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	<title>referendum 2020 Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>referendum 2020 Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Il Referendum di ieri e quello di domani (sul vincolo di mandato)</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-referendum-di-ieri-e-quello-di-domani-sul-vincolo-di-mandato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 15:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ora che le luci della ribalta si sono spente sull’esito del referendum, che è risultato meno plebiscitario dell’iniziale previsione, e mentre attendiamo che seguano le complementari riforme proclamate come indispensabili, possiamo anche fare, sine ira ac studio, qualche ulteriore riflessione su quanto il nuovo assetto numerico delle Camere si riveli in linea coi principi fondamentali [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che le luci della ribalta si sono spente sull’esito del referendum, che è risultato meno plebiscitario dell’iniziale previsione, e mentre attendiamo che seguano le complementari riforme proclamate come indispensabili, possiamo anche fare, sine ira ac studio, qualche ulteriore riflessione su quanto il nuovo assetto numerico delle Camere si riveli in linea coi principi fondamentali che informano la nostra Costituzione in tema di rappresentanza democratica del popolo, cui appartiene il diritto di esercitare la sovranità nazionale nelle forme e nei limiti della Costituzione.</p>
<p>Se si fa eccezione per qualche estemporanea uscita del comico di turno, di livello più o meno elevato, credo che sia patrimonio comune di tutti gli operatori della politica, oltre che dell’intera Accademia, che la nostra Repubblica si basa sulla democrazia rappresentativa, e che essa cesserebbe anche di essere “tout court” una vera democrazia ove fosse messa in dubbio la rappresentatività effettiva, non solo formale, del suo Parlamento, cioè dell’istituzione nella quale la rappresentanza cessa di essere un concetto astratto e s’invera nelle persone fisiche di volta in volta delegate a esercitare la sovranità popolare, dettando le regole della convivenza sociale, investendo fiduciariamente chi ha il compito di governare e poi controllandone l’attività.</p>
<p>E dunque, ogni volta che andiamo a votare, affidiamo a qualcuno al di fuori di noi la nostra piccola particella di sovranità, come usava dire Temistocle Martines, il Maestro di tutti i costituzionalisti di ieri e di oggi, e, se mi è consentito, un po’ anche il mio, che proprio con lui mi sono laureato, ormai tanto tempo fa.</p>
<p>Ed è proprio per questo che c’è oggi chi si sta chiedendo se questo taglio lineare del numero dei parlamentari, non finisca per incidere anche su questa nostra piccola particella di sovranità e su quella del territorio in cui c’è toccato di vivere, limitando o condizionando la nostra libera scelta di affidarla a qualcuno che rappresenti la Nazione e, indirettamente, anche noi stessi..</p>
<p>E quindi, in definitiva, se non risulti violato qualcuno dei principi fondamentali che informano la nostra Costituzione, rendendo di fatto più difficile l’effettivo esercizio della sovranità popolare, anche al di là della volontà di chi ha preso l’iniziativa della riforma, di chi l’ha quasi unanimemente approvata in Parlamento, e degli elettori che l’hanno infine confermata con una maggioranza significativa ma tutt’altro che plebiscitaria, oltretutto così dimostrando l’esistenza di un qualche scollamento tra il Paese legale e quello reale, che più non si rispecchia nel primo.</p>
<p>Insomma, c’è da chiedersi se questo taglio di poltrone, com’è stato chiamato anche sceneggiandolo in termini alquanto volgari, possa avere interrotto quel filo che lega la nostra piccola quota di sovranità all’effettiva possibilità di esercitarla, attraverso la delega che di volta in volta affidiamo al Parlamento perché, insieme alle altre Istituzioni del Paese, possa contribuire a tutelare i nostri inviolabili diritti costituzionali.</p>
<p>Tanto per esemplificare, pensiamo che spetti al Parlamento di garantire e giammai violare o consentire che siano violati: i nostri diritti individuali e sociali (art. 2 Cost.), la nostra dignità sociale ed eguaglianza legale (art. 3), il nostro effettivo diritto al lavoro o a una qualche attività (art. 4, 35 e segg.), la nostra autonomia territoriale (art. 5), la nostra minoranza linguistica (art. 6), la nostra cultura e il nostro ambiente paesistico, storico e artistico (art. 9), la nostra libertà personale (art. 13), il nostro domicilio (art. 14), la nostra corrispondenza (art. 15), la facoltà di circolare liberamente all’interno e verso l’estero (art. 16), di riunirci pacificamente (art. 17) e di associarci liberamente (art. 18) anche in sindacati (art. 39) e in partiti (art. 49), di scioperare (art. 40) e d’intraprendere (art. 41) e di possedere i frutti della nostra attività (art. 42), di esercitare il nostro culto religioso, quando l’avessimo (art.19 e 20), di manifestare il nostro pensiero in ogni modo (art. 21), di esercitare i nostri diritti di cittadinanza (art. 22), di proteggere i nostri diritti personali e patrimoniali (art. 23 e 24), di avere un giudice naturale precostituito (art, 25) e di non essere considerati colpevoli sino a sentenza definitiva (art. 27), di risparmiare (art. 47); di accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza (art. 50), e, last but not least, di esercitare liberamente l’eventuale mandato parlamentare (art. 67).</p>
<p>Un elenco imponente di diritti (e certo ne dimentico qualcuno), taluni considerati valori supremi, tali altri comunque fondamentali, che rende più che lecita la curiosità di chi si è chiesto se la riduzione del numero dei parlamentari ci abbia reso meno liberi di prima, e se per caso, dovendo condividere con tante più persone la nostra delega rappresentativa, non si sia in qualche modo diluita, e si sia quindi ridotta, anche la nostra piccola quota di sovranità nazionale.</p>
<p>E poi, se la domanda venisse posta alla Corte Costituzionale, nei modi e termini consentiti dall’Ordinamento, quale potrebbe esserne la risposta?</p>
<p>In verità, la Corte, al di là dell’espressa disposizione che rende immodificabile la forma repubblicana (art. 139 Cost.), si è più volte posta il problema dell’implicita immodificabilità dei principi supremi o dei valori fondanti, e ha più volte ritenuto che la loro tutela non si arresta neppure di fronte a una legge costituzionale che in qualche modo ne limiti la portata o li violi, e ciò sulla considerazione che la rappresentanza democratica, che pure nel voto trova la sua massima possibilità di espressione, tuttavia non si esaurisce in quello specifico momento, ma si estende anche a una serie di attività in cui ogni volta si manifesta concretamente la possibilità offerta dalla Costituzione di concorrere alla determinazione del nostro individuale vissuto, oltre che di quello della società cui apparteniamo e anche dell’Umanità cui siamo accomunati.</p>
