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	<title>fondi europei Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>fondi europei Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Accollati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/accollati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Apr 2023 13:35:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[fondi europei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A forza di dire che si mette il costo dei consumi odierni e del debito pubblico sulle spalle dei figli non ci si è accorti che i figli siamo noi. La nostra spesa per pagare gli interessi sul debito pubblico non è solo la più alta d’Europa, in rapporto al prodotto interno lordo, ma è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A forza di dire che si mette il costo dei consumi odierni e del debito pubblico sulle spalle dei figli non ci si è accorti che i figli siamo noi. La nostra spesa per pagare gli interessi sul debito pubblico non è solo la più alta d’Europa, in rapporto al prodotto interno lordo, ma è più del doppio della media. Significa che, mediamente, ciascun italiano di oggi, non i nostri figli, ha 1012 euro in meno in tasca l’anno, rispetto a un tedesco; 733 in meno rispetto a uno spagnolo; anche se solo 153 meno di un francese (e si spera sia chiaro con chi abbiamo interessi in comune, rispetto alla riscrittura del patto di stabilità).</p>
<p>Che i tassi d’interesse sarebbero saliti era scontato, ma quelli europei sono ancora sotto i praticati in Usa o Uk. Inoltre abbiamo a disposizione la linea di credito europea Ngeu, che costa meno degli attuali valori di mercato, e una quota a fondo perduto. Abbiamo gli strumenti, quindi, per fare la sola cosa sensata: puntare a far crescere la ricchezza nazionale più velocemente del costo del debito, in modo da riassorbirlo gradualmente. Ed è qui che arriva lo stupefacente e si sente sostenere lo sconcertante.</p>
<p>Si sente dire: sapete che c’è? I fondi europei costano sì meno del debito preso sul mercato, ma tocca lavorarci e investirli, perché non ci rinunciamo? Poi tocca anche fare le riforme, ma perché non si fanno gli affari loro? Tanto s’è trovata la formula magica: saranno gli immigrati a pagare tutto. Dopo anni passati a parlare di muri e chiusure, accadono due cose: il governo di destra conferma quel che si trova scritto, da lustri, in tutti i Documenti di economia e finanza, ovvero che i conti pubblici si tengono in equilibrio solo se si mettono molti più immigrati al lavoro (170mila, ogni anno, tutti gli anni); poi arriva il presidente dell’Inps a sostenere che saranno gli immigrati a pagarci le pensioni. Entusiasmo avvincente, ma non ci hanno capito niente.</p>
<p>Tridico, Inps, è il più sincero. Non crede, gli chiedono, che il reddito di cittadinanza, da lei sostenuto, sia fallito? No, risponde, è solo mancato il contorno: gli uffici del lavoro, le politiche di formazione e quelle attive del lavoro. Ha ragione, ha funzionato solo il dare (buttare) quattrini, presi a prestito. Che come fallimento non è neanche normale, ma una bancarotta materiale e morale. E questa è l’Italia che ora dice: facciamo pagare gli immigrati. Non sia mai che le pensioni le facciamo pagare agli evasori fiscali e previdenziali, quelli condoniamoli.</p>
<p>Il prof. Luca Ricolfi, che potete leggere qui a fianco, aveva elaborato un concetto avvincente: la società signorile di massa. Ovvero una società in cui tutti si è signori, scaricando i lavori pesanti o sgradevoli sugli immigrati, pagandoli poco. Ora pure debito e pensioni. Come dire: entrate senza fare rumore, non sporcate, non disturbate e pagate. Temo che si sia al passo successivo, rispetto a quanto descritto da Ricolfi, siamo alla: nobiltà decadente di massa. I soli a viaggiare, conoscere il mondo, spendere molto e non produrre un accidente, vendendo prima le terre e poi il diroccato maniero avito.</p>
