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	<title>Violenza Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Violenza Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Contro ogni violenza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/contro-ogni-violenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Dec 2023 13:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/EwZvb1e8xRQ?si=Nw28G12fhdVLb9c3" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Il gusto tutto francese per la violenza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-gusto-tutto-francese-per-la-violenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jul 2023 16:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[rivolte]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre non era algerino e non crebbe in una banlieu. Crebbe ad Arras, nel nord della Francia, figlio di un avvocato e discendente di una famiglia che nell’ancien régime esercitava la professione notarile. Eppure, prima di rimetterci a sua volta la testa, Robespierre e con i suoi giacobini fecero della violenza lo strumento [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre non era algerino e non crebbe in una banlieu. Crebbe ad Arras, nel nord della Francia, figlio di un avvocato e discendente di una famiglia che nell’ancien régime esercitava la professione notarile. Eppure, prima di rimetterci a sua volta la testa, Robespierre e con i suoi giacobini fecero della violenza lo strumento della loro lotta politica e, in difesa del “popolo”, aggredirono il Potere e giustiziarono serenamente diverse migliaia di concittadini. Lo fecero, naturalmente, in nome della democrazia e della giustizia sociale.</p>
<p>Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i capipopolo che nel maggio del 1968 animarono la rivolta, una “rivoluzione mancata” secondo molti, che infiammò tutte le democrazie occidentali tanto da dare all’anno che la partorì la dignità maiuscola d’un fatto storico: il Sessantotto. Una radicale delegittimazione del potere costituito, dei suoi principi, dei suoi miti e dei suoi simboli.</p>
<p>Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i tanti terroristi italiani e non solo italiani a cui lo Stato francese ha riconosciuto e riconosce un diritto d’asilo, con ciò dimostrando quanto sia insito nel carattere nazionale francese, tanto da diventare principio ispiratore della prassi istituzionale, il riconoscimento della sovversione violenta come frutto della naturale ricerca della libertà e, in coerenza con la teoria dell’abate, francese, Sieyés, il tirannicidio come atto profondamente legittimo, per non dire doveroso.</p>
<p>Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i capi e i militanti dell’Oas, il movimento paramilitare insurrezionalista che negli anni Sessanta si oppose a suon di bombe all’indipendenza dell’Algeria in nome di una Grande Francia imperialista. In ciò rappresentando solo una piccola tessera del variopinto mosaico di cui si compone l’estremismo culturale e politico della destra francese: dal padre di tutti i razzisti, il marchese de Gobineau, all’Affaire Dreyfus, all’Action Francaise, al cattolico Joseph De Maistre, alla Repubblica di Vichy… fino a Jean-Marie Le Pen e soprattutto a sua figlia Marine. Tutti fenomeni politici piuttosto estremi ma sempre radicati in segmenti nient’affatto marginali della società francese, di cui hanno espresso ed esprimono fedelmente sentimenti e pulsioni.</p>
<p>Non erano algerini, e non vivevano nelle banlieu, i leader della rivolta dei gilet gialli e le centinaia di migliaia di loro seguaci che dal novembre 2018 hanno paralizzato Parigi e altre duecento città francesi formalmente per protestare contro l’aumento del prezzo della benzina. Erano rappresentanti del cosiddetto ceto medio. Ceto precipitato socialmente, in Francia come ovunque, in conseguenza della crisi finanziaria del 2008.</p>
<p>Si parla tanto di integrazione. Ed è un bene che se ne parli, essendo il tema evidentemente centrale. Tuttavia, visti i precedenti storici e tenendo conto del fatto che ad animare le rivolte odierne in Francia sono le seconde e terze generazioni di immigrati, dunque cittadini francesi a tutti gli effetti, viene da pensare che questa violenta rivolta dei ventenni magrebini sia il miglior segno della loro avvenuta integrazione. Ora che sono francesi, dei francesi possono legittimamente esercitare la violenza. Ovviamente giustificata con nobili motivazioni di giustizia sociale.</p>
<p>L’anomalia è che ai ribelli stavolta mancano una matrice culturale e una rappresentanza politica. Il monito e che, come la Storia insegna, il più delle volte le peculiarità “rivoluzionarie” francesi si sono fatte prassi nell’intero mondo occidentale, capitalista e industrializzato.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2023/07/03/news/il_gusto_francese_per_la_violenza_prima_delle_banlieue-12557409/#:~:text=Maximilien%2DFran%C3%A7ois%2DMarie%2DIsidore,r%C3%A9gime%20esercitava%20la%20professione%20notarile."><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Nika, 16 anni, le hanno fratturato il cranio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/nika-16-anni-le-hanno-fratturato-il-cranio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mariano Giustino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Apr 2023 05:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La libertà svelata, storie di donne coraggiose]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nika Shakarami era a capo scoperto, in piedi su un cassonetto mentre mostrava il suo velo in fiamme. Quel 20 settembre 2022 nelle piazze di Tehran giovani donne danzavano tenendosi per mano attorno ai falò dove bruciavano i loro hijab, cantando le canzoni della libertà e gridando slogan contro la Repubblica islamica. Nonostante la feroce [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/nika-16-anni-le-hanno-fratturato-il-cranio/">Nika, 16 anni, le hanno fratturato il cranio</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nika Shakarami</strong> era a capo scoperto, in piedi su un cassonetto mentre mostrava il suo velo in fiamme. Quel 20 settembre 2022 nelle piazze di Tehran giovani donne danzavano tenendosi per mano attorno ai falò dove bruciavano i loro hijab, cantando le canzoni della libertà e gridando slogan contro la Repubblica islamica.</p>
<p>Nonostante la feroce repressione da parte delle forze basij, ragazze e ragazzi escono fuori dalle loro case a ballare in girotondo attorno a un fuoco.</p>
<p>Il ballo intorno al fuoco è un ancestrale retaggio e rappresenta per il popolo iranico, in particolare quello curdo, la vittoria degli oppressi sugli oppressori. Un’antica leggenda persiana narra infatti di un re orco che aveva ridotto il popolo in schiavitù e miseria, senza mai saziarsi della sua brama di ricchezza e di potere. In un giorno infausto, il re pretese dai suoi sudditi i loro figli per cibarsene. Oggi è il regime iraniano che uccide i propri figli, anche gli adolescenti, e la rivoluzione dilaga.</p>
<p>Nika, di appena 16 anni, quel giorno è poi scomparsa nel nulla. Aveva detto ad un’amica che era inseguita dalla polizia. Dopo dieci giorni dalla sua scomparsa la famiglia si è vista consegnare dalle autorità il corpo della ragazza.</p>
<p>Nika aveva il naso fracassato e il cranio fratturato per i colpi inflitti. Le sofferenze per i genitori della povera ragazza non sono finite qui. Il giorno prima della sua sepoltura, il corpo di Nika è stato trafugato dall’obitorio di Kahrizak. La giovane sarebbe dovuta essere seppellita nel cimitero della città natale di Khorramabad, nella provincia del Lorestan abitata prevalentemente dalla popolazione Lur e curda, ma i servizi segreti dei Guardiani della rivoluzione islamica per impedire che il luogo di sepoltura diventasse meta di pellegrinaggio dei giovani in rivolta, come era già avvenuto per Jîna (Mahsa Amini), hanno trasferito la sua salma nel cimitero di un piccolo villaggio di Hayat ol Gheyb, a 40 km dalla sua città natale per evitare che un affollato corteo funebre potesse innescare ulteriori proteste.</p>
<p>La famiglia di Nika era stata informata della sua terribile morte solo dieci giorni. Le forze di sicurezza hanno verbalizzato che la ragazza si era suicidata lanciandosi nel vuoto da una finestra di un’abitazione in cui si era rifugiata e hanno tentato di costringere alcuni membri della sua famiglia a sostenere questa narrazione del tutto inverosimile.</p>
<p>È noto che le autorità iraniane costringono i familiari a dichiarare il falso, cioè che i loro congiunti sono morti o per malattia, o per cause accidentali o perché si sarebbero suicidati. Il regime sequestra i corpi dei manifestanti uccisi e per la restituzione chiede ai familiari un riscatto per metterli a tacere: cioè chiede una confessione pubblica che smentisca la voce di un decesso del loro congiunto per mano dello stato. Insomma, il regime teocratico ha comportamenti e organizzazione di tipo mafioso.</p>
<p>Secondo le risultanze dell’autopsia la causa ufficiale della morte di Nika sarebbe stata provocata da un trauma cranico dovuto ai ripetuti colpi di un corpo contundente.</p>
<p>Nika Shakarami era diventata così un nuovo volto della rivoluzione in corso in Iran per la liberazione del paese dalla Repubblica islamica. Il suo volto di adolescente dolce e ribelle è apparso nei graffiti disegnati sui muri delle città iraniane.</p>
<p>Nika è nata il 2 ottobre 2005 da una famiglia di etnia lur a Khorramabad, città natale anche di suo padre. I lur in origine erano un insieme di tribù aborigene iraniche, provenienti dall&#8217;Asia centrale e di tribù pre-iraniche dell&#8217;Iran occidentale, come i Cassiti, abitanti del Lorestan, e i Gutei che hanno stretti legami con l’etnia curda.</p>
<p>Come nella società dei bakhtiari e dei curdi, le donne lur hanno maggiore libertà rispetto alle donne di altri gruppi all&#8217;interno della regione. Una delle caratteristiche etniche distintive dei lur è la danza popolare.</p>
