca il percorso. Per questa ragione lo scopo della scuola pubblica è certo quello di offrire a tutti la possibilità di studiare, ma anche quello di riequilibrare le differenze culturali dovute a disagio sociale, economico o geografico. Ed è qui che si concentra la bancarotta.</p>
<p>Nei giorni scorsi s’è discusso del dato rilanciato da Save the children, sulla spaventosa quota di ragazzi che non sono in grado di capire un testo appena letto. Antonella Inverno, che per quell’associazione si occupa delle politiche per l’infanzia, ci torna disaggregando per regione i dati delle prove Invalsi. Se il 44% complessivo non capisce quel che legge, tale percentuale scende al 15.9 a Trento, ma sale al 64.2 in Campania, 63.5 in Calabria, 57.2 in Sicilia, 50.2 in Abruzzo. E in italiano si va già meglio che in matematica, dove l’incapacità media nazionale arriva al 51%. Masse di ragazzi che arrivano agli esami di maturità con le competenze che potevano ritenersi soddisfacenti alle medie inferiori. Anni si presunto studio buttati via.</p>
<p>Ma la disparità che emerge da quei dati ne nasconde una ancora più feroce: il liceo del quartiere bene di una qualche città del Sud ha risultati del tutto paragonabili a quelli di un liceo analogo al Nord, ma le scuole nei quartieri disagiati o nei paesi periferici se la giocano con l’Africa in via di sviluppo. Quindi, all’opposto di quel che dovrebbe essere, chi nasce favorito viene rifavorito e chi nasce svantaggiato viene risvantaggiato. Totale bancarotta. Resa ancora più crudele dal fatto che tanti insegnanti provano in tutti i modi a rimediare, da sottopagati, mentre troppi loro colleghi sono pesi morti e soldi buttati. Infine: eravamo messi male prima e il covid ha peggiorato le cose, chiudendo le scuole e con la didattica a distanza che dovrebbe essere uno strumento riequilibratore (da qualsiasi posto puoi accedere alle lezioni migliori) e invece ha funzionato da distanziatore, per mancanza di infrastrutture e competenze.</p>
<p>A questo punto si può affrontare la questione in sindacalese e politichese, proclamando la necessità di spendere più soldi pubblici, garantire condizioni migliori ai docenti, stabilizzare quelli “precari”, offrire a tutti un diploma. La fabbrica della dilapidazione e dell’ignoranza.</p>
<p>L’approccio diverso parte da ciascuno di noi, dalle famiglie e dai ragazzi: solo i cretini possono pensare che lo scopo del corso di studi sia la promozione, laddove è l’apprendimento, per cui protesto vivacemente se mi accorgo che mi viene sottratto quel che già pago, con le tasse. Serve una scuola meritocratica e selettiva, che è l’opposto della scuola classista, ovvero quella che abbiamo davanti agli occhi. Una scuola meritocratica e selettiva è in grado di farmi sapere per tempo che non sono preparato, mettendomi nelle condizioni di scegliere cosa fare, senza subire la mattanza colletiva del declassamento culturale. Per avere un simile servizio devo metterci a lavorare chi è selezionato a sua volta: concorsi senza graduatorie ad esaurimento; verifiche dei risultati, nel tempo; premio a chi forma meglio e tanti saluti a chi non sa farlo. Brutale? Brutale è restare senza futuro per incapacità d’essere persone serie nel presente.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Piantiamola</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/piantiamola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Apr 2022 11:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[benessere equo e sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Istat]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il principale disagio degli adolescenti credo sia avere a che fare con adulti che si comportano da adolescenti. La nostra infantilità di massa ha voluto cancellare il dolore dalla realtà, con il risultato di cancellare anche la gioia della vitalità. Dopo di che si passa alla consolazione, cercando sempre in altri e altrove la causa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il principale disagio degli adolescenti credo sia avere a che fare con adulti che si comportano da adolescenti. La nostra infantilità di massa ha voluto cancellare il dolore dalla realtà, con il risultato di cancellare anche la gioia della vitalità. Dopo di che si passa alla consolazione, cercando sempre in altri e altrove la causa di quel che va male.</p>