<p>Ben triste la nostra sorte se vivessimo per accollarci ad altri. La nostra vocazione deve essere quella che si vede al salone del mobile e nelle esportazioni: innovazione, coraggio, inventiva. Ma per riuscirci serve studio, lavoro, passione e fatica. Fatica. Accollati si diventa subordinati. Se un briciolo d’orgoglio c’è ancora nella politica capiscano tutti, a destra e sinistra, che l’Italia ha bisogno d’essere scossa non consolata, spronata non assistita, alleggerita non gravata. La società della rendita, basata sul debito, rende schiavi. Oggi, non in un futuro indefinito. Pensare di evitarlo schiavizzando altri non è neanche inaccettabile, è proprio da scemi.</p>
<p>L’Italia che pedala non fa distinzioni fra indigeni o immigrati, nei diritti e nei doveri, sa che il lavoratore va rispettato e il mantenuto scaricato. Oltre che civile, quell’Italia, è consapevole del proprio interesse.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/mercoledi-19-aprile-2023/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>RiStabilità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ristabilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Apr 2023 14:12:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[fondi europei]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[terzopolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Patto di stabilità e crescita, che contiene le regole di bilancio cui i Paesi dell’Unione europea devono attenersi, è stato sospeso durante l’emergenza pandemica e tornerà in vigore una volta iniziato il 2024. Sul punto c’è un equivoco: è stato sospeso il Patto, mica la realtà. La prima cosa è alla portata dei governi, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Patto di stabilità e crescita, che contiene le regole di bilancio cui i Paesi dell’Unione europea devono attenersi, è stato sospeso durante l’emergenza pandemica e tornerà in vigore una volta iniziato il 2024. Sul punto c’è un equivoco: è stato sospeso il Patto, mica la realtà. La prima cosa è alla portata dei governi, la seconda no. In emergenza si è potuto spendere di più, accrescendo deficit e debito, senza incorrere in vincoli interni, ma quei vincoli mica erano stati elaborati per la gioia di coltivare bonsai economici, bensì per evitare che deficit e debiti eccessivi squilibrino il mercato interno e sfondino le dighe che difendono dalle alluvioni speculative. Quindi il Patto era sospeso, ma i problemi e i costi dei debiti crescenti sono lì a ricordarci il peso della realtà.</p>
<p>Analogo effetto hanno le richieste di questa o quella spesa, sempre nobilmente indirizzata (da ultimo quella relativa agli aiuti all’Ucraina), in “deroga” al Patto: evita la contestazione dell’ufficio, ma non evita per nulla la conseguenza sul bilancio e sugli acquirenti di debito.</p>
<p>Lo scorso 14 marzo l’Ecofin, ovvero l’insieme dei ministri dell’economia e delle finanze dei Paesi Ue, ha proseguito l’esame della proposta fatta dalla Commissione europea, circa la riforma del Patto. In brutale sintesi, la Commissione propone che i Paesi che si trovano con un eccesso di deficit o debito o di entrambi negozino, ciascuno a partire dalle proprie condizioni, con la Commissione stessa il percorso di rientro. In tale negoziato su misura c’è una coda velenosa: si terrà conto della sostenibilità di ciascun debito, segnalandone la pericolosità al mercato. L’alternativa, se la riforma non si facesse, sarebbe vedere tornare in vigore il vecchio trattato, con meccanismi automatici di riequilibrio. Questo è il punto importante, che serve a capire il seguito: non è che quei meccanismi non abbiano funzionato, è che non sono stati applicati pienamente, bensì solo a spizzichi e bocconi. Tanto che il ministro dell’economia tedesca, il liberale Christian Lindner sostiene: &lt;&lt;Inutile avere regole che sono soggette alla discrezionalità politica e alla fine non funzionano mai&gt;&gt;. Difficile dargli torto.</p>
<p>Dopo quella riunione la Germania ha diffuso un proprio “non paper”, una riflessione informale, in cui sostiene che passi pure per la negoziabilità proposta dalla Commissione, ma se poi non funziona si passa alla garanzia di un sistema automatico, con una riduzione obbligatoria proporzionale allo squilibrio del debito, fino all’1% annuo del prodotto interno lordo.</p>