<p>La popolazione lur non è caratterizzata da un particolare credo religioso, nella loro comunità le pratiche religiose sono individuali e libere. All’interno della comunità lur, così come all’interno di ciascun gruppo familiare, possono coesistere anche pratiche religiose differenti. La maggioranza dei lur è musulmana sciita, ma diversi gruppi praticano una antica religione iraniana come lo yaresanesimo che ha radici nello zoroastrismo, nel mitraismo e nel manicheismo.</p>
<p>Nika lavorava in un bar, era la secondogenita della famiglia e viveva con sua zia a Tehran dove si era trasferita dopo la morte di suo padre.</p>
<p>La morte della giovane curda-iraniana, Mahsa Amini, aveva segnato nel profondo la giovane adolescente Nika Shakarami, ragion per cui aveva deciso di unirsi alle ragazze che si ribellavano all’apartheid di genere e quel giorno infausto del 20 settembre era uscita di casa intorno alle ore 13 per prendere parte a una manifestazione di protesta sul Keshavarz Boulevard di Teheran. Aveva portato con sé una bottiglia d&#8217;acqua e un asciugamano per proteggersi dai gas lacrimogeni. Aveva detto alla zia che sarebbe andata a trovare sua sorella.</p>
<p>Era salita su un palco improvvisato e, spavalda, piena di energia e di voglia di libertà, aveva brandito un microfono facendo sfoggio delle sue qualità canore. Quella notte del 20 settembre, i suoi account Telegram e Instagram erano stati cancellati e il suo telefono era stato spento. Il procuratore di Tehran glielo aveva sequestrato e le autorità avevano avuto accesso a messaggi diretti del suo account Instagram.</p>
<p>La CNN ha pubblicato alcuni filmati delle ultime ore di Nika Shakarami durante le proteste. In un video si vede la ragazza mentre cerca di nascondersi dietro le auto ferme nel traffico di Tehran perché inseguita da agenti della polizia. La si vede mentre chiede a un uomo alla guida di una vettura di proteggerla gridando: &#8220;Non muoverti, non muoverti, ti prego!&#8221;</p>
<p>Un testimone col suo cellulare aveva ripreso la scena in cui si vedeva Nika mentre veniva arrestata e caricata su un furgone della polizia.</p>
<p>La giovane eroina era stata rapita, trattenuta e interrogata dal Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche per una settimana ed era stata poi reclusa per un breve periodo nella famigerata prigione di Evin, tristemente nota per le orribili e sistematiche pratiche di tortura e di stupro dei prigionieri.</p>
<p>Sulla lapide di Nika è incisa una poesia: &#8220;Ti ha partorito con sangue e dolore, ti ha restituito alla madrepatria&#8221;. In questi versi la famiglia riconosce in Nika non una ragazza che si sarebbe suicidata, ma una martire per la libertà della sua patria.</p>
<p>Nel 40° giorno dalla sua morte, momento in cui secondo il rito islamico si interrompe il lutto, una grande folla si è radunata presso il suo sepolcro cantando gli slogan delle proteste e una vecchia famosa canzone in luri, nella lingua madre di Nika.</p>
<p>“Oh madre, madre, è ora di combattere!&#8221; Sua mamma, con grande coraggio, ha tenuto un breve discorso pubblico sotto gli occhi delle milizie dei paramilitari volontari dei pasdaran armati di tutto punto e pronti a soffocare anche quella triste cerimonia religiosa. La mamma, rivolgendosi a Nika, ha detto: &#8220;Quando vedo quel puro seme del tuo pensiero di libertà, di coraggio e onore sbocciare nei cuori di altri cari giovani, io sono felice e grata».</p>
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		<title>Kimia Zan aveva 26 anni, le hanno sparato in faccia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/kimia-zan-aveva-26-anni-le-hanno-sparato-in-faccia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mariano Giustino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Apr 2023 05:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La libertà svelata, storie di donne coraggiose]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Kimia Zand]]></category>
		<category><![CDATA[proteste]]></category>
		<category><![CDATA[Tehran]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si chiama Kimia Zand, ha 26 anni, è una delle migliaia di ragazze coraggiose ad essere scesa in strada per protestare contro il brutale assassinio della ragazza di 22 anni, curda-iraniana, Jîna Emînî, conosciuta con il nome persiano di Mahsa Amini. Le milizie dei volontari paramilitari dei Guardiani della rivoluzione islamica, denominate “basij”, le hanno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiama <strong>Kimia Zand</strong>, ha 26 anni, è una delle migliaia di ragazze coraggiose ad essere scesa in strada per protestare contro il brutale assassinio della ragazza di 22 anni, curda-iraniana, Jîna Emînî, conosciuta con il nome persiano di Mahsa Amini. Le milizie dei volontari paramilitari dei Guardiani della rivoluzione islamica, denominate “basij”, le hanno sparato in faccia, accecandole un occhio.</p>
<p>Kimia ha scritto su Instagram: “Non ci siamo prestate ad essere per loro donne esemplari osservanti della cosiddetta moralità islamica. Siamo invece diventate un modello della persistente resistenza al regime iraniano”. Ormai è ampiamente documentato che la Repubblica islamica prende di mira, sistematicamente, gli occhi dei manifestanti. Iran Human Rights, Amnesty international, l’associazione curda per i diritti umani, Hengaw, e tante altre organizzazioni non governative, nei loro report affermano che durante le proteste che hanno avuto luogo dopo la morte di Mahsa Amini, uccisa dalla cosiddetta polizia morale perché non indossava correttamente il velo, un gran numero di manifestanti è stato colpito volontariamente al volto perdendo la vista a uno o a entrambi gli occhi.</p>
<p>I medici affermano che, ad oggi, almeno 580 manifestanti hanno subito gravi lesioni agli occhi solo a Tehran e nel Kurdistan iraniano. Lo scorso dicembre 400 oftalmologi avevano sottoscritto una lettera di protesta, dove descrivevano anche le ferite che erano stati costretti a curare. Recentemente il Guardian aveva pubblicato una radiografia del cranio, ridotto a un colabrodo, di un giovane rimasto cieco dopo essere stato colpito da 18 pallini di colpi di fucili “a pompa” caricati a pallettoni o da pistole da paintball durante le rivolte scoppiate in tutto il paese. Che si tratti di una strategia prestabilita per seminare il terrore tra i dimostranti, appare del tutto evidente per i medici e le organizzazioni umanitarie. Tra le vittime di questa “politica di accecamento”, molte sono giovani donne.</p>
<p>Iran Human Rights (IHR) invita i cittadini in Iran a inviare qualsiasi informazione su chiunque abbia perso la vista per mano delle forze di sicurezza per aiutare a documentare con prove tale orribile pratica affinché i responsabili possano essere chiamati a renderne conto.</p>
<p>Il direttore di IHR, Mahmood Amiry-Moghaddam, ha recentemente dichiarato: “Esporre l&#8217;entità dei crimini e documentare le prove sono passi cruciali verso la giustizia che richiede la cooperazione di tutti i cittadini. Il leader della Repubblica islamica, Ali Khamenei, e le forze repressive sotto il suo comando devono sapere che dovranno rispondere di tutti i loro crimini commessi”.</p>
<p>Il New York Times ha pubblicato un rapporto di medici di tre ospedali di Tehran, rispettivamente il Farabi, il Rasoul Akram e il Labafinejad, che hanno curato più di 500 manifestanti con ferite agli occhi. Nella provincia del Kurdistan, sono state curate dai medici almeno 80 persone con analoghe lesioni agli occhi. Nel frattempo, il capo della polizia Hassan Karami ha negato che i manifestanti siano stati presi di mira in parti sensibili del loro corpo, descrivendo le loro azioni di repressione come del tutto &#8220;professionali&#8221;.</p>
<p>In Iran, ora che in queste ultime settimane è diminuita l&#8217;intensità delle proteste di piazza, il regime islamico ha intensificato la repressione nei confronti delle donne, degli studenti e dei giovani curdi e beluci.</p>
<p>Il piano delle autorità iraniane si può riassumere in questa locuzione: &#8220;hijab e castità&#8221;. La politica repressiva adottata dalla Repubblica islamica ripropone il dualismo dogmatico della sharia: “I cattivi, senza hijab” in contrapposizone con “i buoni, con l’hijab”.</p>
<p>Il presidente del Consiglio islamico, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha teorizzato una legge più severa sul codice di abbigliamento rendendo ancora più rigida l’apartheid di genere. L’obiettivo del regime è quello di tenere separate le donne che violano la regola dell’hijab da quelle osservanti. Secondo il nuovo ordinamento introdotto le donne vengono distinte in “positive” (cioè quelle che indossano l’hjiab) e in “negative” quelle che infrangono la norma.</p>
<p>Ghalibaf non ha esplicitato i criteri per valutare queste due categorie di donne; egli sostiene che dovrebbe essere adottato un “approccio positivo” con le donne che sono “accondiscendenti all’uso dell’hijab” e che dovrebbe essere adottato un “approccio negativo” nei confronti delle “donne che infrangono la norma”. Infrangere la norma vuol dire non indossare correttamente l’hijab che dovrebbe coprire interamente la testa e il collo, lasciando scoperti solo gli occhi, il naso e la bocca.</p>
<p>&#8220;Una donna con un velo che lascia scoperta parte del capo – sostiene Ghalibaf &#8211; è una persona immorale che trasgredisce la regola, che inquina l&#8217;ambiente morale e sociale della comunità e che promuove la corruzione sulla terra”.</p>
<p>Il presidente del Consiglio islamico raccomanda di adottare tali restrizioni con urgenza in vista della stagione estiva, altrimenti “si rischia di perdere il controllo sull’imposizione dell’obbligo dell&#8217;hijab”.</p>
<p>Dall&#8217;inizio della rivoluzione per la liberazione dell’Iran dalla Repubblica islamica, scoppiata il 16 settembre 2022 dopo l’uccisione di Mahsa, un gran numero di donne si rifiuta di indossare l&#8217;hijab in pubblico.</p>