<p>L’Istat ha pubblicato il Bes 2021, che sarebbe una ricerca sul “Benessere equo e sostenibile” (al nostro Istituto di statistica hanno notizia del benessere iniquo e insostenibile? non punge vaghezza che l’aggettivazione corriva al parco pensare del politicamente corretto sia già sintomo del male che poi s’intende evidenziare?). Il 23.1% dei giovani, fra i 15 e i 29 anni (vecchi non si è, a 29, ma neanche ragazzi), non fa niente, non studia e non lavora. Siamo vicini a 1 su 4. Fra i 14 e i 19 anni il 10.5% è insoddisfatto della vita. Il 10.9 (quindi di più) è insoddisfatto del proprio tempo libero. Tutti indici in crescita rispetto all’anno prima. Che è successo? Facile: la pandemia. Che abbia nuociuto alla socialità è poco, ma sicuro. Epperò il tempo del prima non è che avesse numeri di abbandono scolastico e sprofondamento nella nullafacenza così radicalmente diversi. Sicché ho il dubbio che il virus abbia le sue colpe, ma gli adulti non cresciuti di più.</p>
<p>Mettete dei ragazzini in un cortile o in un prato: si sfideranno a chi è più veloce, chi è più forte, chi salta di più, formeranno due squadre, inventeranno un gioco, competeranno fra loro divertendosi come matti. Uno o una squadra esulterà per la vittoria, ma si saranno divertiti tutti. Vorranno tornare a giocare, ovvero a sfidarsi. Questo se s’incontrano fra loro, perché se ad organizzare la cosa è un genitore o un accolita di genitori si sentiranno in dovere di arruolare l’animatore. All’anima della sfiducia nella capacità dei bambini d’animarsi da soli. L’animatore dovrebbero prenderlo per gli incontri fra loro, gli adulti.</p>
<p>Non si può uscire? si deve stare a casa? li troverete, anche più grandicelli, a sfidarsi on line, oppure a seguire un talent, dove l’incapace (o supposto tale) viene cacciato e quello bravo (o supposto tale) vince. Non parliamo poi di quelli che s’appassionano di sport, sempre che gli adulti adolescentizzati non s’impegnino a far vedere d’essere più scatenati degli adolescenti veri.</p>
<p>Ora portateli a scuola, nell’istituzione preposta a formare e selezionare: mai e poi mai in competizione, che nuoce all’educazione. Non sia mai che il ciuco sia bocciato, meglio ragliare in coro. Il cielo non voglia che chi viola le regole sia punito, che se ne coarta la creatività. E gli adulti adolescentizzati non si rendono conto di avere tolto il divertimento da quel che è utile, la competizione da quel che serve. Poi guardano i volti annoiati dei pargoli e se la prendono con “la società”, “il sistema”, “la politica”, che ci sta sempre bene. Che sia colpa loro? Un genitore adulto solidarizza con la scuola e, anzi, carica di significato un cattivo voto, per indurre la discendenza a fare i conti con la realtà. Un genitore adoscentizzato andrà a protestare.</p>
<p>Tutto questo non avviene solo perché tanti adulti sono divenuti irresponsabili, ma anche perché sono egoisti. Non vogliono rotture di scatole: promozione fino a 18 anni, senza chiedermi nulla, poi posto fisso o reddito di cittadinanza in vista della pensione. Ed è questo atteggiamento che seleziona la classe politica, infatti impegnata a far slittare la legge sulla concorrenza, ciascuno volendo ergersi a protettore di una rendita. Volete vedere riaccendersi la luce negli occhi dei più giovani? consentite loro di far fuori gli attempati incapaci. Ma no, che ingiustizia, che brutalità, che assenza d’empatia. Si finge di proteggere per proteggersi, regalando, in cambio, il compatimento. Anziché augurarsi che i figli ci freghino e sorpassino, &lt;&lt;il prende a consolar dell’esser nato&gt;&gt;. Che, almeno, quello faceva il pastore in Asia. Chi? Lascia stare.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Lorenzo Fiorespino: La violenza nella cultura della movida</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lorenzo-fiorespino-la-violenza-nella-cultura-della-movida/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2020 06:04:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[La Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo fiorespino]]></category>