<p>L’Italia si trova fra questi scogli: la proposta della Commissione porterebbe ad una indicazione di pericolo per il nostro debito, quella tedesca all’automaticità della sua riduzione. E nella misura massima, visto che il Fondo monetario internazionale ha provveduto a ricordare che, nel mondo sviluppato, il nostro debito è secondo solo a quello del Giappone, ma con una condizione interna assai diversa (colà altro che pensionati che neanche hanno 60 anni!). Che intendiamo fare? Se la sinistra non fosse impegnata a convincere sé stessa d’essere de sinistra e i terzopolisti a scannarsi e mettere in fuga gli elettori, proverebbero a incalzare il governo su questo tema.</p>
<p>Aumentare il debito è bello nell’immediato e molto doloroso nel futuro subito successivo, dimostra sovranità nazionale nello svendere sovranità nazionale. Il debito toglie libertà. Diminuire il debito è doloroso nell’immediato e un sollievo subito dopo, riconquistando sovranità e libertà. Un governo che pensasse di durare non avrebbe dubbi e scegliere la riduzione. Chi pensa di cadere sceglie l’indebitamento. Chi non sceglie si barcamena nell’inutilità.</p>
<p>Una cosa è sicura: se non si sarà capaci di usare i fondi europei e si penserà di tenere in ostaggio gli altri immobilizzandoli sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes), i due scogli si stringeranno e si dovrà chiedere a Schettino l’effetto che fa. A quel punto il Patto sarà difficile, ma la stabilità ancora di più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/la-ragione-sabato-15-aprile-2023/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Bubbole</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/bubbole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jun 2022 15:51:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
		<category><![CDATA[fondi europei]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[politica italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tanti proclami e pochi elettori. Referendum sepolti. Ai ballottaggi andranno in ancora meno. A volere essere ottimisti c’è la metà degli elettori che non trova un buon motivo per andare a votare. Eppure le forze politiche non sanno far altro che campagna elettorale. Eterna. Corrompendo tutto, elettori compresi: un tempo il clientelismo cercava di fidelizzare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tanti proclami e pochi elettori. Referendum sepolti. Ai ballottaggi andranno in ancora meno. A volere essere ottimisti c’è la metà degli elettori che non trova un buon motivo per andare a votare. Eppure le forze politiche non sanno far altro che campagna elettorale. Eterna.</p>
<p>Corrompendo tutto, elettori compresi: un tempo il clientelismo cercava di fidelizzare gli elettori, offrendo prebende in cambio e generando scarsa mobilità del voto, ora sono gli elettori a essere divenuti mobilissimi, mettendo all’asta il proprio voto, per acchiappare il quale ci si produce in una oscena gara a chi la spara più grossa. La nostra vita pubblica va bonificata dalle bubbole, se non vogliamo annegare nelle balle.</p>
<p>Di qualsiasi problema si parli, compresa l’adolescenza con disagi, la ricetta è uguale: servono più soldi. Per riuscire a spenderli lo strumento è sempre lo stesso: un bonus. Ce ne sono un’infinità e tutti servono solo a due cose:</p>
<p>a. soddisfare chi li incassa (per cui gli psicologi e non i disagiati);</p>
<p>b. dare soldi in cambio di consenso.</p>
<p>Che se quelli che li ricevono s’accorgessero che quei soldi dovranno poi ripagarli, si correrebbero rischi d’ordine pubblico, altro che applausi. Ma tale rischio è sventato da anni di politica monetaria accomodante: soldi per tutti, grazie alla diga europea. Nel mentre si racconta la totale balla dell’austerità imposta si gode della disponibilità esposta. E se la Banca centrale europea annuncia due rialzi dei tassi, per 0.25% a botta, parte la protesta degli assistenzialisti cui il denaro da sprecare non basta mai. Intanto gli Stati Uniti rilanciano e non è escluso chiudano l’anno con tassi fino al 3%.</p>
<p>Certo che i soldi servono, ma a saperli spendere. Dei fondi europei per la coesione, fra il 2007 e il 2020, ne abbiamo spesi solo il 46%. Incapaci alla riscossa. Buttarli è facile, investirli meno. Eppure restiamo i maggiori beneficiari, nel mentre il sovranismo servile reclama che l’incapacità sia protetta dalla Bce. Che è poi il modo sicuro per perdere ogni sovranità.</p>