<p>Intanto Hossein Jalali, segretario della Commissione culturale dell’assemblea legislativa iraniana, ha annunciato che il piano Ghalibaf chiamato &#8220;Castità, hijab e vita casta&#8221; ha ricevuto il via libera da parte della Magistratura, delle forze di polizia, del Ministero dell&#8217;Interno, della Sicurezza nazionale, del Consiglio per la cultura pubblica e del Consiglio islamico.</p>
<p>Il progetto di legge prevede che sia obbligatorio osservare il rigido codice di abbigliamento nelle automobili, nei treni, negli aerei, nelle metropolitane, nei centri educativi, nelle istituzioni, all’aperto, per le strade, nei parchi di divertimento, negli spazi virtuali, nei centri sportivi, durante le competizioni sportive, nei teatri, nelle fiere, nelle mostre, in tutti gli uffici pubblici e privati inclusi quelli delle organizzazioni non governative.</p>
<p>Secondo questa legge, le donne che non osservano correttamente il codice &#8220;hijab e castità&#8221; riceveranno un SMS di avviso nel primo richiamo, dopo il secondo richiamo saranno multate e dopo il terzo la multa sarà più pesante e saranno private di ogni servizio sociale con il blocco dei loro conti in banca. La multa per il mancato rispetto dell&#8217;hijab obbligatorio ammonta a 3 miliardi di toman.</p>
<p>Inoltre i Ministeri dell&#8217;Istruzione e della Scienza hanno annunciato in dichiarazioni separate che le studentesse che non rispettano le &#8220;norme e i regolamenti del codice di abbigliamento&#8221;, saranno private dei servizi educativi.</p>
<p>Sono già stati chiusi centinaia di uffici di sindacati in diverse regioni dell&#8217;Iran dove le donne hanno violato la legge su “castità e hijab”.</p>
<p>Nonostante tutte queste restrizioni, durante le festività del Nowruz (Capodanno iranico) appena trascorso e col Ramadan ancora in corso, giovani donne delle più svariate province dell’Iran hanno messo in atto numerose azioni di disobbedienza civile pubblicando, sui social, loro foto e video a capo scoperto nei luoghi pubblici e turistici, nonché mentre danzavano e cantavano.</p>
<p>&#8220;Malvagio Khamenei, ti abbatteremo&#8221;, “Abbasso i pasdaran; abbasso i basij”, gridano donne, uomini e bambini delle province del centro e di quelle più remote del paese. Dalla periferia al centro, a mani nude, uniti in una inedita sintonia. Questa è una delle caratteristiche più rivoluzionarie della ribellione dei giovani iraniani.</p>
<p>La Repubblica islamica non può sopportare che improvvisamente le donne sfoggino le loro ciocche al vento. Dopo oltre sei mesi di una coraggiosa lotta a mani nude, al prezzo della vita, ora con la disobbedienza civile e con gesti gioiosi, ironici e densi di simbolismo, le donne per le strade, sui mezzi pubblici, nei parchi, nelle scuole e nei campus universitari, ostentano i loro fluenti capelli, sciolti o a coda di cavallo, legati in crocchia o modellati in bob. “Il velo è solo un simbolo della protesta, dell’oppressione ed è paragonabile al Muro di Berlino”, sono convinte che se lo si abbatte, l’intero sistema della Repubblica islamica crollerà”, è questo il loro grido di libertà al mondo.</p>
<p>L’obbligo del velo è il pilastro più debole su cui si fonda la rigida applicazione delle leggi islamiche che costringono le donne alla segregazione e la polizia morale ha il compito di videosorvegliare l&#8217;abbigliamento delle persone e di arrestare coloro che non rispettano il codice prescritto dalle leggi vigenti della sharia.</p>
<p>Il regime teocratico non può rinunciare all’applicazione rigida della norma che segrega le donne confinandole in uno spazio di minorità: considerandole inferiori agli uomini, dunque. Non può sopportare che da oltre sei mesi, per le donne, la questione dell’hijab sia un capitolo chiuso, perché con questa rivoluzione le ragazze hanno di fatto già abolito l’obbligo di indossarlo. Le autorità iraniane non riescono più a far rispettare l’odioso codice di abbigliamento e ricorrono dunque all’inasprimento della legge e al terrorismo. La cosiddetta polizia morale continua a terrorizzare e a tormentare le donne di qualsiasi età, anche le bambine di nove anni.</p>
<p>In queste ore, nelle scuole di Tehran si registrano ancora attacchi chimici.</p>
<p>Nel Liceo femminile &#8220;Mahdieh&#8221; è stato liberato nelle aule un gas tossico e diverse studentesse si sono sentite male e sono state trasportate in ospedale. Lo stesso è accaduto nel Liceo di Naqadeh. E da circa cinque mesi che sono in atto veri e propri attacchi con avvelenamento da agenti nervini. Oltre 800 le ragazze senza velo di 120 scuole dell’Iran hanno accusato sintomi da avvelenamento respiratorio. Almeno tre adolescenti sono morte. Le famiglie vengono minacciate e ad esse viene intimato il silenzio!</p>
<p>Il movimento giovanile di protesta accusa il regime della Repubblica islamica di volersi vendicare del coraggioso attivismo delle donne che hanno generato un moto di ribellione nonviolenta che sta scardinando le fondamenta ideologiche su cui si basa la teocrazia.</p>
<p>Dietro questi crimini contro l’umanità vi è la mano del regime che avrebbe incaricato gruppi di estremisti religiosi di mettere in atto tali azioni terroristiche nei confronti delle studentesse che si oppongono all’obbligo dell’hijab per escluderle dalle scuole e tenere dunque lontane dall’istruzione pubblica le alunne senza velo che hanno di fatto abbattuto l&#8217;apartheid di genere in Iran. Il gruppo estremista di Hamian-e Velayat è l’organizzazione sciita che starebbe dietro queste azioni terroristiche nelle scuole del paese. In passato tale formazione religiosa aveva lanciato attacchi contro i derwishi. Hamian-e Velayat è molto legata al figlio della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e ai pasdaran. L’obiettivo della parte più radicale del regime, infatti, sarebbe quello di terrorizzare la popolazione.</p>
<p>Un agente organofosfato viene liberato nelle aule di licei femminili provocando forte sudorazione, eccesso di salivazione, vomito, ipermotilità intestinale, perdita momentanea della vista, difficoltà respiratorie e paralisi, fino all’esito della morte. Tali sintomi si possono presentare anche a distanza di due settimane.</p>
<p>In questi ultimi giorni si sono registrati numerosi arresti di adolescenti che non indossavano l’hijab nei negozi e nei centri commerciali. A Isfahan quaranta negozi sarebbero stati chiusi perché il personale non indossava il velo. A Shandiz, nel nordovest dell’Iran, un agente delle forze volontarie paramilitari &#8220;basij&#8221; delle Guardie rivoluzionarie in borghese ha aggredito in un negozio di alimentari due donne senza l’hijab, rovesciando loro addosso un secchiello di yogurt.</p>
<p>&#8220;Fare il bene e proibire il male”, è il principio filosofico della Repubblica islamica. Il regime ha a lungo promosso la legge sul velo come simbolo del suo successo nell&#8217;istituzione della Repubblica islamica. La legge iraniana sull&#8217;hijab impone alle donne e alle ragazze di età superiore ai 9 anni di coprirsi i capelli e di nascondere le curve del proprio corpo sotto abiti lunghi e larghi. Nell’agosto del 2021 il presidente Ebrahim Raisi aveva inasprito la legge sull’hijab, imponendo un codice di abbigliamento più rigido e accaniti pedinamenti per farlo rispettare. La polizia morale aveva installato telecamere di videosorveglianza nei pressi di scuole, università e uffici e ad ogni angolo di piazze e strade. Ora le telecamere sono presenti anche nelle aule delle scuole di ogni ordine e grado.</p>
<p>Molte donne aderiscono ancora a questa regola, alcune per scelta e altre per paura. I video del Gran bazar nel centro della capitale Tehran, ad esempio, mostrano che la maggior parte delle donne si coprono i capelli.</p>
<p>Ma i video di parchi, caffè, ristoranti e centri commerciali, luoghi frequentati da donne giovani, mostrano che quasi tutte sono a capo scoperto. Non indossano più l’hijab le celebrità dell’arte, dello spettacolo e le atlete. “L&#8217;era dell&#8217;hijab forzato è ormai finita in Iran”, gridano le ragazze nelle piazze e nelle strade.</p>
<p>&#8220;I foulard torneranno sulle teste delle donne&#8221;, è la risposta del deputato Hossein Jalali ai media iraniani.</p>
<p>Ma ora la sfida tra il regime e i giovani è più che mai aperta e il dissenso nella nuova generazione rimane troppo diffuso per essere contenuto e troppo pervasivo perché vi sia un ritorno al rispetto del codice di abbigliamento, affermano le attiviste per i diritti umani.</p>
<p>Le donne con la disobbedienza civile stanno trasformando i loro foulard nell&#8217;arma più efficace e più potente contro la dittatura religiosa e gli strati profondi di misoginia e patriarcato della Repubblica islamica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/kimia-zan-aveva-26-anni-le-hanno-sparato-in-faccia/">Kimia Zan aveva 26 anni, le hanno sparato in faccia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Masoumeh aveva 14 anni, è stata stuprata e uccisa dai pasdaran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariano Giustino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Apr 2023 05:30:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La libertà svelata, storie di donne coraggiose]]></category>
		<category><![CDATA[#storiedidonnecoraggiose]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Masoumeh]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Masoumeh aveva 14 anni e viveva in un quartiere povero di Tehran e, quotidianamente, con alcune sue compagne di classe metteva in atto un’azione di disobbedienza civile che consisteva nel togliersi il velo davanti ai ritratti della guida suprema Ali Khamenei e del fondatore della Repubblica islamica, Ruḥollāh Khomeynī, mostrando il dito medio. Le telecamere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Masoumeh aveva 14 anni e viveva in un quartiere povero di Tehran e, quotidianamente, con alcune sue compagne di classe metteva in atto un’azione di disobbedienza civile che consisteva nel togliersi il velo davanti ai ritratti della guida suprema Ali Khamenei e del fondatore della Repubblica islamica, Ruḥollāh Khomeynī, mostrando il dito medio. Le telecamere l&#8217;hanno identificata ed è stata arrestata.</p>