<p>In fondo, lo sosteneva anche J. J. Rousseau, tanto evocato ai giorni nostri, quando affermava che s’inganna il popolo che ritiene d’esser libero per il solo fatto che può votare.</p>
<p>In questa direzione vanno proprio le pronunzie della Corte che s’iscrivono in un lungo percorso: iniziato, quasi timidamente, con le sentenze n. 30 e 31 del 1971, allorché è stato affermato in via di principio che la tutela dei valori costituzionali supremi non si arresta di fronte all’implicita copertura costituzionale delle leggi di attuazione dei Patti Lateranensi richiamati dall’art. 7 Cost.; è proseguito poi attraverso le successive sentenze su taluni Statuti delle autonomie regionali speciali e sullo stesso trattato istitutivo della CEE; e si è infine concluso con la sentenza 1146 del 15 dicembre 1988, in cui la Corte ha lapidariamente affermato che “La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i principi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale, quale la forma repubblicana (art, 139 Cost.), quanto i principi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana”.</p>
<p>Certo, resta aperto il problema di come individuare in concreto, tra i tanti diritti esplicitamente affermati dalla Costituzione, quali possano essere implicitamente considerati come rispondenti ai valori supremi che li rendano irrevisionabili, e penso che la risposta più coerente con l’intera metodica liberaldemocratica della Costituzione sia quella di considerare come tali quelli che mirino a garantire i diritti universali degli esseri umani e la sovranità popolare, ma anche il pluralismo politico, la rappresentanza parlamentare, il suffragio universale, la separazione e il reciproco controllo tra i poteri, oltre che, ovviamente, i diritti esplicitamente affermati come inviolabili dalla stessa Costituzione.</p>
<p>A questo punto, a chi ha chiesto se la riduzione del numero dei parlamentari non si sia anche tradotta in un qualche vulnus a taluni dei principi supremi della democrazia rappresentativa, in termini che siano costituzionalmente giustiziabili, la mia risposta d’incorreggibile liberale mi porterebbe a dire che avverto questa riforma come se mi fosse stata sottratta una piccola porzione della mia quota di sovranità popolare, con una qualche violazione anche dei valori supremi della nostra Costituzione.</p>
<p>E tuttavia – salvo forse il caso della mancata tutela di alcune minoranze linguistiche particolarmente penalizzate (com’è il caso del Friuli V. G.), rispetto ad altre eccessivamente tutelate (com’è il caso del Trentino A. A.) – devo riconoscere che, di per sé, questa riduzione – avendo riguardato solo un terzo dei parlamentari, in termini che giudico sbagliati e scoordinati rispetto all’Ordinamento, ma che sono tuttavia opinabili – non sembra confliggere coi principi supremi dell’ordinamento costituzionale.</p>
<p>Certo, se domani qualche riformatore di turno pensare di attentare al supremo valore del libero mandato parlamentare, solennemente affermato nell’art. 67 della nostra Costituzione, come si è provato a fare nella scorsa Legislatura, esplicitamente (col ddl Cost. n. 2759-AS) o implicitamente (col ddl Cost. n. 196-AS), la mia conclusione sarebbe ben diversa, e penso che in tal caso la Corte Costituzionale potrebbe essere chiamata a dire la sua, come ha già fatto in passato con la sentenza 14 del 1964, nella quale ha affermato che “nessuna norma potrebbe legittimamente disporre che derivino conseguenze a carico del parlamentare per il fatto che egli abbia votato contro le direttive del partito”.</p>
<p>Chi oggi propone di introdurre il vincolo di mandato non si rende conto che esso rispondeva a una concezione meramente individuale-privatistica-corporativa della rappresentanza, tipica dell&#8217;ancien régime, ma addirittura risalente a epoche ancora più lontane, e fu travolto dalla Rivoluzione Francese a partire dalle Costituzioni del 1791 e del 1793, per essere poi introdotto nuovamente nel breve e sanguinoso periodo della Comune di Parigi (1871).</p>
<p>Non per niente, il vincolo fu ovviamente affermato anche nelle Costituzioni dell&#8217;URSS (art. 107 della Cost. 1936 e art. 142 Cost. 1947), per le quali il deputato aveva “l’obbligo di rendere conto del suo lavoro e del lavoro del Soviet agli elettori ed anche ai collettivi ed alle organizzazioni sociali che lo hanno presentato come candidato a deputato”, introducendo a tal fine un meccanismo di revoca affidato al voto palese delle strutture di base del PCUS (sindacati, Komsomol, organizzazioni sociali, collettivi di lavoro, etc.); e qualcosa del genere fu prevista anche negli altri Stati del socialismo reale: artt. 1, 5 e 87 Cost. Polonia 1952; artt. 56 e 57 Cost. D.D.R. 1974.</p>
<p>Sarebbe un brutto salto all’indietro, nel peggio di un passato assolutamente incompatibile con i valori supremi della nostra Costituzione, che il riformatore costituzionale di oggi dovrebbe accuratamente evitare di violare.</p>
<p>Così, tanto per risparmiarci un altro referendum, che, la prossima volta, potrebbe avere un esito ben diverso.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Referendum Costituzionale: mi sono battuto per il &#8220;NO&#8221; e ho vinto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/referendum-costituzionale-mi-sono-battuto-per-il-no-e-ho-vinto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ezechia Paolo Reale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2020 13:40:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è vero che ha perso la democrazia. L’esito elettorale, se regolare, è sempre una vittoria della democrazia. Perché la democrazia è maggioranza e opposizione, ricchezza di confronto e diversità di idee per giungere a far prevalere nell’oggi l’una sulle altre senza per questo che l’idea sconfitta dai numeri debba scomparire e non possa, domani [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è vero che ha perso la democrazia.</p>
<p>L’esito elettorale, se regolare, è sempre una vittoria della democrazia.</p>
<p>Perché la democrazia è maggioranza e opposizione, ricchezza di confronto e diversità di idee per giungere a far prevalere nell’oggi l’una sulle altre senza per questo che l’idea sconfitta dai numeri debba scomparire e non possa, domani e in condizioni diverse, diventare a sua volta prevalente.</p>
<p>A perdere, piuttosto, e nettamente sono stati tutti i partiti politici e tutti i parlamentari che hanno registrato il 100% di mancato gradimento.</p>
<p>Se è facile leggere nella motivazione del 70% degli elettori, quelli che hanno votato SI, una netta e sonora condanna e la piena delegittimazione degli attuali parlamentari ritenuti per le loro qualità personali del tutto inidonei al ruolo loro assegnato, più complessa e più interessante è la lettura della motivazione dell’altro 30% di elettori, quelli che hanno votato NO.</p>