<p>Già, ma siamo poveri, abbiamo bisogno di aiuto. Come no!? La liquidità delle famiglie italiane è cresciuta del 10% in due anni, raggiungendo i 1.174 miliardi. Anni in cui non è stato facile spendere, ma quel tesoro liquido sarà eroso dall’inflazione, se i soldi continueranno a essere spansi anziché spesi. Qualcuno informi le famiglie che, in questo modo, pagheranno una tassa micidiale e impoverente. Eppure se non dici che siamo tutti poveri ti linciano via social, giacché sappiamo tutti che i veri poveri sono eternamente connessi e operanti in digitale. Quelli che il digitale non lo usano sono quanti danno soldi ai poveri e ai finti poveri.</p>
<p>Non esiste una banca dati dell’assistenza pubblica, sicché c’è chi fa il povero di professione. Ovviamente evasore fiscale. Quanti ricevono il reddito di cittadinanza non lo perderanno mai rifiutando di lavorare, per due ottime ragioni: i navigator sono in navigazione e nessuno prende nota dei dinieghi.</p>
<p>Chi ha un po’ di buona volontà lavora in nero. Che è poi la ragione per cui più aumentano i sussidi e più cresce il numero dei poveri: conviene esserlo. O sembrarlo. E i poveri veri? Certo che esistono, ma sono in buona parte stranieri o famiglie afflitte da devianze come ludopatia, alcolismo e tossicodipendenza. Dar loro i soldi è un solido contributo al gioco, ai bar e allo spaccio.</p>
<p>Ci ripetiamo che i salari sono troppo bassi, ma non vogliamo sentire che il costo del lavoro invece no, non è basso. La differenza va a finanziare il non lavoro. Difatti lavoriamo in troppo pochi. Ci lamentiamo dei disoccupati, ma non vogliamo sentire che ci sono lavori che nessuno vuole o sa fare. Ideona: diamogli un bonus.</p>
<p>Le balle hanno inquinato il comprendonio. Nessuno ha il coraggio di affrontarle, temendo le proteste. Non hanno idea di quelle in preparazione, continuando a raccontarle. Pinocchio smise di essere un burattino quando divenne responsabile delle proprie azioni. Qui c’è gente orgogliosa d’essere un burattino.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/martedi-14-giugno-2022/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Mario Deaglio: Fondi europei. L&#8217;Italia rompa col suo passato</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/mario-deaglio-fondi-europei-litalia-rompa-col-suo-passato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 06:55:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[fondi europei]]></category>
		<category><![CDATA[La Stampa]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="su-button-center"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/09/deaglio-fondi-europei-l-italia-rompa-col-suo-passato.pdf" class="su-button su-button-style-flat su-button-wide" style="color:#ffffff;background-color:#003c71;border-color:#00305b;border-radius:5px" target="_self"><span style="color:#ffffff;padding:9px 30px;font-size:22px;line-height:33px;border-color:#4d779c;border-radius:5px;text-shadow:0px 0px 0px #ffffff"><i class="sui sui-newspaper-o" style="font-size:22px;color:#ffffff"></i> VISUALIZZA ARTICOLO</span></a></div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Recovery Fund, il piano del governo: innovazione e scuola coi fondi Ue. Si rischia un 10% in più di debito/Pil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2020 11:15:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Fubini]]></category>
		<category><![CDATA[fondi europei]]></category>