<p>Masoumeh aveva detto no all’hijab e manifestava pubblicamente il suo rifiuto di rispettare il codice di abbigliamento islamico postando sui suoi social le foto delle performance messe in atto a scuola con le sue amiche. In queste foto le ragazze erano riprese di spalla con i neri e lucenti capelli sciolti, raccolti in trecce o a coda di cavallo, con l’hijab in una mano e con l’altra mostravano il dito medio.</p>
<p>Le milizie pasdaran l’avevano identificata attraverso le telecamere di videosorveglianza e l’avevano arrestata dopo aver fatto irruzione nella sua scuola. Poco dopo è finita in ospedale per una grave emorragia vaginale, è entrata in coma ed è morta.</p>
<p>“La Repubblica islamica in Iran è come l’Isis”, gridano i manifestanti. Usa la violenza contro le donne, anche adolescenti, per una perversa rieducazione ad una aberrante loro nozione di castità e mettere a tacere le giovani.</p>
<p>In un recente e dettagliato rapporto della CNN, ripreso dal &#8220;New York Times&#8221;, si descrive la nuova strategia adottata dalle autorità iraniane per imporre il rispetto del rigido codice di abbigliamento femminile dopo il fallimento della cosiddetta “polizia morale” mostratasi del tutto inefficace nella repressione delle donne coraggiosamente in rivolta.</p>
<p>Ora gli agenti della buoncostume sembrano scomparsi dagli angoli delle strade e nella repressione sono impiegate direttamente le guardie rivoluzionarie che dopo segnalazioni e rilevamenti con telecamere di videosorveglianza si recano a casa, nelle scuole e nelle università ad arrestare le ragazze senza velo con l’accusa di &#8220;immoralità&#8221; per poi aggredirle sessualmente. I rapporti riferiscono testimonianze di una tattica organizzata dello &#8220;stupro&#8221; praticata dai cosiddetti agenti di sicurezza della Repubblica islamica.</p>
<p>La madre di Masoumeh, che intendeva rivelare l&#8217;orrore che aveva vissuto la propria figlia, è scomparsa. Non si ha più notizia di lei.</p>
<p>Riferire sul numero di aggressioni sessuali e confermarle è difficile perché le vittime rimangono in silenzio per vergogna, per paura o per il grave trauma subito. La CNN riferisce che in alcuni casi gli agenti di sicurezza filmano le vittime durante gli stupri per costringerle a rimanere in silenzio.</p>
<p>In questa dettagliata inchiesta vi sono i racconti spaventosi di medici che hanno preso in cura le vittime dello stupro e, coperti, dall’anonimato, hanno svelato orrori indicibili.</p>
<p>Oltre quattro di decenni di propaganda statale nel sistema educativo sarebbero dovuti servire a fare il lavaggio del cervello ai minori condizionandone la formazione. Ma la Repubblica islamica ora si rende conto del suo fallimento e sta ricorrendo ad una vera e propria pratica terroristica ricorrendo a rapimenti, torture, avvelenamenti e stupri, diventati un modus operandi distintivo della pratica di repressione delle rivolte innescate il 16 settembre 2022 dall’uccisione della giovane ragazza curda, Mahsa Amini.</p>
<p>In una sua dichiarazione, l&#8217;Unicef ha denunciato le «continue irruzioni e perquisizioni condotte in alcune scuole dell’Iran» e, secondo l&#8217;Associazione per la protezione dei bambini con sede a Tehran, almeno 60 minori sono stati uccisi dall&#8217;inizio delle proteste. «La Repubblica islamica fa parte di quella manciata di paesi che ancora giustiziano i minorenni, quindi non sorprende che stia ricorrendo a uccisioni e torture per reprimere il dissenso, la libertà di parola e la libertà di pensiero anche dei bambini».</p>
<p>Masoumeh non è stata l’unica ragazza ad aver subito questa atroce violenza che l’ha condotta alla morte. A Karaj una ragazza di 20 anni è stata arrestata con l&#8217;accusa di aver guidato le proteste e poi rilasciata dal centro di detenzione. I medici che l’avevano presa in cura hanno raccontato in anonimato che “la giovanissima donna era giunta in ospedale con i capelli rasati, con le gambe che le tremavano e con l’ano lacerato&#8221;. Dopo le cure mediche era stata di nuova tradotta in carcere e nulla si è più saputo di lei.</p>
<p>Nell’agosto del 2021 il presidente Ebrahim Raisi aveva inasprito la legge sull’hijab, imponendo un codice di abbigliamento più rigido e accaniti pedinamenti per farlo rispettare. La polizia morale aveva installato telecamere di videosorveglianza nei pressi di scuole, università e uffici e ad ogni angolo di piazze e strade. Ora le telecamere sono presenti anche nelle aule delle scuole di ogni ordine e grado.</p>
<p>Ricordiamo il caso di Nika Shakarami, una ragazza di 16 anni che nell’ottobre scorso diede fuoco al suo chador. Nika amava cantare in pubblico a capo scoperto. Fu arrestata. Dopo qualche giorno, le autorità della Repubblica islamica annunciarono la sua morte che sarebbe avvenuta a causa di un incidente. Ma l&#8217;autopsia ha invece accertato la vera causa del suo decesso: il suo bacino, il suo cranio, le sue braccia, le sue gambe erano completamente fratturate.</p>
<p>Nima Nouri, aveva 17 anni, è stato assassinato a Karaj dalle milizie pasdaran che gli avevano sparato due colpi di arma da fuoco. Due mesi prima della sua uccisione aveva pubblicato un messaggio su Instagram in cui lanciava un appello chiedendo di unirsi alle manifestazioni: &#8220;Sono pronto a sacrificare la mia vita per questo&#8221;, aveva scritto.</p>
<p>I genitori di Nima hanno commemorato la morte del loro figliolo liberando colombe bianche sulla sua tomba. Sua madre urlava il suo nome, suo padre si colpiva in testa come se avesse voluto inveire contro colui che aveva ucciso il figlio.</p>
<p>L’organizzazione umanitaria curda Hengaw documenta gli orrori che avvengono nelle carceri iraniane dove sono rinchiusi anche minori. In una di queste, trenta ragazze minorenni sono state messe in una cella che poteva contenere al massimo cinque persone ed erano sotto il controllo di carcerieri maschi. Erano tutte accusate di aver bruciato il loro velo e di aver insultato la guida Suprema Ali Khamenei. Queste giovanissime ragazze alle quali sono state negate le cure mediche necessarie, sono state rinchiuse in celle senza servizi igienici e lavabi, senza cibo, senza acqua, esposti al freddo e in isolamento prolungato.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Ho urlato, ma non ho pianto”, le ultime parole di Yalda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariano Giustino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Mar 2023 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La libertà svelata, storie di donne coraggiose]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
		<category><![CDATA[Yalda Aghafazli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le amiche di Yalda cantavano: &#8220;Questo fiore è un dono per la nazione&#8221;. Dopo la cerimonia di fine lutto celebrata nella moschea di Sa&#8217;adatabad, nell’estrema periferia nord di Tehran, nel 40° giorno dalla sua morte, parenti e amici della diciannovenne Yalda Aghafazli, si sono riuniti all&#8217;aperto e hanno scandito slogan anti-regime. Le forze di sicurezza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le amiche di Yalda cantavano: &#8220;Questo fiore è un dono per la nazione&#8221;.</p>
<p>Dopo la cerimonia di fine lutto celebrata nella moschea di Sa&#8217;adatabad, nell’estrema periferia nord di Tehran, nel 40° giorno dalla sua morte, parenti e amici della diciannovenne Yalda Aghafazli, si sono riuniti all&#8217;aperto e hanno scandito slogan anti-regime. Le forze di sicurezza hanno lanciato gas lacrimogeni al peperoncino, bombe stordenti e proiettili di gomma per disperdere la folta folla che vi si era radunata.</p>
<p>Yalda era una giovanissima ed energica artista arrestata il 26 ottobre 2022 durante le proteste che erano divampate a Tehran.</p>
<p>Alcune organizzazioni umanitarie come Hengaw, avevano riferito che Yalda aveva trascorso quattro giorni nel famigerato carcere di Evin e che poi era stata successivamente trasferita nella prigione di Qarchak, dove è stata ristretta per altri 11 giorni.</p>
<p>In un messaggio audio inviato alla sua amica del cuore subito dopo essere uscita dalla prigione di Qarchak, Yalda aveva confidato che non era nemmeno lontanamente possibile immaginare quanto fossero orribili le torture che venivano inflitte alle giovani detenute. Lei ha rivelato che è stata picchiata duramente in prigione per estorcerle la confessione di reati mai commessi.</p>
<p>“Sono stata picchiata per 12-13 giorni consecutivi. Come vedi, la mia voce è diventata rauca perché ho urlato dal dolore per tutto il tempo delle torture subite”, aveva riferito Yalda con la voce rotta dal pianto e singhiozzando alla sua amica.</p>
<p>“Hanno scritto nella mia cartella, &#8216;il condannato non ha espresso rimorso&#8217;, e io ho confermato: ho detto di sì, è così. Non esprimerò mai alcun rimorso”, ha riferito Yalda.</p>
<p>“Ho solo urlato, ma non ho pianto, ecco perché la mia voce è così rauca. Non posso dirti altro da qui, ma cerca di capirmi. ‘Ahi, la mia schiena, Ahi, che dolore!’. Te lo dirò quando ci vedremo faccia a faccia cosa mi hanno fatto. Ti dirò tutto”, ha concluso così Yalda il drammatico messaggio per la sua cara amica.</p>
<p>Yalda era stata rapita mentre tornava nella sua casa di Tehran dopo aver scritto slogan contro Khamenei su un muro della città.</p>
<p>Il 6 novembre, dopo 12 giorni di pene di inferno è stata rilasciata e due giorni dopo, l’8 novembre è stata trovata morta nel suo letto.</p>
<p>La povera Yalda era distrutta dal dolore e dalle umiliazioni per le orribili violenze carnali subite.</p>
<p>La magistratura sostiene che Yalda è morta per una overdose di droga. Ma una fonte vicina alla sua famiglia ha contestato tale affermazione.</p>
<p>I test tossicologici non stati resi pubblici e forse non sarebbero stati nemmeno effettuati.</p>