<p>Personalmente mi sono battuto con impegno e passione per il No a una riforma costituzionale priva di un disegno organico e tecnicamente poco approfondita sul versante della rappresentatività dei vari territori con una significativa penalizzazione per i territori del sud, e in particolare della Sicilia, ma la motivazione “politica” di una scelta che sapevo essere certamente non popolare va al di là di ragioni puramente tecniche e giuridiche.</p>
<p>Della scelta degli elettori che hanno votato SI condivido ovviamente il giudizio negativo su buona parte degli attuali parlamentari, ma, da un lato, lo riservo a loro e non lo estendo all’istituzione che essi temporaneamente oggi rappresentano, e, dall’altro, a mio avviso, sarebbe stato necessario andare oltre questo primo approccio critico, certamente fondato ma forse troppo superficiale.</p>
<p>Il NO, come ho detto quando ho accettato di coordinare il Comitato dei Giuristi Siciliani per il NO, è stata per me una scelta dal significato rivoluzionario, non già la semplice condanna dell’incapacità dei singoli parlamentari o del loro agire immorale, ma la ferma disapprovazione della attuale linea dei partiti politici, inidonea a fronteggiare la complessità del momento storico, prigioniera della ricerca di un consenso a ogni costo che ha fatto perdere dignità e coerenza alle radici ideali di ognuna di queste forze che continuano ad alimentarsi dell’insoddisfazione della gente con la finalità di gestire il potere senza sostanziali differenze di idee e di valori.</p>
<p>Un “NO” contro chi oggi comanda davvero, e cioè i partiti, e quindi rivoluzionario, anziché un SI che, assecondando i desideri e le scelte di quei partiti, tutti ugualmente responsabili dell’attuale situazione negativa del nostro paese, mi è apparso subito come conservazione dell’esistente, idoneo solo a ottenere un “sacrificio umano” di 345 soggetti sull’altare della piazza, a distribuire, in puro “Maria Antonietta Style”, qualche brioches a chi non ha il pane quotidiano.</p>
<p>E non vi è dubbio che nelle urne i partiti a sostegno del “SI”, che in Parlamento rappresentano il 97,5% dell’elettorato, hanno perso il 30% dei consensi dei loro elettori che, in una scelta fondamentale come quella di modificare la Costituzione, non si sono sentiti rappresentati da nessuno.</p>
<p>Presi giustamente a schiaffi i parlamentari, quindi, da chi ha votato “SI”, anche i partiti politici hanno nettamente perso la sfida referendaria, colpiti e affondati da chi ha votato “NO”.</p>
<p>L’esistenza, certificata nelle urne elettorali, di una minoranza robusta e non rappresentata in Parlamento costituisce il primo dato molto positivo del risultato referendario, idoneo a far riflettere i partiti che vorranno farlo sul rischio di inseguire ad ogni costo onde qualunquiste e desideri della piazza, immemori del fatto, da un lato, che le richieste della piazza rumorosa sono spesso irragionevoli e non sempre corrispondono all’interesse collettivo, come ha insegnato definitivamente la scelta della folla tra Barabba e Gesù e, dall’altro, che nella piazza troverai sempre, prima o poi, qualcuno che è capace di urlare più forte di te e contro di te, come imparò a suo spese un transitorio idolo delle folle come Robespierre, mentre sono il ragionare pacato e l’agire competente che consolidano il consenso di chi non urla e non pretende, ma sa ascoltare e valutare.</p>
<p>La folla esulta per la liberazione di Barabba<br />
Questo aspetto merita certamente di essere approfondito con una breve analisi sulla distribuzione territoriale delle scelte di voto e sulla loro provenienza da elettori dei vari partiti presenti nella contemporanea competizione elettorale per la Presidenza di alcune Regioni.</p>
<p>In questo i dati sono molto chiari.</p>
<p>Le ragioni del SI hanno avuto una più netta condivisione nelle regioni del sud (79,89 % in Molise, 77,53% in Calabria, 77,41 % in Campania, tra il 75 e il 76 % i Basilicata, Puglia e Sicilia) piuttosto che in quelle del nord (tutte sotto il 70% – con l’ovvia eccezione del Trentino Alto Adige che la riforma ha gratificato di una straordinaria rappresentanza territoriale – con punte del 62,44 % in Veneto, del 63,78 in Liguria e del 65,96 in Toscana) e del centro (sotto il 70% in Lazio, Umbria, Marche e Sardegna).</p>
<p>Le prime analisi puntuali del voto, come riportate dalla stampa, hanno poi evidenziato una sensibile differenza nella scelta del voto degli elettori delle grandi città rispetto agli elettori dei Comuni più piccoli e, soprattutto, una straordinaria differenza tra la scelta degli elettori residenti nelle periferie rispetto a quelli residenti nelle zone centrali delle città più numerose.</p>
<p>Più si sale verso il nord, più si va nei grandi centri e più ci si allontana dalla periferia e maggiore è la percentuale di elettori che ha votato NO sino a raggiungere una misura anche superiore al 50% ( è il caso delle aree centrali di Roma, Milano e Torino dove il NO ha superato il 55%).</p>
<p>Nelle aree dove l’economia e la cultura danno più respiro agli elettori sembra quindi evidente che sia stato possibile elaborare una risposta al quesito referendario che andasse oltre la protesta contro i “privilegi” dei parlamentari e non si accontentasse di un taglio lineare punitivo per i singoli ma premiante per le politiche dei loro partiti di riferimento.</p>
<p>Nelle aree dove prevale la sofferenza, la disperazione e dove la diffusione della cultura rimane un optional che spesso non ci si può permettere, la scelta degli elettori è stata quella, attraverso il SI, di inviare il messaggio più diretto e immediato possibile a coloro che sono ritenuti responsabili del loro difficilissimo stato esistenziale per manifestare la propria profonda insoddisfazione .</p>
<p>Vi è, quindi, una legittima reazione al disagio, che per comodità e semplicità chiameremo populista, immaginando un’accezione neutra del termine, indirizzata contro i singoli parlamentari quantificabile in un 70% dell’elettorato, principalmente nel sud, nelle periferie e nei piccoli centri, che costituisce, e probabilmente continuerà a costituire, il bacino di pesca dei partiti politici che hanno scelto di cavalcare la protesta prima votando la riforma e poi schierandosi per il SI nella consultazione referendaria. Certamente il M5S, la Lega e Fratelli d’Italia, ma anche il Partito Democratico e Forza Italia che, nonostante tradizioni culturali diverse, hanno virato verso il maggior bacino di voti nel timore di perdere forza elettorale e/o incarichi di governo.</p>