		<category><![CDATA[Recovery Fund]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non sarà necessario per l’Italia presentare entro metà ottobre un piano già compiuto sui 209 miliardi di Next Generation EU, anche perché troppi dettagli restano da precisare a Bruxelles. Il più importante è apparentemente di natura tecnica, ma può avere profonde implicazioni finanziarie e politiche. La parte prevalente di «NextGenEU», il Recovery fund, non sarà [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Non sarà necessario per l’Italia presentare entro metà ottobre un piano già compiuto sui 209 miliardi di Next Generation EU, anche perché troppi dettagli restano da precisare a Bruxelles. Il più importante è apparentemente di natura tecnica, ma può avere profonde implicazioni finanziarie e politiche. La parte prevalente di «NextGenEU», il Recovery fund, non sarà infatti in trasferimenti diretti di bilancio ma in prestiti. A tassi quasi zero, rimborsabili in trent’anni e oltre, ma pur sempre prestiti. Per l’Italia questa parte vale circa 125 miliardi di euro nei prossimi anni. Il governo italiano ha dunque rivolto una domanda alla Commissione europea di recente: come vanno trattati sul piano contabile quei prestiti?</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong>L’aumento del debito</strong></span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Se andassero semplicemente aggiunti al calcolo del debito pubblico — uniti ai 28 miliardi del fondo europeo Sure per il lavoro — si arriva a 152 miliardi di oneri in più. È il 9% del prodotto interno lordo, che può diventare 11% nel caso si sommi anche il prestito sanitario del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Il governo vuole dunque sapere se quelle somme vanno iscritte nella normale contabilità del debito pubblico — facendolo salire molto di più, quando già quest’anno sarà attorno al 160% del Pil — o possono essere trattate a parte.</span></p>
<h5><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">L’asterisco a piè di pagina</span></h5>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">I documenti italiani di finanza pubblica oggi per esempio segnalano in un asterisco a piè di pagina che circa l’uno per cento del debito è dovuto ai finanziamenti italiani al Mes, per il salvataggio della Grecia e di altri Paesi un decennio fa. In questo caso si tratterebbe di indicare chiaramente agli investitori, in teoria, che una parte dell’enorme debito è di natura diversa e in sé più sostenibile rispetto a quello contratto sul mercato. Ma questa resta una partita aperta per le prossime settimane, fra le più delicate.</span></p>
<h5><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Il confronto con le imprese</span></h5>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">In attesa che si chiarisca questo punto, il governo sta muovendo passi in avanti nel definire le linee-guida del suo Recovery plan. Sono state già sentite le principali grandi imprese pubbliche e private su quali siano i potenziali progetti con effetto moltiplicatore per la crescita. Gli incontri sono rimasti riservati soprattutto per evitare ripercussioni sui listini, sempre possibili vista la dimensione delle somme in gioco. Ma ora i primi documenti sono pronti in forma di bozza. Per mercoledì è fissata la riunione del Ciae, Comitato interministeriale Affari europei a cui partecipano il premier e tutti i principali ministri, che dovrebbe approvare e mandare in parlamento il primo piano d’indirizzo.</span></p>
<h5><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Le sei aree di intervento</span></h5>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Salvo modifiche all’ultimo, il testo dovrebbe indicare sei grandi aree di investimento e altrettanti capitoli di riforme. Le prime riguardano la digitalizzazione, l’innovazione, le infrastrutture, la riduzioni delle emissioni inquinanti, l’istruzione e la ricerca. Le seconde — i grandi temi di riforma — dovrebbero includere la pubblica amministrazione, l’efficienza del sistema giudiziario, il mercato del lavoro, la ricerca, la formazione e il fisco.</span></p>
<h5><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Un «cloud» unico per la Pubblica Amministrazione</span></h5>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Le due direttrici, investimenti e riforme, dovrebbero essere legate in parte dagli stessi progetti. Per esempio uno dei punti di forza nelle proposte per modernizzare la macchina dello Stato è la migrazione su cloud — la “nuvola” digitale con rapidissima capacità di calcolo — dei dati delle 23 mila amministrazioni italiane oggi dispersi in undicimila “data center” che molto spesso sono vecchi, inefficienti e incapaci di comunicare fra loro. La transizione al cloud della memoria informatica dello Stato riduce i costi, potenzialmente aumenta la produttività degli uffici, ma presuppone investimenti di vari miliardi che possono essere coperti con il Recovery Fund.