<p>Gli agenti di polizia che avevano perquisito la sua abitazione non hanno trovato alcun indizio a conferma della tesi della magistratura iraniana e nemmeno il rapporto dell&#8217;autopsia aveva accertato che la causa della sua morte fosse dovuta a overdose.</p>
<p>La povera Yalda non è stata l’unica ragazza a morire dopo essere stata liberata dalle famigerate prigioni iraniane. Anche Arshia Emamgholizadeh, un ragazzo di 16 anni, poco dopo la sua liberazione è stato trovato morto. La sua famiglia sostiene che gli sarebbero state &#8220;somministrate pillole psicoalteranti in prigione dopo essere stato ripetutamente violentato&#8221;.</p>
<p>La mamma piangeva sulla sua tomba dicendo: &#8220;Non avevi tendenze suicide, cosa ti hanno fatto in prigione?&#8221;</p>
<p>Yalda era combattiva, era una delle tantissime adolescenti che sognava di vivere e divertirsi come le sue coetanee di New York, di Los Angeles e di Parigi. Non era disposta a compromessi: “La vita è tale, è bella e degna di essere vissuta se c’è la libertà di scegliere e di decidere come viverla” Hanno spazzato via la vita di Yalda e con essa il suo sogno di libertà e di felicità.</p>
<p>Giovani uomini, donne e studenti universitari, in particolare, sono stati in prima linea nelle proteste innescata dalla morte di Mahsa Amini, ventiduenne curda di Saqqez, massacrata di botte fino alla morte nel furgone della “polizia morale” dopo essere stata arrestata per non aver indossato correttamente l’hijab.</p>
<p>Il movimento si è trasformato nella più grande sfida per la Repubblica islamica dalla rivoluzione del 1979.</p>
<p>Le forze di sicurezza della Repubblica islamica hanno ucciso almeno 800 manifestanti nel corso dei 200 giorni di rivolte, tra questi circa 100 minori, secondo organizzazioni non governative per i diritti umani, come Hengaw che monitora la repressione del dissenso in Iran. Le stesse autorità iraniane hanno ammesso di aver arrestato oltre 22 mila persone durante la repressione.</p>
<p>Anche in questi primi giorni del nuovo anno iraniano il prezzo più pesante in termini di vite umane e di violenze subite lo stanno pagando le popolazioni del Kurdistan iraniano e del Sistan-Belucistan, cioè le minoranze etniche e religiose, le popolazioni della periferia del paese, vero motore di questa ribellione per la liberazione dell’Iran dal regime teocratico. Nelle aree popolate dai curdi la tensione è salita notevolmente di grado quando nei giorni del Nowruz i manifestanti si sono riuniti nei cimiteri per commemorare le vittime della repressione dopo i quaranta giorni di lutto.</p>
<p>Torture, stupri, rapimenti, avvelenamenti, detenzione in isolamento, sono le orrende pratiche messe in atto dalle autorità iraniane nel tentativo di soffocare le rivolte.</p>
<p>Il 21 marzo lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite, Javaid Rehman, ha dichiarato al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra che la feroce repressione delle autorità iraniane contro giovani cittadini, anche minori, sottoposti a torture, stupri e ad avvelenamenti potrebbe equivalere al compimento di &#8220;crimini contro l&#8217;umanità&#8221;.</p>
<p>“Invece di chiamarci ‘contestatrici’ ci chiamano ‘provocatrici’ o ‘terroriste’ che muovono guerra contro Dio”, dicono le adolescenti che lottano per la libertà dell’Iran.</p>
<p>“Ci prendono di mira, anche se siamo a mani nude. Ci feriscono, torturano, ci stuprano, ci accecano, ci avvelenano o ci ammazzano. Ci hanno stuprate nelle prigioni e torturate mentalmente per spingerci al suicidio una volta uscite dal carcere. Minacciano le nostre famiglie perché dicano che ci siamo drogate, che ci siamo suicidate o che ci siamo buttate nel vuoto”.</p>
<p>Le proteste nascono da una lunga storia di movimenti per i diritti delle donne e di attivismo in Iran. Le cittadine iraniane da anni elaborano strategie per sfidare la discriminazione di genere, sia in politica che nella società.</p>
<p>Nata e guidata da donne, la rivolta attraversa le divisioni di genere, quelle di classe e di etnia e rappresenta la più seria sfida popolare ai leader teocratici e a qualsiasi tipo di autocrazia, sia laica che religiosa.</p>
<p>A scendere nelle piazze sono i giovani del movimento, le minoranze etniche e religiose e la cosiddetta “Generazione Z”, quella dei ventenni, quella che non ha nulla da perdere; una generazione che rifiuta l’ipocrisia di vivere la libertà solo nello spazio privato e la rivendica ovunque, a cominciare dallo spazio pubblico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ho-urlato-ma-non-ho-pianto-le-ultime-parole-di-yalda/">“Ho urlato, ma non ho pianto”, le ultime parole di Yalda</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Hana, Armita e le altre nella prigione degli stupri</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/hana-armita-e-le-altre-nella-prigione-degli-stupri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mariano Giustino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Mar 2023 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La libertà svelata, storie di donne coraggiose]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Haje Omeran]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il valico di Haje Omeran taglia in due la regione a maggioranza curda che si trova a cavallo tra l&#8217;ovest dell&#8217;Iran e il nord dell&#8217;Iraq. Molti curdi hanno parenti su entrambi i lati del confine e normalmente lo attraversano andando avanti e indietro con relativa facilità. La repressione in atto nel paese sui manifestanti ha [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/hana-armita-e-le-altre-nella-prigione-degli-stupri/">Hana, Armita e le altre nella prigione degli stupri</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il valico di Haje Omeran taglia in due la regione a maggioranza curda che si trova a cavallo tra l&#8217;ovest dell&#8217;Iran e il nord dell&#8217;Iraq.</p>
<p>Molti curdi hanno parenti su entrambi i lati del confine e normalmente lo attraversano andando avanti e indietro con relativa facilità.</p>
<p>La repressione in atto nel paese sui manifestanti ha rallentato la marea di attraversamenti al valico tra l&#8217;Iran e le montagne del nord dell&#8217;Iraq. La paura di un arresto indiscriminato ha reso molti riluttanti a rischiare il viaggio. Lungo il confine tra Iran e Iraq vi sono centri di polizia usati come punti di filtraggio, dove gli arrestati vengono prima interrogati, torturati e poi dislocati nei penitenziari.</p>
<p>Hana è una donna curda-iraniana sulla ventina che aveva intrapreso un pericoloso viaggio lungo i sentieri di montagna per fuggire dall&#8217;Iran.</p>
<p>Sua madre aveva ricevuto una telefonata da un funzionario di alto livello della prigione di Mahabad, nel nordovest del paese, che la esortava a non far uscire più di casa le sue figlie “per alcun motivo”.</p>
<p>Ma Hana, imperterrita, si è unita alle proteste con molte altre donne. Ha ballato e ha cantato nelle strade agitando il velo come una bandiera e poi ha dato fuoco ad esso, come è nel rituale di queste manifestazioni.</p>
<p>Ciò ha comportato il suo arresto, la polizia iraniana l’aveva ripresa in un video. La ragazza è stata trattenuta in un centro di detenzione presso una stazione di polizia nella città nordoccidentale di Urmia, capoluogo dell&#8217;Azerbaigian occidentale, nel nordovest dell&#8217;Iran.</p>
<p>Nel centro di detenzione di Haje Omeran sono rinchiuse circa 30-40 donne e i restanti detenuti sono ragazzi tra i 13 e i 14 anni. “Tutti torturati e violentati”, come ha rivelato Hana.</p>
<p>Il penitenziario di Haje Omeran è un luogo segreto tra le montagne al confine tra Iran e Iraq dove la polizia ha abusato sessualmente di alcuni manifestanti.</p>
<p>La descrizione di testimoni oculari ha permesso la geolocalizzazione della prigione segreta e la CNN l’ha individuata e ne ha ricostruito anche gli interni con l’aiuto di ex prigionieri. Il penitenziario ha al centro un salone con stanze destinate agli interrogatori.</p>
<p>Secondo diverse testimonianze i poliziotti selezionavano le donne considerate belle e in grado di soddisfare i loro appetiti. Un ufficiale sceglieva una di loro e, dalla cella in cui era ristretta, la portava con sé in una stanzetta privata e lì veniva aggredita sessualmente.</p>
<p>Le forze di sicurezza usano lo stupro come arma per reprimere le proteste.</p>
<p>Sono numerose le testimonianze di donne violentate dagli agenti penitenziari riportate in un rapporto pubblicato dalla CNN nel novembre 2022. Secondo questo report, le ragazze stuprate venivano poi trasferite in altre città. Spesso le giovani adolescenti hanno paura di parlare delle violenze subite.</p>
<p>Il caso di Armita Abbasi, una giovane di 21 anni, nata nel 2001 nella città iraniana di Rasht sul Mar Caspio, è davvero terribile.</p>
<p>Quando il 10 ottobre 2022 Armita fu arrestata nella città di Karaj dove abitava, a ovest di Tehran, quasi un mese dopo l’inizio delle manifestazioni, aveva tutti i tratti distintivi di una ragazza della cosiddetta “Generazione Z”. Aveva una pettinatura di biondo platino con lampi multicolori e un piercing al sopracciglio. Indossava lenti a contatto colorate e filmava i gatti del suo soggiorno postando i video su TikTok.</p>
<p>Nelle foto da lei pubblicate sui social indossava spesso una collana con la stella di David, simbolo culturale e religioso ebraico, che ha attirato su di lei l&#8217;attenzione della comunità ebraica internazionale, nonostante lei non fosse ebrea.</p>
<p>La rivoluzione le ha cambiato la vita, le forze di sicurezza iraniane l’hanno sottoposta alle peggiori brutalità. Dall’inizio delle rivolte, i post sui social media a nome di Armita sono stati presi di mira dal regime. Non è chiaro se abbia realmente partecipato alle proteste, tuttavia, a differenza della maggior parte dei dissidenti all’interno del paese, non ha reso anonime le sue critiche al regime.</p>