<p>Per converso vi è un’Italia profondamente insoddisfatta non solo dei parlamentari ma soprattutto delle scelte di fondo operate dai partiti politici, oramai chiaramente indirizzate alla mera ricerca del consenso e incapaci di programmare un futuro basato su valori e ideali, della quale il 30% di elettori ha voluto offrire testimonianza attraverso il NO a una riforma che, in base allo schieramento dei partiti, avrebbe dovuto ricevere un consenso unanime.</p>
<p>E sono in gran parte gli italiani del nord e del centro, delle grandi città, delle zone centrali; gli italiani che muovono l’economia e la cultura e che assicurano i diritti di tutti con l’esercizio delle loro professioni, come è reso evidente dall’analisi del voto per fasce di reddito e titoli di studio che evidenzia come il NO è stato votato dal 45,8% degli elettori laureati e dal 41,4% degli elettori appartenenti ai ceti medio-alti mentre il SI ha visto una netta prevalenza nei ceti medi (73,8%) e tra gli operai (79%).</p>
<p>Il 30% di italiani che hanno votato NO, forse anche perché possono permettersi, favoriti dalla sorte o premiati dall’impegno, di guardare a un futuro più lontano senza annaspare nelle esigenze indifferibili del presente, ha chiarito di non essere interessato alle scelte populiste dei partiti politici, di non sentirsi da loro rappresentato, di cercare un livello di analisi delle riforme più complesso e più adeguato alla necessità di trovare una stabile soluzione alle enormi problematiche poste da un mondo in velocissimo cambiamento dal quale l’Italia si sta facendo trascinare senza orientamento e senza bussola, dimenandosi tra improbabili governi di “amici/nemici” e riforme sensazionalistiche negli annunci, esteticamente molto presentabili in termini pubblicitari ma, in concreto, del tutto irrilevanti, quando non dannose.</p>
<p>Ed è estremamente confortante che il NO sia stato preferito dal 49,6 % degli elettori giovani, indipendentemente dalla classe sociale di provenienza, segnale importante che chi non subisce ancora in modo troppo stringente la pressione della quotidianità e ha una prospettiva di benessere che guarda al lungo periodo non è attratto dagli slogan pubblicitari e non è disposto ad abbandonare la prospettiva valoriale per seguire la moda del momento.</p>
<p>Senza dire che il dato percentuale andrebbe anche rivalutato in relazione alle particolari circostanze (tra tutte le misure di contenimento dell’epidemia e la coincidenza di data delle elezioni amministrative solo in alcune parti del territorio) che hanno caratterizzato una consultazione che si annunciava plebiscitaria dopo il voto unanime del Parlamento e che il fronte del NO ha affrontato senza i mezzi economici e gli accessi ai media che sono garantiti ai partiti politici, schierati tutti sul fronte opposto.</p>
<p>La riprova che quel 30% di NO corrisponde, anche, a un preciso avvertimento ai partiti politici lo si ritrova nell’analisi dei risultati elettorali nelle regioni chiamate al voto.</p>
<p>L’emorragia di voti subita dai partiti politici schierati in favore del SI è troppo evidente per non essere significativa:</p>
<p>Il M5S, alfiere della riforma costituzionale, ha perso due terzi dei propri elettori attestandosi rovinosamente sotto la soglia del 10% dei consensi e scomparendo, addirittura, nel Veneto.</p>
<p>La Lega ha subito un’evidentissima battuta d’arresto rispetto alla marcia trionfale che sembrava aver intrapreso. Nonostante i risultati elettorali possano ritenersi premianti rispetto alle elezioni precedenti, certamente essi sono fortemente penalizzanti rispetto al trend esplosivo di crescita degli ultimi due anni e il risultato ottenuto ha, con ogni probabilità, interrotto, probabilmente definitivamente, il tentativo della Lega di “sbarco al sud” che costituiva in prospettiva il suo maggiore fattore di crescita.</p>
<p>Forza Italia è oramai un ricordo e la sua perdita costante di consenso sembra inarrestabile tanto che la soglia del 5% è stata raggiunta con grande difficoltà in quasi tutte le regioni mentre in Veneto un triste 3,6% ne ha certificato la perdita di ogni rappresentanza.</p>
<p>Fratelli d’Italia ha consolidato la propria importante crescita, grazie anche a un elettorato fortemente ideologizzato, ma non ha fatto il salto di qualità che molti al suo interno speravano e, in parte, davano per certo. E ciò principalmente perché non ha saputo rispondere agli sguardi interessati di un mondo che ne condivide molte posizioni, ma non si riconosce nella rigidità ideologica di altre, in particolare in tema di diritti e di garanzie latu sensu liberali.</p>
<p>Solo il PD, pur perdendo voti rispetto alle precedenti elezioni, ha avuto la capacità di interrompere il trend negativo di consensi nel quale liti, scissioni e opinabili scelte di governo lo avevano imprigionato, stabilizzando una propria posizione rilevante nel panorama politico.</p>
<p>Ma anche in questo caso la chiave di lettura del voto non muta.</p>
<p>Il PD, che è forse l’unico partito realmente strutturato e organizzato oggi in Italia, ha un elettorato tradizionale e maturo che, anche nei momenti nei quali non si riconosce nelle scelte del partito, continua a valutarlo, non senza ragione, come argine a scelte ideologiche delle quali ha effettivo e vero timore e tale caratteristica del suo elettorato – già emersa con chiarezza nelle precedenti elezioni regionali in Emilia Romagna – in assenza di offerte politiche diverse e credibili (non sono evidentemente state ritenute tali né quella di Renzi né quella di + Europa o di Azione), ha evitato al PD la temuta emorragia di voti contenendo significativamente le perdite già pronosticate.</p>
<p>Per una larga fetta del suo elettorato moderato che ha continuato a votare il partito pur battendosi per il NO al referendum, la posizione antiparlamentare estranea alle proprie tradizioni culturali assunta dal PD resta però una ferita aperta che potrebbe riprendere a sanguinare in assenza di quello stato di necessità determinato dall’esigenza di impedire il prevalere della destra populista che i vertici del partito invocano costantemente come giustificazione delle loro scelte, certamente stravaganti rispetto alla tradizione culturale dei loro elettori.</p>
<p>L’esistenza di una barriera trasversale, numericamente significativa e socialmente qualificata, a quella che appariva come inarrestabile valanga populista obbligherà, quindi, i partiti che ne hanno la possibilità ad adattare le proprie scelte politiche all’esigenza di rappresentare anche quell’elettorato che da quelle scelte si è smarcato: il bacino di voti populista è oramai troppo affollato di rappresentanti e la pesca di ulteriori consensi inizia a essere difficile, se non impossibile.</p>
<p>E questa prospettiva, che è una bella vittoria del manipolo di “resistenti” del NO, offre concrete speranze a una nuova politica fondata sulla competenza, sulla coerenza e sulle scelte valoriali non negoziabili.</p>