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h5><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Asili nido e tempo pieno</span></h5>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Anche sul fronte di quelle che ieri al forum Ambrosetti il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha definito “infrastrutture sociali”, il governo pensa a sinergie fra investimenti e riforme. I miliardi di NextGen EU dovrebbero aiutare e finanziare il passaggio alla scuola a tempo pieno in tutto il Mezzogiorno (oggi riguarda solo un quarto dei bambini); dovrebbero alzare la copertura degli asili nidi alla media europea (circa 33 posti ogni cento neonati fino a 36 mesi), per dare più opportunità di lavoro alle madri; e dovrebbero rafforzare in competenze e tecnologie centri per l’impiego. Sul piano dell’ambiente, un progetto centrale riguarda lo stoccaggio e il trasporto dell’idrogeno anche verso il resto d’Europa e dovrebbe coinvolgere sia Snam che Enel. Dopo mercoledì, le prossime tappe arrivano a fine settembre con la nota di aggiornamento ai conti e a metà ottobre con il primo invio di linee-guida a Bruxelles. Ma la presentazione dei progetti dettagliati probabilmente non arriverà prima di gennaio. Slittano dunque anche i tempi dei primi esborsi.</span></p>
<p><strong>Federico Fubini</strong></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/20_settembre_07/recovery-fund-conti-pubblici-si-rischia-1opercento-piu-debitopil-dacdd206-f079-11ea-9471-e3973f870fbb.shtml"><strong>Corriere della Sera, 7/09/2020</strong></a></span></p>
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		<title>Pietro Garibaldi: Ma al paese non bastano le linee guida</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2020 06:17:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Piero Sraffa, uno dei più importanti economisti italiani, nel 1960 ha pubblicato «Produzione di merci a mezzo di merci», un saggio di economia fondamentale in cui ha spiegato come lo stesso tipo di merci appare sia tra i mezzi di produzione che tra i prodotti finiti. Durante la pandemia del 2020, il nostro Governo ci [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Piero Sraffa, uno dei più importanti economisti italiani, nel 1960 ha pubblicato «Produzione di merci a mezzo di merci», un saggio di economia fondamentale in cui ha spiegato come lo stesso tipo di merci appare sia tra i mezzi di produzione che tra i prodotti finiti. Durante la pandemia del 2020, il nostro Governo ci propone invece «la produzione di linee guida a mezzo di linee guida».</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">A inizio luglio il Governo ha approvato un ambizioso Piano Nazionale delle Riforme fatto di 3 macro aree e 24 linee guida. Ieri, dopo due mesi di discussione, il Governo ha deciso di inviare al Parlamento le 6 linee guida fondamentali per il NextGeneration Eu. I progetti concreti e dettagliati possono aspettare fino a inizio del 2021. La verità è che abbiamo perso due mesi durante la peggior recessione dai tempi della seconda guerra mondiale quando Piero Sraffa lavorava a Cambridge con Keynes.</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Le sei linee guida approvate ieri sono peraltro condivisibili e riguardano aree di interventi di cui il Paese ha bisogno: digitalizzazione, transizione ecologica, infrastrutture, istruzione, formazione, salute, equità, etc. Idee simili erano state proposte nel piano nazionale di Riforme. Non dimentichiamo poi che a metà giugno il manager Francesco Colao &#8211; su incarico del presidente del Consiglio e con l&#8217;aiuto di 10 esperti &#8211; ha proposto un piano di 56 pagine di ricostruzione, ripartenza e rinascita dell&#8217;Italia. Nella seconda metà di giugno abbiamo poi avuto gli Stati Generali dell&#8217;economia, un evento di 3 o 4 giorni durante il quale il Governo ha ascoltato le proposte di ripartenza delle parti sociali e di illustri ospiti, come la presidente della Commissione, Ursula Van de Leyen.