<p>In una dichiarazione del 29 ottobre, il governo l’aveva accusata di essere una &#8220;leader fomentatrice dei disordini&#8221; per la sua intensa attività sui social. La polizia le aveva fabbricato gravi accuse, tra le quali il possesso di &#8220;10 bottiglie molotov&#8221; che sarebbero state trovate nel suo appartamento. Una accusa, questa, pretestuosa, sufficiente per infliggerle una pena pesante.</p>
<p>Una serie di account trapelati su Instagram avevano causato scalpore nei giorni successivi al suo arresto e hanno trasformato Armita – come Mahsa Amini e Nika Shahkarami prima di lei – in un simbolo del movimento di protesta.</p>
<p>Sono state rese pubbliche in perfetto anonimato conversazioni tra medici su un servizio di messaggistica privato di Instagram nel corso delle quali si accusava la polizia iraniana di aver torturato e abusato sessualmente e ripetutamente di Armita. Il 18 ottobre la ragazza fu trasportata d&#8217;urgenza all&#8217;ospedale Imam Ali di Karaj, accompagnata da agenti in borghese.</p>
<p>I medici raccontano che Armita aveva la testa rasata e tremava come una foglia e che erano stati costretti a preparare referti falsi in cui si affermava che la ragazza era ammalata di cancro e che le aggressioni erano avvenute prima del suo arresto.</p>
<p>Ma alcuni medici hanno riferito di essersi trovati di fronte all’orrore di una giovane che aveva subito un brutale stupro che le aveva provocato una grave emorragia rettale.</p>
<p>Le forze di sicurezza di Tehran l’avevano addirittura rapita dall&#8217;ospedale e ricondotta nel carcere di Kachui a Karaj per timore che potesse raccontare alla stampa le violenze subite. Solo grazie al coraggio di alcuni medici il suo caso ha comunque ricevuto l&#8217;attenzione dei media internazionali.</p>
<p>La famiglia di Abbasi ha raccontato che dal momento dell’arresto e fino al ricovero in ospedale non era riuscita ad avere notizia della loro figlia. Dopo otto giorni di ricerche era stato comunicato loro che la ragazza era ricoverata nell’ospedale di Karaj. I suoi genitori si erano subito precipitati a farle visita, ma non erano riusciti ad incontrarla perché era già stata trasferita dalle forze di sicurezza in un luogo sconosciuto.</p>
<p>Il capo della Procura della provincia di Alborz ha smentito che vi fosse stata una aggressione sessuale nei confronti di Armita come era dichiarato nella denuncia sporta dai familiari. I genitori della ragazza hanno riferito di aver ricevuto una telefonata dalle forze di sicurezza che avevano loro comunicato che se avessero mai voluto rivedere la ragazza, avrebbero dovuto partecipare a un&#8217;intervista televisiva nella quale avrebbero dovuto affermare che Armita era stata ricoverata per gravi problemi intestinali di cui soffriva e che le avrebbero provocato una emorragia. Ma i genitori si sono rifiutati di affermare il falso.</p>
<p>La ragazza anche in carcere ha mostrato grande coraggio mettendo in atto uno sciopero della fame assieme ad altre quindici donne detenute per protestare contro le condizioni di detenzione disumane e degradanti, per la tortura inferta ai prigionieri e per la negazione delle cure mediche necessarie. Assieme ad Armita Abbasi hanno scioperato altre due manifestanti di circa ventinove anni, Hamida Zarai e Nilufar Shakri, e la trentaduenne pittrice Elham Modaresi.</p>
<p>Modaresi era stata rapita a Karaj dai pasdaran, ed è stata arrestata perché lottava contro l&#8217;apartheid di genere. La giovane artista soffre di una rara malattia del fegato e ha urgente bisogno di cure mediche. È stata sottoposta per otto settimane a torture, sevizie e stupri perché si era rifiutata di firmare false confessioni, ora la sua vita è in pericolo.</p>
<p>Dopo circa tre settimane di sciopero della fame e dopo cento giorni di detenzione, il 7 febbraio 2023 Armita Abassi è stata scarcerata ed ha potuto riabbracciare i suoi cari. Suo padre è andato a prenderla fuori dal carcere, lei è apparsa ancora piena del suo spirito vivace e ribelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La piccola Sara, 9 anni, picchiata a sangue per aver indossato male il velo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-piccola-sara-9-anni-picchiata-a-sangue-per-aver-indossato-male-il-velo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mariano Giustino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Mar 2023 06:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La libertà svelata, storie di donne coraggiose]]></category>
		<category><![CDATA[hijad]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Shirazi]]></category>
		<category><![CDATA[Tehran]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È proprio vero quanto afferma nei suoi discorsi l’attivista iraniana per i diritti umani Mashi Alinejad. “Il velo è solo un simbolo della protesta, simboleggia l’oppressione ed è paragonabile al Muro di Berlino: se lo si abbatte, l’intero sistema crollerà”, è questo il grido di libertà delle donne iraniane al mondo. L’obbligo del velo è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È proprio vero quanto afferma nei suoi discorsi l’attivista iraniana per i diritti umani Mashi Alinejad. “Il velo è solo un simbolo della protesta, simboleggia l’oppressione ed è paragonabile al Muro di Berlino: se lo si abbatte, l’intero sistema crollerà”, è questo il grido di libertà delle donne iraniane al mondo.</p>
<p>L’obbligo del velo è il pilastro più debole su cui si fonda la rigida applicazione delle leggi islamiche che costringono le donne alla segregazione e la polizia morale ha il compito di controllare l&#8217;abbigliamento delle persone e di arrestare soprattutto le donne che non rispettano leggi islamiche vigenti.</p>
<p>Il regime teocratico non può rinunciare all’applicazione rigida del suo codice di abbigliamento che segrega le donne confinandole in uno spazio di minorità: inferiori agli uomini, dunque. Non può sopportare che da sei mesi le ragazze del liceo e delle università non rispettano più la legge sul velo; con questa rivoluzione, infatti, le donne hanno di fatto già abolito l’obbligo di indossarlo. Ora le donne, quasi ovunque, soprattutto le più giovani, mostrano pubblicamente le loro ciocche al vento. Dopo sei mesi di una coraggiosa lotta a mani nude, al prezzo della vita, con la disobbedienza civile e con gesti gioiosi, ironici e densi di simbolismo, le donne, per le strade, sui mezzi pubblici, nelle scuole e nei campus universitari, ora ostentano i loro fluenti capelli, sciolti o a coda di cavallo, legati in crocchia o modellati in bob.</p>
<p>La cosiddetta polizia morale, tuttavia, continua a terrorizzare le donne di qualsiasi età, a partire dalle bambine di 7 anni.</p>
<p><strong>Sara Shirazi</strong>, una fanciulla di appena 9 anni, verso le ore 12 e 40 di venerdì 24 febbraio, tornava a casa tutta allegra e sorridente canticchiando, con il suo scialle poggiato sulle spalle, dopo essere uscita dalla scuola elementare Isfahan. Nel suo percorso verso casa ha incontrato il suo orco impersonato da una donna agente del regime, di nome Razieh Haftbaradaran, che l’ha rimproverata perché il suo foulard non le copriva il capo. Sara non comprendeva il motivo del rimprovero e si è ribellata a questa imposizione ed è stata picchiata duramente al volto e spinta a terra; cadendo ha battuto la testa sul marciapiede.</p>
<p>Alcuni testimoni hanno ripreso la brutale aggressione in un video, diventato virale sui social, in cui si vede la povera Sara seduta sul bordo del marciapiede con i vestiti insanguinati mentre, singhiozzando, cercava con le mani di arginare il sangue che le usciva copiosamente dal naso.</p>
<p>I passanti che l’avevano soccorsa e poi trasportata in ospedale hanno denunciato la donna che l’aveva brutalmente picchiata.</p>
<p>I genitori della bambina sono stati subito minacciati dalle forze volontarie paramilitari basij che hanno loro intimato di non diffondere la notizia dell’aggressione “altrimenti Sara avrebbe fatto la stessa fine di Mahsa Amini”.</p>
<p>L’autrice di tale efferatezza ha cercato di negare l’accaduto e ha inventato una storia di un presunto litigio tra coetanee.</p>
<p>Ma le numerose testimonianze hanno rivelato l’orribile realtà dell’accaduto. Razieh è stata arrestata e Sara portata in ospedale.</p>
<p>Dopo qualche ora, la donna è stata rilasciata e la famiglia minacciata.</p>
<p>Non importa quale sia la loro età, le donne in Iran sono tutte in pericolo, sono segregate come prigioniere nelle mani di un regime orrifico.</p>
<p>La signora, che in nome di un credo religioso aggredisce con violenza una bambina che poteva essere sua figlia, probabilmente non sarà incriminata perché le sue convinzioni coincidono con quelle della Guida Suprema Ali Khamenei che ha promesso tolleranza zero sull’obbligo dell’uso dell’hijad, secondo il codice di abbigliamento islamico reso ancora più rigido subito dopo l’arrivo al potere del presidente Raisi.</p>
<p>Da oltre tre mesi sono in atto veri e propri attacchi con avvelenamento da agenti nervini in diversi licei del paese.</p>
<p>Sono oltre 800 le ragazze senza velo di 120 scuole dell’Iran, in particolare a Qom e a Borujerd, che hanno accusato sintomi da avvelenamento respiratorio. Molte di esse sono finite in ospedale e una ragazza di 11 anni di una delle scuole religiose più prestigiose di Qom, città santa per gli sciiti, è morta. Il suo nome è Fatemeh Rezaei, la sua famiglia sarebbe stata minacciata di non divulgare la notizia e di rimanere in silenzio.</p>
<p>Il movimento giovanile di protesta accusa il regime della Repubblica islamica di volersi vendicare del coraggioso attivismo delle donne che hanno generato un moto di ribellione nonviolenta che sta scardinando le fondamenta ideologiche su cui si basa la teocrazia.</p>
<p>L’opposizione sia in patria che in esilio sostiene che dietro questi gravissimi atti criminali vi sia la mano del regime che avrebbe incaricato gruppi di estremisti religiosi di mettere in atto tali azioni terroristiche nei confronti delle studentesse che si oppongono all’obbligo dell’hijab per escluderle dalle scuole e tenere dunque lontane dall’istruzione pubblica le alunne senza velo che hanno di fatto abbattuto l&#8217;apartheid di genere in Iran.</p>