<p>Il secondo risultato positivo che mi sembra giusto riconoscere a chi ha votato NO è che il fronte istituzionale del SI, che conta in Parlamento il 97,5 % (a questo punto solo apparente) dei consensi, troverà certamente, dalla presenza nella società civile di una significativa massa critica nei confronti della riforma, un forte stimolo ad apportare prima possibile i correttivi che gli stessi sostenitori del SI hanno sempre detto essere necessari, a partire da una legge elettorale che restituisca maggiore equilibrio alla distribuzione territoriale della rappresentanza politica e riporti la scelta dei parlamentari dalle segreterie dei partiti all’elettore.</p>
<p>L’esistenza di una forte e qualificata opposizione alla riforma ha, infatti, obbligato i suoi sostenitori a prendere degli impegni ben precisi con il proprio elettorato, a considerare il taglio lineare dei parlamentari come un semplice primo passo di una riforma complessivamente migliore da realizzare in breve tempo con una nuova legge elettorale, con regolamenti parlamentari più efficienti e con un riequilibrio complessivo dei poteri oggi sbilanciati dalla semplice riduzione numerica di deputati e senatori.</p>
<p>Il dato negativo che leggo nelle urne è invece quello che i pericoli evidenziati dai sostenitori del NO, in tema di prospettiva insidiosa per la tenuta della democrazia rappresentativa dell’ideologia che ha spinto la riforma costituzionale, pur non essendo fortunatamente attuali, non possono certo dirsi scongiurati perché il 70% dei consensi è una percentuale molto elevata, all’interno della quale evidentemente forte, ma credo e spero non maggioritaria, è la posizione di chi aspira a un modello di governo diverso, non a caso immediatamente evocato dall’anima del M5S Beppe Grillo, che pone il totem dell’efficienza, della governabilità e della tecnocrazia al di sopra di quei valori e di quei diritti che non appaiono immediatamente monetizzabili, e che, pertanto, nel mondo del consumo veloce e globale, non sono appetibili, ma che sono le fondamenta della nostra libertà senza la quale nessun benessere economico e nessun avanzamento sociale può mai essere auspicabile.</p>
<p>Il risultato elettorale, letto in tale prospettiva, è, infatti, funzionale alla riduzione del potere parlamentare e alla tentazione di spostare le sedi decisionali effettive in territori controllati da tecnologie gestite in modo non trasparente e in mano di comitati tecnici di varia natura privi di qualsiasi legittimazione democratica.</p>
<p>Se questa riforma, voluta dagli italiani, costituirà solo un primo passo verso un miglioramento effettivo della democrazia rappresentativa e non un primo passo verso la sua soppressione una parte di merito andrà certamente a chi ha alzato e difeso la bandiera del NO, che è anche un NO a essere domani disponibili, consenzienti o anche solo silenti rispetto a tentativi di imporre schemi di potere autoritario che promettono efficienza e moralità in cambio di spazi di libertà e di democrazia.</p>
<p>La battaglia delle Termopili è ricordata per l’eroismo dei 300 spartani sconfitti che con la loro resistenza contro gli oltre 100.000 persiani, compreso il contingente di soldati scelti conosciuti sino ad allora come “Immortali”, consentirono ai greci la successiva vittoria finale a Salamina.</p>
<p>Fu una battaglia persa in partenza ma combatterla senza risparmiarsi consentì di vincere la guerra.</p>
<p>Rimane scolpita nella Storia la risposta di Leonida a Serse che gli ingiungeva di consegnare le armi: “Vieni a prenderle !”.</p>
<p>E forse non è un caso che in quella seconda guerra persiana i greci stessero lottando per difendere le loro libertà dalle mire espansioniste di un sovrano assoluto, Serse, il “Grande Re”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/referendum-costituzionale-mi-sono-battuto-per-il-no-e-ho-vinto/">Referendum Costituzionale: mi sono battuto per il &#8220;NO&#8221; e ho vinto</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Le ragioni del No con Marco Plutino e Giuseppe Benedetto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-ragioni-del-no-con-marco-plutino-e-giuseppe-benedetto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2020 14:56:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 video]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/Y81hbkEz4JQ" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>La vera storia del referendum raccontata dal nostro Presidente Giuseppe Benedetto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-vera-storia-del-referendum-raccontata-dal-nostro-presidente-giuseppe-benedetto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2020 10:08:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe benedetto]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cara onorevole Deborah Bergamini, condirettrice di questo giornale, voglio darti una notizia. Nessuno ci ride più dietro. Quanti sorrisi ironici e compassionevoli ho dovuto vedere quando, nell&#8216;ottobre 2019, abbiamo deciso di lanciare la campagna referendaria per fermare lo scempio di una legge costituzionale che ha un solo obiettivo: umiliare il Parlamento e con esso la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Cara <span class="s2">onor</span><span class="s3">e</span><span class="s2">vo</span><span class="s4">l</span><span class="s3">e </span>Deborah B<span class="s3">e</span>rgam<span class="s4">i</span>ni, <span class="s5">cond</span><span class="s4">i</span>r<span class="s3">e</span>ttr<span class="s4">i</span><span class="s5">ce </span>d<span class="s4">i </span>q<span class="s4">u</span><span class="s3">e</span>sto g<span class="s4">i</span>o<span class="s4">rn</span>a<span class="s4">l</span><span class="s5">e</span><span class="s4">, </span>vog<span class="s4">li</span>o d<span class="s2">art</span>i un<span class="s2">a </span>n<span class="s2">ot</span>i<span class="s2">z</span>i<span class="s2">a</span>. N<span class="s5">ess</span>uno <span class="s2">c</span>i rid<span class="s2">e </span>più di<span class="s2">e</span>tro. Qu<span class="s2">a</span>n<span class="s2">t</span>i sorrisi ironici e compassionevoli ho dovuto vedere quando, nell<span class="s2">&#8216;</span>ottobre 2019, abbiamo deciso di lanciare la campagna referendaria per fermare lo scempio di una legge costituzionale che ha un solo obiettivo: umiliare il Parlamento e con esso la democrazia liberale. Mi dicevano in tanti, praticamente tutti: comprendiamo il tuo ragionamento, ma come puoi pensare che in epoca di populismo dilagante l&#8217;el<span class="s2">e</span>ttorato possa bocciare una siffatta legge. Taglia i parlamentari, l&#8217;odiata casta, dunque &#8230; Dunque un corno. La <strong>Fondazione Luigi Einaudi</strong> non ha bisogno di consenso, e non è pertanto alla ricerca di voti. Le sue iniziative sono di taglio culturale, anche delle provocazioni culturali, quando queste sono necessarie. Avevano votato NO in 14 su 630, alla Camera dei Deputati, contro questo abominio. Tutti i gruppi