</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Il problema non è la mancanza di idee o proposte, ma l&#8217;incapacità di prendere decisioni sul futuro dell&#8217;Italia. Il Governo ha certamente preso decisioni cruciali durante l&#8217;ora più buia del Paese, quando in piena emergenza sanitaria ha deciso di chiudere in casa gli italiani per due mesi. Il Governo ha poi agito per elargire sussidi ai lavoratori dipendenti e introdurre un divieto di licenziamento unico in Europa. La stessa risolutezza manca oggi per guidare la ricostruzione. La politica economica dei prossimi mesi appare quanto mai confusa. Il Governo dovrà comunque preparare un nuovo quadro macro economico e approvare una nuova legge di bilancio per il 2021 entro fine dell&#8217;anno. Le grandi riforme da finanziare con i fondi europei arriveranno invece nel 2021. Nel frattempo, il disavanzo del 2020 sarà ben superiore al 10% e la crescita del prossimo anno difficilmente recupererà la caduta del Pil del 2020 di circa il 9%. La riforma fiscale, di cui molto si parla in questi giorni, non potrà essere finanziata dai fondi europei e le risorse dovranno essere reperite dal bilancio corrente. Con il debito pubblico superiore al 150%, è impensabile finanziare una riduzione delle tasse con nuovo deficit. Molto difficile anche trovare le risorse per la riforma degli ammortizzatori. Usciti dall&#8217;emergenza attuale, la ministra del Lavoro vorrebbe estendere la cassa integrazione a tutti i lavoratori. E&#8217; un obiettivo condivisibile, ma le risorse difficilmente arriveranno dai fondi europei, e dovranno anche loro essere trovate in altre modi.</span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Luigi Einaudi, in un saggio scritto pochi anni prima del contributo di Sraffa, ci ha insegnato che la credibilità della politica economica e la fiducia dei mercati sono aspetti fondamentali del Buon Governo. È vero che siamo protetti dall&#8217;ombrello della Banca centrale europea, ma la «produzione di linee guida a mezzo di linee guida» è stato un passo falso che non rafforzerà la credibilità dell&#8217;azione di Governo durante un complicato autunno.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong>Pietro Garibaldi </strong></span></p>
<p><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong>La Stampa, 10/09/2020</strong></span></p>
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<p>#BuonaPagina &#8211; Votazione chiusa.</p>
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		<title>Federico Fubini: Serve un cambio di passo sui fondi europei</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/federico-fubini-serve-un-cambio-di-passo-sui-fondi-europei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Sep 2020 05:31:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sergio Mattarella ha mandato ieri al Forum Arnbrosetti di Cernobbio un messaggio carico di significato. «La crisi obbliga a fare un ricorso massiccio al debito e non dobbiamo compromettere con scelte errate il futuro delle nuove generazioni», ha detto il presidente della Repubblica. Esse «guarderanno come sono state amministrate le risorse. In caso di inattività [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Sergio Mattarella ha mandato ieri al Forum Arnbrosetti di Cernobbio un messaggio carico di significato. «La crisi obbliga a fare un ricorso massiccio al debito e non dobbiamo compromettere con scelte errate il futuro delle nuove generazioni», ha detto il presidente della Repubblica.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Esse «guarderanno come sono state amministrate le risorse. In caso di inattività o scarsa azione, si chiederanno perché generazioni che hanno avuto condizioni così propizie non siano riuscite a realizzare infrastrutture essenziali e riforme strutturali, necessarie all&#8217;efficienza del sistema sociale ed economico, accrescendo solo la massa del debito». Non si poteva essere più chiari. È appena il caso di ricordare che l&#8217;Italia nei prossimi anni ha l&#8217;opportunità di spendere oltre 300 miliardi di euro messi a disposizione dalla Ue.