<p>Sotto accusa è l’organizzzazione sciita Hamian-e Velayat, un gruppo estremista religioso che nel passato aveva lanciato attacchi contro i derwishi. Hamian-e Velayat è molto legata al figlio della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei e ai pasdaran. L’obiettivo della parte più radicale del regime sarebbe quelli di terrorizzare la popolazione.</p>
<p>L’avvelenamento di massa degli studenti sta rivelando una strategia terroristica mirante a costringere le adolescenti a indossare l’hijab e a dissuaderle dal manifestare.</p>
<p>Alcuni medici hanno confermato la sintomatologia tipica da avvelenamento da agenti organofosfato che provoca forte sudorazione, eccesso di salivazione, vomito, ipermotilità intestinale, diarrea, perdita momentanea della vista, difficoltà respiratorie e paralisi, fino all’esito della morte. Tali sintomi si possono presentare anche a distanza di due settimane.</p>
<p>La rete Shargh sostiene che durante l’attacco chimico gli assistenti scolastici indossavano mascherine, ma nessuna mascherina era stata distribuita ai ragazzi.</p>
<p>Gli attacchi con avvelenamento da agenti nervini si sono registrati nelle università e nei licei di Tehran, del Khuzestan, Lorestan, Khorasan Razavi, Fars, Isfahan, Alborz, Markazi, Ardabil, Golestan, Yazd, Hamedan, Azerbaigian occidentale e orientale e perfino il Conservatorio femminile di Kardanesh a Tabriz.</p>
<p>Il viceministro della Sanità, Yunus Panahi, è stato costretto a rilasciare una dichiarazione. Ha confermato i casi di avvelenamento e ha ammesso che si tratta di azioni deliberate avanzando sospetti su alcuni gruppi islamisti sciiti estremisti contrari a che le ragazze adolescenti frequentino la scuola. Qualcosa di simile sta accadendo in Afganistan. Ma i manifestanti sostengono che è in atto una strategia da parte delle autorità iraniane mirante a terrorizzare le donne che non intendono osservare l’obbligo del velo. “Vogliono che tutte le scuole, in particolare quelle femminili, vengano chiuse”, affermano.</p>
<p>Il procuratore generale Mohammad Jafar Montazeri ha ordinato un&#8217;indagine penale su tali accadimenti. Il portavoce del regime Ali Bahadori Jahromi ha confermato che i Ministeri dell&#8217;Intelligence e dell&#8217;Istruzione stanno indagando per scoprire la causa degli avvelenamenti.</p>
<p>Ma al momento le autorità della Repubblica islamica sembrano tollerare questi casi di avvelenamento seriali. Nonostante siano trascorsi più di tre mesi dall&#8217;inizio degli attacchi chimici nelle scuole, non hanno ancora identificato e arrestato gli autori di tali orribili atti.</p>
<p>Il regime non riuscendo più a far rispettare l’odioso codice di abbigliamento starebbe ricorrendo alla strategia terroristica per costringere le mamme a fare indossare il velo alle loro figlie o a non mandarle più a scuola.</p>
<p>Nei parchi, nei caffè, nei ristoranti, nei centri commerciali, e in tutti i luoghi frequentati dai giovani, le ragazze mostrano il loro capo scoperto.</p>
<p>Per gran parte delle giovani donne, comprese celebrità del mondo dell’arte, dello spettacolo e dello sport, “l&#8217;era dell&#8217;hijab forzato è ormai finita&#8221;.</p>
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		<title>Non c&#8217;è forca che tenga. L’Iran non riesce a soffocare la rivolta nel sangue</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/non-ce-forca-che-tenga-liran-non-riesce-a-soffocare-la-rivolta-nel-sangue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mariano Giustino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2023 15:36:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[curdi]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[opposizione]]></category>
		<category><![CDATA[proteste]]></category>
		<category><![CDATA[Reza Pahlavi]]></category>
		<category><![CDATA[rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A ogni assassinio di Stato, la protesta si alimenta. Il regime in difficoltà. Ma la discesa in campo del figlio dello Scià complica l’intesa fra le opposizioni &#160; A Javānrūd una ragazza curda senza l&#8217;hijab è in piedi davanti alle forze basij durante la cerimonia del quarantesimo giorno di fine del lutto per la morte [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">A ogni assassinio di Stato, la protesta si alimenta. Il regime in difficoltà. Ma la discesa in campo del figlio dello Scià complica l’intesa fra le opposizioni</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Javānrūd una ragazza curda senza l&#8217;hijab è in piedi davanti alle forze basij durante la cerimonia del quarantesimo giorno di fine del lutto per la morte di sette martiri che in questa città hanno preso parte alla rivoluzione scoppiata in Iran quasi quattro mesi fa. Gridano slogan contro Alì Khamenei e maledicono Ruhollah Khomeini: &#8220;Morte al Velayat-e Motlaqe Fagih&#8221; (morte alla tutela della guida suprema sulla vita sociale e politica). In questo slogan è racchiuso tutto il significato della pacifica rivoluzione scoppiata il 16 settembre 2022 dopo l’assassinio della ventiduenne Mahsa Amini, curda di Saqqez, avvenuta dopo che era stata massacrata di botte in un furgone della cosiddetta “polizia morale” che tre giorni prima l’aveva arrestata perché non indossava il velo come prescrive la legge islamica.</p>
<p>Le manifestazioni di protesta contro questa barbara uccisione, partite dalle città curde dell’Iran, si sono subito estese in tutto il paese, compresa la provincia a maggioranza sunnita del Belūcistān, fino a sfociare in una vera e propria rivoluzione che ora vede queste due regioni ancora come traino della battaglia per il rovesciamento della Repubblica islamica.</p>
<p>Questo elemento costituisce un aspetto molto significativo che non va ignorato. Gridare &#8220;Morte al Velayat-e Motlaqe Fagih” ha un doppio significato. Non è solo l’espressione del rifiuto della massima autorità religiosa del paese e dell’oppressione della religione nella vita sociale e politica di un popolo, ma esprime il rifiuto di ogni autoritarismo. Esprime la rivendicazione di una piena democrazia laica rispettosa dei diritti di ogni persona e di ogni minoranza.</p>
<p>Non vi è alcun dubbio sul fatto che è nel Sīstān-Belūcistān e nel Kurdistan iraniano che la rivoluzione per la liberazione dell’Iran dal regime teocratico, guidata dalla cosiddetta “generazione Z”, sia un passo avanti rispetto al resto del paese. In queste regioni è l’intero popolo, sempre a mani nude, ad essere insorto contro la Repubblica islamica. Alcuni centri delle province curde come quelli di Javānrūd, Sanandaj, Bukan, Mahabad, nel Kurdistan iraniano, sono di fatto in mano agli insorti e la situazione è drammatica.</p>
<p>Mentre nella megalopoli di Teheran, così come a Esfahan, a Karaj e a Mashad, le proteste non sono estese e costanti, e i manifestanti non hanno per nulla il controllo delle strade e delle piazze, il fuoco della rivoluzione è tenuto vivo dai curdi e dai beluci. Non è un caso se sono le città curde e quelle del Belūcistān a pagare il prezzo più elevato della feroce repressione. Buona parte dei cittadini arrestati, torturati e uccisi dalle forze paramilitari pasdaran sono appunto curdi o della minoranza beluci, così come la maggior parte dei condannati a morte.</p>
<p>A Javānrūd le guardie rivoluzionarie hanno trasferito migliaia di loro uomini equipaggiati con armi da guerra e hanno arruolato numerose milizie straniere filoiraniane da loro addestrate. Si tratta di milizie sciite provenienti da Iraq, Siria, Libano e dall’Afghanistan. Attaccano le abitazioni dei civili, irrompono nelle loro case e portano via intere famiglie.</p>
<p>A Mahabad si è celebrato il quarantesimo giorno trascorso dall’assassinio di Shamal Kahramaneh al grido di “Javānrūd non è sola, Mahabad è la sua sostenitrice”.</p>
<p>Cerimonia funebre anche per Mehran Basir, un giovane di 29 anni ucciso a Foman il 24 novembre. Il 31 dicembre si è svolta la cerimonia del quarantesimo giorno anche per Mehdi Kabuli, un adolescente di 15 anni ucciso dagli agenti di sicurezza a Gorgan. Il 5 gennaio a Izeh si terrà la cerimonia funebre per il quarantesimo giorno dall’assassinio di Hamed Selahshur, di 22 anni, torturato in prigione fino alla morte. Il giovane Hamed era stato segretamente sepolto fuori città perché la sua famiglia temeva che le autorità sequestrassero il suo corpo per estorcere una confessione forzata, ora lo hanno riesumato per seppellirlo nel “cimitero di famiglia” a Izeh.</p>
<p>Come è noto il regime sequestra i corpi dei manifestanti uccisi e chiede ai familiari una sorta di riscatto per la loro restituzione e precisamente chiede una confessione pubblica che smentica la voce di un loro decesso per mano dello stato. La Repubblica islamica ha paura anche dei morti e dei loro funerali perché le cerimonie funebri si trasformano in imponenti manifestazioni. Insomma, il regime teocratico ha comportamenti e organizzazione di tipo mafioso.</p>
<p>La rivoluzione sembra inarrestabile, ogni funerale produce una manifestazione a cui partecipa un oceano di persone e ciò fa desistere il regime dall’infliggere nuove impiccagioni. Le autorità iraniane pensavano di soffocare le rivolte con l’arma del terrore, ma ciò non sta riuscendo perché ad ogni assassinio la risposta è una ulteriore crescita della ribellione. Crescono la rabbia e l’indignazione, cresce l’odio verso questo orribile regime sanguinario considerato semplicemente criminale e del tutto privo di legittimità, dunque destinato ad essere spazzato via.</p>