		<category><![CDATA[movida]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro direttore sono un giovane ricercatore universitario di 27 anni. Esponenti della sinistra si esprimono sulla vicenda di Colleferro. Tirano in ballo la destra, il suo soffiare sull’odio, giocare col fuoco, aizzare le masse rabbiose. E dimostrano per l’ennesima volta di aver dimenticato la finestra chiusa. Chi scrive è benevolo perché vuole credere che la sinistra, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Caro direttore sono un giovane ricercatore universitario di 27 anni. Esponenti della sinistra si esprimono sulla vicenda di Colleferro. Tirano in ballo la destra, il suo soffiare sull’odio, giocare col fuoco, aizzare le masse rabbiose. E dimostrano per l’ennesima volta di aver dimenticato la finestra chiusa. Chi scrive è benevolo perché vuole credere che la sinistra, pur spesso candidamente ignara del Paese che governa, sia scevra dai vizi della peggior destra, nel caso specifico quello di buttare scientemente in politica le tragedie. Vuole credere, lo scrivente, che la sinistra sia la solita ingenua, quella che alla fine ci si riduce a votare perché in fondo è meno malvagia, viscerale, fanfarona, sboccatamente antidemocratica della destra contemporanea. Almeno sono antifascisti, santi numi.</p>
<p>Voglio dunque credere che anche in questa vicenda coloro che a sinistra hanno accostato i fatti sconvolgenti di Colleferro alla propaganda di destra siano anime buone, eternamente impegnate in un leggiadro svolazzare di torre in torre, d’avorio in avorio; e che per questo non sappiano nulla di ciò di cui parlano. La violenza di Colleferro è l’estrema conseguenza di una cultura della movida che è ormai istituzionalizzata in Italia. E’ ormai cliché, e proprio per questo chi ha attaccato la destra in questi giorni si è coperto di ridicolo, oltre ad aver goffamente svilito la sacrosanta battaglia contro l’ammiccare razzistoide delle destre. Ma davvero non sapete?</p>
<p>La cultura della movida è cliché e si dispiega con sfacciata fierezza in tutti i luoghi preposti al divertimento notturno dei giovani – fascia che va dai quattordici ai trentaquattro, su per giù. La cultura della movida è istituzione e ha quattro pilastri, in ordine sparso: “alcol”, “cocaina”, “scopare”, “violenza”. Questi sono i motivi per cui buona parte di quella fiumana di giovani tra cui sfilano i vostri figli esce di casa la sera. I più innocenti sono quelli che concentrano energie e dedizione su “alcol” e “scopare”. Tra i quattro pilastri figura “violenza”. Il culto della violenza e della criminalità è parte del codice della movida. Migliaia di giovani si riversano ogni venerdì e sabato sera per le strade e i locali, infiammati da mitologie criminali, magari imbottiti di cocaina a basso costo o imbenzinati d’alcol ingurgitato senza criterio, frustrati, impuniti. Cercano deliberatamente la rissa.</p>
<p>Chiunque abbia un minimo di familiarità con le discoteche sa perfettamente che non ci vuole nulla a finire in uno scontro, e non c’è contesto sociale che tenga. Uno sguardo può bastare. Chiunque abbia un minimo di familiarità con la mentalità che alberga nei luoghi della night life impara quasi senza accorgersene come comportarsi, come muoversi, come guardare; impara a fiutare se gli sconosciuti che ha nelle vicinanze sono innocui o a caccia di vittime, e a regolarsi di conseguenza; perché la caratteristica saliente della violenza da sabato sera è proprio l’insensatezza, la gratuità. L’assenza di movente è regola, non eccezione. Mi è capitato di essere attaccato senza nessun motivo al mondo. Fortunatamente è sempre finita a parole pesanti e qualche spinta al massimo, ma il movente più robusto che ricordo è una leggera spallata che pare io abbia rifilato al gentiluomo che mi stava accanto. Il più delle volte finisce senza un graffio, insomma. Poi c’è chi è meno fortunato di me, e magari le prende, con lesioni e strascichi psicologici che vanno dalla minima alla massima gravità. E poi ci sono i casi estremi, le tragedie irrimediabili come quella di Willy Monteiro, o quella di Emanuele Morganti tre anni fa.</p>
<p>Accanirsi contro gli assassini senza condannare quella cultura è ipocrita. E banalmente, come per tanti altri problemi epocali, ci allarmiamo solo quando è impossibile nascondere la testa sotto la sabbia. Mettiamo in piedi mastodontiche gogne mediatiche per un paio di settimane, ci indigniamo intimamente al punto da esagerare nell’assedio verbale ai colpevoli (sul serio qualcuno ha augurato la morte al figlio nascituro del presunto assassino?); poi tutti a bere per dimenticare, e arrivederci al prossimo sacrificio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lorenzo Fiorespino</strong></p>
<p><strong>La Stampa, 13/09/2020</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>#BuonaPagina &#8211; Votazione chiusa.</p>
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