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Oltre duecento arriveranno dal Recovery Fund, 28 dal fondo Sure per il sostegno ai lavoratori, 36 per la spesa sanitaria dal Meccanismo europeo di stabilità (se li vogliamo) e poi ci saranno i fondi europei tradizionali, sui quali dal 2021 l&#8217;Italia riceverà più di quanto sia chiamata a contribuire. Questo è anche un risultato del governo e della sua ritrovata credibilità in Europa: sarebbe stato impossibile se il Paese fosse stato retto dalla coalizione euroscettica al potere fino a 13 mesi fa. Un terzo dei fondi saranno trasferimenti di bilancio, il resto prestiti a condizioni di favore e il totale vale il 20% del Prodotto interno lordo del 2020. Per dare un&#8217;idea, il Piano Marshall fra il 1948 e 1952 valse nel complesso l&#8217;11,5% del Pil italiano dell&#8217;epoca e cambiò il Paese.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">In realtà Barry Eichengreen e Brad DeLong dell&#8217;Università della California a Berkeley hanno dimostrato che ciò che davvero trasformò l&#8217;Italia e il resto d&#8217;Europa, settant&#8217;anni fa, non fu la pura e semplice forza di fuoco finanziaria. Furono le condizioni che gli americani posero agli aiuti: i Paesi potevano beneficiarne solo se abbandonavano i modelli corporativi a economia mista degli anni ‘30, per trasformarsi in sistemi di mercato. Il Piano Marshall fu una svolta per l&#8217;Italia perché la spinse a modernizzare (almeno in parte) le sue istituzioni economiche.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Se questa è la lezione del passato, non resta che chiedersi se ce la ricordiamo. Ma rispondere oggi è impossibile. Sono troppi gli aspetti che restano ancora da chiarire, quelli sui quali non sono state date spiegazioni. Quasi niente è dato sapere dei progetti e delle priorità, al di là dei titoli. Si sa solo che al ministro Enzo Amendola è stato chiesto di sollecitare piani dai ministeri e ne sono arrivati più di seicento: quasi tutti vecchi, alcuni dei quali già finanziati con fondi nazionali. Non sarà facile dar loro coerenza. Non sarebbe stato meglio partire indicando dal centro poche direttrici precise magari già in giugno o in luglio, quando l&#8217;accordo europeo era già all&#8217;orizzonte? In Spagna per esempio i lavori del Recovery Plan sono partiti con una chiamata del governo a tutte le grandi imprese — private e pubbliche — per chiedere loro quali potrebbero essere i progetti digitali di maggiore impatto per la crescita.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Né è molto chiaro che forma prenderanno le riforme che si devono accompagnare al Recovery Plan italiano. Secondo le condizioni indicate nell&#8217;accordo di luglio a Bruxelles, esse devono riguardare la giustizia civile e l&#8217;efficienza dell&#8217;amministrazione. Dovrebbero entrare nel progetto da inviare alla Commissione europea tra poco più di un mese, ma di questi argomenti nel mondo politico e nel Paese quasi non si parla. La legge delega sulla riforma della giustizia civile giace in Parlamento da tempo, per esempio. Infine si pone una questione di metodo. Il compito di preparare il Recovery Plan è affidato al ministro Enzo Amendola, una delle figure più capaci e dinamiche del governo. Ma Amendola, come ministro degli Affari europei, non ha direttamente a propria disposizione una struttura amministrativa con competenze specifiche e di dimensioni sufficienti a sostenerlo in questo lavoro. Anche questo è un nodo che andrà sciolto, nelle prossime settimane.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Ieri al Forum Ambrosetti è stato Mattarella a sottolineare il ruolo importante che l&#8217;Italia ha avuto nel tessere le alleanze per arrivare all&#8217;accordo europeo di luglio. Ora però serve un cambio di passo nel governo, se vogliamo farci trovare pronti a questa occasione che — ha ricordato il capo dello Stato —non possiamo permetterci di sprecare.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>Federico Fubini </strong></span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><strong>Corriere della Sera, 6/09/2020</strong></span></p>
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<p>#BuonaPagina &#8211; Votazione chiusa.</p>
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