<p>Intanto, sabato 31 dicembre 2022, diverse personalità di spicco in esilio che si oppongono alla Repubblica islamica hanno pubblicato una dichiarazione congiunta sui loro social definendo l’anno 2023 come quello della liberazione dell’Iran. &#8220;Il 2022 è stato l&#8217;anno glorioso della solidarietà degli iraniani di ogni credo, lingua e orientamento. Con lo stesso impegno e solidarietà, il 2023 sarà l&#8217;anno della vittoria per la nazione iraniana”, si legge nella dichiarazione firmata dal principe Reza Ciro Pahlavi, dalle attrici Nazanin Boniadi e Golshifteh Farahani, dall’attivista per i diritti umani e giornalista Masih Alinejad, da Hamed Esmaeilion, portavoce dell&#8217;Associazione delle famiglie delle vittime del volo PS752 abbattuto dai pasdaran esattamente tre anni fa (l’8 gennaio 2020) e dall’ex calciatore Ali Karimi. Il principe Reza Pahlavi in risposta alle critiche di coloro che sostengono che non vi è una voce unitaria contro il regime, ha detto: &#8220;Ecco perché dobbiamo unirci affinché le forze pro-democrazia aprano il dialogo con il mondo&#8221;.</p>
<p>E Nazanin Boniadi a “Iran International” ha sottolineato i continui tentativi con vari gruppi di opposizione per lavorare uniti e formare una coalizione.</p>
<p>Questa dichiarazione che invita le forze pro-democrazia a formare una coalizione non è stata sottoscritta da alcun esponente di partiti politici come quelli curdi, repubblicani o radicali. C’è solo un personaggio politico ad aver firmato questa dichiarazione, ed è il principe Reza Pahlavi, un personaggio carismatico a cui i repubblicani e i curdi guardano con sospetto perché non valutano positivamente la passata esperienza monarchica. Questo metodo di escludere alcune componenti fondamentali della società e della politica iraniana attive nella pacifica rivoluzione in corso ricorda quello seguito nel 1979, quando la speranza di una rivoluzione democratica per liberare il paese dall’oppressivo regime monarchico dei Pahlavi, fu vanificata e il moto rivoluzionario fu egemonizzato da una personalità religiosa fondamentalista carismatica come quella di Khomeini.</p>
<p>Per questo incomincia a serpeggiare, in particolare nella comunità curda, preoccupazione per il tentativo di alcuni esponenti della borghesia persiana in esilio, in particolare residente negli Stati Uniti e in Europa, di monopolizzare la rivoluzione ignorando partiti, minoranze e le entità non persiane presenti nel paese che rappresentano la componente più attiva e agguerrita di questo spontaneo movimento rivoluzionario partito dal basso.</p>
<p>Si teme quindi che all’interno della diaspora iraniana vi sia un tentativo di favorire la discesa in campo del principe Reza Pahlavi ritenuto forse in grado di risvegliare il sentimento nazionalista e di una Grande Persia che sia in grado di riscattarsi da quarantaquattro anni di disonore e di oscurantismo rappresentato dal regime teocratico.</p>
<p>Davanti a un movimento rivoluzionario senza leader, per una componente molto influente della borghesia iraniana in esilio, puntare sul nazionalismo persiano e sulla figura del principe Reza Pahlavi potrebbe rappresentare la strada più veloce e sicura per il cambio di regime. Ma i curdi, perseguitati da sempre sotto ogni dittatura, non vogliono essere servitori di nessuno: non intendono morire per un “Re persiano”, questo è il messaggio che arriva dal Kurdistan che vede la dichiarazione di un principe, di due attrici e di un giocatore di calcio, come un tentativo di scippare la rivoluzione e di presentare Reza Ciro Pahlavi, che per i monarchici è ancora il pretendente al trono, come il suo capo politico forte anche del sostegno che riceve grazie ai canali televisivi finanziati dai sauditi e che hanno sede a Londra.</p>
<p>Anche se il principe dichiara di non avere alcuna intenzione di ritornare sul trono, per il suo entourage e per il partito monarchico è pur sempre “Reza II” e dunque si preme fortemente per un ritorno della dinastia dei Pahlavi.</p>
<p>Ma gli slogan che si odono nelle piazze e nelle strade di tutte le città del paese, da Teheran a Sanandaj e da Esfahan a Zahedan e che gridano “Curdi, beluci, azeri; libertà e uguaglianza&#8221;, fanno intendere che per la “generazione Z” sono maturi i tempi affinché tutte le componenti etniche e religiose come quelle del Kurdistan e del Belūcistān, che da circa quattro mesi stanno dando un contributo fondamentale alla rivoluzione, dovrebbero avere un pieno riconoscimento e una piena collocazione di un assetto statuale consistente in una democrazia laica con una forte impronta federalistica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2023/01/04/news/non_ce_forca_che_tenga_liran_non_riesce_a_soffocare_la_rivolta_nel_sangue-11013268/?ref=HHTP-BH-I11000447-P1-S1-T1"><strong><em>Hugginfton Post</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/non-ce-forca-che-tenga-liran-non-riesce-a-soffocare-la-rivolta-nel-sangue/">Non c&#8217;è forca che tenga. L’Iran non riesce a soffocare la rivolta nel sangue</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Iran, lo stupro mortale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/iran-lo-stupro-mortale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabiana Magri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Dec 2022 11:25:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[velo]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=61389</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ragazzina di 14 anni violentata e uccisa dai pasdaran, si era tolta il velo in classe come segno di protesta &#160; TEL AVIV. Un gesto da adulta e da rivoluzionaria, togliersi il velo in classe in segno di solidarietà con le proteste che scuotono il suo Paese da oltre tre mesi, è costato la vita [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Ragazzina di 14 anni violentata e uccisa dai pasdaran, si era tolta il velo in classe come segno di protesta</h3>
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<p>TEL AVIV. Un gesto da adulta e da rivoluzionaria, togliersi il velo in classe in segno di solidarietà con le proteste che scuotono il suo Paese da oltre tre mesi, è costato la vita a una 14enne iraniana di Teheran, di nome <strong>Masooumeh</strong>. Dopo essere stata identificata attraverso le registrazioni delle telecamere di sorveglianza all’interno della scuola, l’adolescente è finita in custodia. Fino a quando, trasferita in ospedale per gravi lacerazioni vaginali, è morta. A riferirlo al New York Times è stato Hadi Ghaemi, direttore del Center for Human Rights in Iran, che ha anche espresso preoccupazione per la madre della ragazzina, scomparsa dopo aver minacciato di denunciare l’accaduto.</p>
<p>«L’Iran usa lo stupro per imporre la modestia alle donne», denuncia Nicholas Kristof, editorialista e vincitore di due premi Pulitzer, dalla sua rubrica sul NYT. Le Ong Human Rights Watch e Amnesty International hanno documentato, in modo indipendente, diversi casi di violenza sessuale. «Come le forze di sicurezza iraniane usano lo stupro per reprimere le proteste» è il titolo di una recente inchiesta della Cnn, contestata in cinque punti in un thread su Twitter dall’account dell’agenzia di stampa della Repubblica Islamica Irna. Espulso da una commissione delle Nazioni Unite per i diritti delle donne, il governo di Teheran ha contestato il provvedimento anche attraverso le dichiarazioni della sua vice presidente per gli Affari delle Donne e della Famiglia, Ensiyeh Khazali, che è andata al contrattacco accusando Europa e Stati Uniti di violare i diritti umani.</p>
<p>Ma la storia di Masooumeh ricorda altre morti tragiche di adolescenti iraniane, come la 16enne Nika Shakarami. E di altre donne, abusate e torturate mentre erano in custodia o in carcere per motivi legati alle proteste anti-regime, come la dottoressa 36enne Aida Rostami che curava clandestinamente i manifestanti. «Quanto sta avvenendo in queste settimane in Iran supera ogni limite e non può, in alcun modo, essere accantonato», è stato l’addolorato appello del presidente Sergio Mattarella in un messaggio alla conferenza degli ambasciatori alla Farnesina.</p>
<p>Sono giovani e giovanissime le iraniane coraggiose che si espongono in prima linea. La studiosa delle immagini nei movimenti politici, Parichehr Kazemi, ha pubblicato su The Conversation un’analisi delle fotografie delle proteste in corso nel Paese da oltre tre mesi, all’intersezione tra movimento sociale e rivoluzione. Li definisce scatti «potenti e coinvolgenti» perché giocano su diversi elementi di sfida, attingendo «a una storia più lunga di donne iraniane che scattano e condividono foto e video di azioni considerate illegali, come cantare e ballare per protestare contro l’oppressione di genere» e si basano «sugli sforzi di resistenza passati e su una tradizione di resistenza al governo».</p>
<p>E dopo gli avvertimenti sollevati giorni fa da Amnesty International riguardo all’imminente esecuzione del rapper 24enne Saman Seydi, in arte «Yasin», condannato a morte in prima sentenza dal tribunale, diverse fonti hanno divulgato ieri la notizia che il ragazzo avrebbe tentato di suicidarsi nella prigione Rajaei Shahr di Karaj con un’overdose di pillole. L’agenzia degli attivisti per i diritti umani ha fatto sapere che Seydi è ricoverato nell&#8217;infermeria del carcere e attribuisce il gesto del cantante alle torture fisiche e mentali che avrebbe subito anche per strappargli la confessione con cui è stata emessa la sua condanna a morte. Il ragazzo era apparso provato fin dalla prima udienza. Mentre il giudice leggeva le accuse contro di lui, è stato ritratto in foto in lacrime, con la testa tra le mani. I genitori hanno tentato di ottenere il suo rilascio. La madre aveva pubblicato un appello video chiedendo aiuto per il figlio e il padre, in un posto su Instagram, aveva scritto: «Figlio mio Saman, quando guidavi la moto ero preoccupato che ti facessi male. Ma ora non so cosa fare. Non so come potrei continuare la mia vita senza di te».</p>
<p><strong><a href="https://www.lastampa.it/esteri/2022/12/22/news/iran_lo_stupro_mortale-12426637/"><em>La Stampa</em></a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/iran-lo-stupro-mortale/">Iran, lo stupro mortale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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