parlamentari, nessuno escluso da destra a sinistra, si erano espressi a favore della legge. Noi avevamo bisogno di 126 deputati o di 64 senatori per &#8220;convocare<span class="s2">&#8221; </span>i comizi elettorali. Effettivamente eravamo un po&#8217; folli. Nitido nella mia memoria è il ricordo di quel giorno, 8 Ottobre 2019. Eravamo tu<span class="s2">, </span>io e alcuni amici della Fondazione in quell<span class="s2">&#8216;</span>orribile corridoi<span class="s2">o </span><span class="s4">d</span>e<span class="s4">ll</span>a Ca<span class="s4">m</span>e<span class="s4">r</span>a <span class="s4">p</span>o<span class="s4">m</span>p<span class="s4">o</span>sa<span class="s4">m</span>e<span class="s4">n</span>te c<span class="s4">hi</span>amato Co<span class="s4">r</span><span class="s5">ea. </span>Stavamo organ<span class="s4">i</span><span class="s5">zza</span><span class="s4">n</span>do <span class="s4">l</span><span class="s3">e </span><span class="s4">ulti</span>m<span class="s3">e </span>batt<span class="s4">u</span>t<span class="s3">e </span>p<span class="s3">e</span>r sc<span class="s3">e</span>nd<span class="s3">e</span>r<span class="s3">e </span>n<span class="s3">e</span><span class="s4">ll</span><span class="s5">a </span>sa<span class="s4">l</span><span class="s3">e</span>tta <span class="s2">d</span><span class="s3">e</span><span class="s4">ll</span><span class="s3">e </span>conferenze <span class="s2">stampa dov</span><span class="s3">e </span>avremmo <span class="s2">pr</span><span class="s3">ese</span><span class="s4">n</span>tato <span class="s2">una </span><span class="s4">i</span><span class="s2">n</span><span class="s4">i</span><span class="s3">z</span><span class="s4">i</span>ativa <span class="s5">c</span>h<span class="s3">e </span><span class="s2">da </span>lì <span class="s5">a </span><span class="s2">poc</span>hi <span class="s5">g</span>i<span class="s5">orn</span>i<span class="s3">, </span>il <span class="s2">12 </span><span class="s5">Otto</span><span class="s2">br</span><span class="s3">e, </span>s<span class="s4">i </span>sarebbe <span class="s2">t</span><span class="s3">e</span><span class="s2">nuta </span>a <span class="s2">M</span><span class="s4">il</span>a<span class="s4">n</span>o. <span class="s2">Tu </span>sei stata ch<span class="s4">i</span><span class="s2">amata d</span><span class="s3">a</span><span class="s4">ll</span><span class="s2">a </span>capogrup<span class="s4">po </span>del tuo partito per andare a votare, dopo pochi minuti, la legge de qua. A quel punto ho osservato che per quanto mi riguardava non avrei potuto esimermi da <span class="s6">lì </span>a poco da scagliarmi contro quel voto, creandoti inevitabile imbarazzo. Dopo un momento, per la verità breve di impasse, tu hai detto: «Ok. Vado e voto per disciplina di partito, ma penso che questa legge, così come è scritta, sia sbagliata: non renderà il Parlamento più efficiente e non farà eleggere parlamentari più capaci e preparati. E gli italiani devono saperlo. Quindi subito dopo il voto vengo con te in conferenza stampa e quando tu dirai che la <span class="s5">Fo</span><span class="s4">n</span>daz<span class="s4">i</span>o<span class="s4">n</span><span class="s5">e </span>L<span class="s4">ui</span>g<span class="s4">i </span><span class="s5">E</span><span class="s4">in</span>a<span class="s4">u</span>d<span class="s4">i </span>prom<span class="s4">u</span>ov<span class="s3">e</span>rà <span class="s4">il </span>R<span class="s3">e</span>f<span class="s3">e</span>r<span class="s3">e</span>nd<span class="s4">u</span>m, <span class="s3">e </span><span class="s5">c</span><span class="s4">h</span><span class="s3">e </span>da q<span class="s4">u</span><span class="s3">e</span><span class="s4">l </span>mom<span class="s3">e</span>nto <span class="s3">è </span><span class="s4">i</span>mp<span class="s3">e</span>gnata <span class="s5">a </span>raccog<span class="s4">li</span><span class="s3">e</span><span class="s4">re </span>le firme dei parlamentari per far esprimere i cittadini sulla legge, io dirò che la mia sarà le prima firma». E così è stato.</p>
<p class="p1">Oggi <span class="s7">il </span>dibattito politico in Italia verte su quel tema che pochi visionari nello scorso mese di ottobre hanno posto al centro della loro azione, facendo ridere gli addetti ai lavori, <span class="s1">e </span>non solo. Quando ogni mattina, aprendo le prime pagine di tutti i giornali, leggo editoriali di importanti direttori, disquisizioni <span class="s2">di </span>illustri costituzionalisti, endorsement di alcuni politici illuminati, tutti a favore del No, allora a sorridere sono io, <span class="s1">e </span>potrei <span class="s1">e </span>vorrei dire &#8220;noi abbiamo concluso la nostra battaglia&#8221;, ora tocca ad altri. <span class="s2">Ma non </span><span class="s3">lo </span>faccio, <span class="s2">non </span><span class="s3">lo </span>facciamo, Deborah, <span class="s4">e </span>sai <span class="s2">p</span><span class="s5">e</span><span class="s2">rch</span><span class="s5">é? </span>Perché ora <span class="s2">la </span>vittoria appare a portata di mano. Basta poco. Un <span class="s2">im</span>pegno, <span class="s2">in </span>questi <span class="s2">pochi </span>giorni <span class="s5">c</span><span class="s2">h</span><span class="s5">e </span>mancano al <span class="s2">voto</span><span class="s5">, </span><span class="s2">di </span>quanti <span class="s2">hanno </span>a cuore <span class="s2">la </span>democrazia <span class="s2">lib</span><span class="s5">erale </span><span class="s5">e, </span>quella che partiva <span class="s6">il </span>giorno <span class="s7">8 </span>ottobre come <span class="s2">una </span>follia, sarà <span class="s2">il </span>salto di qualità di un<span class="s5">&#8216;</span>Italia <span class="s8">che </span>dice no <span class="s8">al </span>populismo, archiviando una triste <span class="s1">e </span>sterile stagione politica. Un&#8217;altra Italia c&#8217;è. Pochi giorni fa <span class="s3">un </span>tweet <span class="s3">della </span>Fondazione Luigi Einaudi ha avuto dei numeri di visua<span class="s3">li</span><span class="s8">zzazioni </span><span class="s9">e </span>di like per noi straordinari. Ci siamo <span class="s2">limit</span><span class="s5">at</span><span class="s2">i </span>con <span class="s2">un </span>semplice calcolo nume<span class="s3">rico </span>a rappresentare uno dei dati più significativi del dopo Referendum qualora vincessero i Sì. Nella malaugurata ipotesi, basterebbero <span class="s10">247 </span><span class="s2">deputati </span><span class="s1">e </span><span class="s11">134 </span><span class="s3">Senatori </span>per modificare, <span class="s3">prati</span>camente ad <span class="s3">libitum, la </span>Costituzione, senza possibilità <span class="s2">alcuna </span>per i cittadini di potersi esprimere con un Referendum. Scenario da brividi, per noi. E pare non solo per noi! Ormai è chiaro che la questione non è il risparmio (risibile) per le casse dello Stato, non è il miglior funzionamento delle nostre istituzioni e, pensa un po&#8217;, non è neanche <span class="s7">il </span>taglio dei parlamentari che dà <span class="s7">il </span>nome alla legge. In gioco c&#8217;è altro. A differenza dei tanti imbonitori della domenica, questa volta devo dare atto a Beppe Grillo di essere l&#8217;unico che dice <span class="s2">l</span><span class="s5">e </span>cose <span class="s5">co</span><span class="s2">m</span><span class="s5">e </span>stanno. <span class="s5">«</span><span class="s2">Ho un&#8217;id</span><span class="s5">ea</span><span class="s2">.  </span>Sorteggiamo <span class="s2">i </span>parlamentari. <span class="s2">li </span>primo passo? <span class="s2">Un </span>Senato dei cittadini. <span class="s2">I </span>politici <span class="s2">non </span>servono» <span class="s2">(Grillo</span><span class="s5">, Il</span><span class="s12"> </span><span class="s7">Fatto </span><span class="s13">&#8211; </span>28 Giugno 2018). <span class="s5">E a</span><span class="s2">rgom</span><span class="s5">e</span><span class="s2">nt</span><span class="s5">a </span><span class="s7">il </span><span class="s8">suo </span>r<span class="s5">ag</span>ion<span class="s5">ame</span>nto <span class="s5">a</span>nch<span class="s5">e co</span>n <span class="s8">dote </span>citazioni. <span class="s2">Insomm</span><span class="s5">a, </span><span class="s2">non </span><span class="s3">l</span><span class="s5">&#8216;</span><span class="s2">h</span><span class="s5">a </span>buttata <span class="s2">lì. </span>Ci <span class="s2">h</span><span class="s5">a </span><span class="s2">rifl</span><span class="s5">ett</span><span class="s2">uto. </span>Ecco perché gli altri sono omuncoli <span class="s4">e </span><span class="s3">lui </span><span class="s5">è </span><span class="s2">il l</span><span class="s5">eader </span><span class="s2">d</span><span class="s5">e</span><span class="s2">i </span>populisti. Perché <span class="s5">è </span><span class="s2">l&#8217;unico </span><span class="s8">che </span>ha <span class="s14">il </span><span class="s5">co</span>raggio <span class="s8">delle </span>propri<span class="s5">e </span>id<span class="s5">ee</span>. <span class="s5">Co</span><span class="s2">n </span>questa posizione <span class="s2">noi </span><span class="s5">c</span><span class="s2">i dobbi</span><span class="s5">amo </span>misurare, <span class="s4">e </span><span class="s2">lo </span><span class="s5">abb</span><span class="s2">i</span><span class="s5">amo </span>ben chiaro. Abbiamo l&#8217;impressione che anche gli italiani lo stiano comprendendo. Vince la Politica (quella con la &#8220;P&#8221; maiuscola, quella di Croce, Einaudi, De Gasperi, Togliatti, Terracini, Nenni, Saragat, La Malfa) o vince Grillo? Agli elettori la parola. Proprio quello che ha chiesto <span class="s1">e </span>voluto la Fondazione Luigi Einaudi promuovendo <span class="s7">il </span>Referendum del 20/21 Settembre 2020.</p>
<p class="p4">
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		<title>Il Referendum è accantonato, adesso occorre mettere le ali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-referendum-e-accantonato-adesso-occorre-mettere-le-ali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pruiti Ciarello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2020 17:01:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A poche ore dall’inizio dello spoglio, il NO si attesta poco sopra il 30% ed il Si poco sotto il 70%. Una vittoria scontata quella del SI, scontata sin dall’inizio, scontata per una votazione bulgara del Parlamento che l’ha approvata con il 97,5% dei voti, nella sua ultima votazione alla Camera dei Deputati. Eppure, nonostante [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A poche ore dall’inizio dello spoglio, il NO si attesta poco sopra il 30% ed il Si poco sotto il 70%. Una vittoria scontata quella del SI, scontata sin dall’inizio, scontata per una votazione bulgara del Parlamento che l’ha approvata con il 97,5% dei voti, nella sua ultima votazione alla Camera dei Deputati. Eppure, nonostante questi dati, il fronte del NO è stato molto vitale e alla fine ha portato a casa un risultato davvero considerevole, inimmaginabile quando all’indomani dell’approvazione della Legge Costituzionale che ha modificato gli artt. 56, 57 e 59 della Costituzione, con la Fondazione Luigi Einaudi lanciammo l’idea di chiedere l’indizione del referendum costituzionale, affinché il popolo italiano si potesse pronunciare su una modifica che avrebbe inciso sulla quantità della loro rappresentanza politica.<br />
Il dato importante, sotto un profilo politico è che a fronte del 97,5% del SI in Parlamento, nel Paese quel SI è molto meno presente, cioè c’è un 30% del corpo elettorale che non è rappresentato in Parlamento, che ha votato NO, nonostante l’indicazione di tutti i principali partiti politici<br />
L’analisi partitica del voto referendario disvela che il polo che più di tutti ha spinto in avanti il fronte del SI è stato quello del centrodestra e che il movimento 5 stelle non ha avuto il plebiscito che auspicava, che sarebbe servito a legittimare quella retorica demagogica e populista che ha fatto la sua fortuna elettorale, ma che oggi rappresenta anche il suo più evidente limite.<br />
In che senso?<br />
Il popolo italiano per una percentuale superiore al 30% ha voluto affermare in maniera inequivocabile, che il problema della nostra classe dirigente politica non è l’esosità dei costi, seppure rilevante anch’essa, bensì la loro palese incompetenza. Quasi un terzo degli italiani vogliono che si ritorni ad una politica fatta di e da persone competenti, che sappia rappresentare al meglio e con sufficiente credibilità internazionale le istanze di rappresentanza politica ma anche cogliere le opportunità che il futuro ci riserva.<br />
Questa fetta di elettorato non è rappresentata! Questo popolo oggi chiede a gran voce di rientrare nel gioco.<br />
Sta alla politica dei partiti sapere cogliere il guanto di sfida e cercare di cambiare pelle, ma non come un serpente che cambiapelle rimanendo se stesso, piuttosto come una crisalide che mutando pelle, muta ontologicamente il suo essere, diventando farfalla.<br />
Ecco, oggi l’Italia ha bisogno di diventare farfalla, mettere le ali e volare alto, più alto di questi ultimi anni, più alto della retorica demagogica e populista, decisamente più alto! Per tornare ad essere autorevoli e credibili in Europa e nel mondo. Auguri a tutti noi!</p>
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		<title>L’Italia del No è senza rappresentanza. La posizione della FLE sul Referendum</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/litalia-del-no-e-senza-rappresentanza-la-posizione-della-fle-sul-referendum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2020 15:52:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[davide giacalone]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia del referendum e la rappresentanza parlamentare non coincidono. Neanche si somigliano. Questo è il punto: l’Italia del No è senza rappresentanza. Alla quarta votazione, alla Camera dei deputati, il No ha raccolto il 2.5%. Il fronte del Sì quotava il 97.5%. Alla campagna referendaria quel fronte s’è presentato impaurito, ma non modificato. Per il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia del referendum e la rappresentanza parlamentare non coincidono. Neanche si somigliano. Questo è il punto: l’Italia del No è senza rappresentanza.</p>
<p>Alla quarta votazione, alla Camera dei deputati, il No ha raccolto il 2.5%. Il fronte del Sì quotava il 97.5%. Alla campagna referendaria quel fronte s’è presentato impaurito, ma non modificato. Per il Sì erano, coerentemente, i 5 stelle; incoerentemente il Pd; inconsistentemente la Lega e Fratelli d’Italia; mentre Forza Italia ha provato la via della libertà agli elettori, ovvero quella della fuga dalla competizione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una partecipazione non alta, ma neanche asfittica, un No che raccoglie elettori in fuga da quelli che dovrebbero rappresentarli. Non è questione di libertà (e ci mancherebbe non ci fosse o si dovesse attendere che qualcuno la riconosca!), ma di una secca e innegabile differenza fra l’Italia referendaria e l’Italia parlamentare.</p>
<p>Vince il Sì, naturalmente. Questo non porterà, come qualcuno ha incoscientemente sostenuto, ad una delegittimazione del Parlamento in carica, ma ad un consolidamento delle maggioranze variabili e sovrapposte che lo popolano. La Costituzione è modificata, ma senza che vi sia accordo alcuno sulla legge elettorale e senza che vi sarà altra riforma costituzionale in questa legislatura. Quindi anche i cantori del “primo passo” compariranno per quel che sono: venditori di prodotti che non hanno.</p>
<p>Vedremo anche i definitivi delle regionali (al momento non disponibili), ma, nel complesso, mi pare che le cose stiano così: la maggioranza di governo sopravvive senza vitalità, mentre chi pensava di prenderla a spallate può solo far da spalla.</p>
<p>Resta il punto: l’Italia del No, affermatasi a dispetto dei partiti esistenti, è priva di rappresentanza. E non è la sola.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lorenzo Infantino: Votare NO significa tutelare la nostra libertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lorenzo-infantino-votare-no-significa-tutelare-la-nostra-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Infantino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2020 15:15:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 video]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/doRal0n6qcU" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Perchè NO è cambiamento e SI è conservazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-no-e-cambiamento-e-si-e-conservazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pruiti Ciarello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2020 14:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna video]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 video]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/J2DVlj5n4Ro" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Intervista all’avv. Vincenzo Palumbo sul Referendum</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/intervista-allavv-vincenzo-palumbo-sul-referendum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2020 13:46:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la bufala dei risparmi e dopo l’eclatante bugia che il Parlamento italiano sarebbe quello con il miglior rapporto di rappresentatività rispetto alla popolazione, esiste una terza motivazione cara ai sostenitori del SI’ al referendum di domenica 20 e lunedì 21 settembre. Quella per cui, con meno parlamentari alla Camera (- 230) ed al Senato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/intervista-allavv-vincenzo-palumbo-sul-referendum/">Intervista all’avv. Vincenzo Palumbo sul Referendum</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la bufala dei risparmi e dopo l’eclatante bugia che il Parlamento italiano sarebbe quello con il miglior rapporto di rappresentatività rispetto alla popolazione, esiste una terza motivazione cara ai sostenitori del SI’ al referendum di domenica 20 e lunedì 21 settembre. Quella per cui, con meno parlamentari alla Camera (- 230) ed al Senato (- 115) il lavoro di deputati e senatori sarebbe più efficiente e di qualità. Anche questa volta ci chiediamo: “Ma è proprio così?”. Cosa dice la Storia? E’ la stessa domanda che si posto l’avvocato Enzo Palumbo che ha scritto un lungo intervento di ricostruzione storica sul tema, pubblicato sul sito della Fondazione Luigi Einaudi di cui è membro. L’avvocato Palumbo (Messina, 1939), assurto recentemente alle cronache nazionali per il caso della richiesta agli Atti del CTS (Comitato Tecnico Scientifico) negatigli inizialmente dal presidente Conte, è diventato in questo periodo un volto noto in TV per i suoi interventi a sostegno del NO al referendum. Esperto costituzionalista, l’avvocato Palumbo è stato Senatore della Repubblica dal 1983 al 1987 per il Partito Liberale Italiano, Segretario del Consiglio di Presidenza del Senato e membro delle Assemblee Parlamentari del Consiglio d’Europa e dell’Unione europea occidentale in rappresentanza del Parlamento italiano. Inoltre, dal 1988 al 1990 è stato membro del Consiglio Superiore della Magistratura. In questa intervista, l’avvocato Palumbo ripercorre la storia costituzionale e legislativa italiana che portò il Parlamento, nel 1962, a sostenere la necessità di aumentare a 315 il numero dei senatori fissato dall’Assemblea Costituente: “per consentire alla Camera alta di funzionare agevolmente”.</p>
<p><strong>D. Come siamo arrivati a fissare 630 deputati alla Camera e 315 al Senato? Solo al fine di “moltiplicare poltrone e clientes ben oltre la proporzione decisa dai Costituenti in base alla popolazione” come ha scritto Barbara Spinelli su Il Fatto del 13 settembre?</strong><br />
Palumbo. La Costituente aveva stabilito 1 deputato ogni 80.000 cittadini, 1 senatore ogni 200.000, poi, con la legge costituzionale n. 2 del 1963, in vista delle elezioni di quell’anno, stabilì in 630 il numero fisso per i deputati e in 315 quello per i senatori. Nella prima Legislatura eletta nel 1948, la Camera risultò composta da 573 deputati, in quella del 1949 il numerò lievitò a 580 e in quella del 1958 a 596. Alla vigilia delle elezioni del 1963, sulla base del censimento del 1961 che aveva censito una popolazione di 50.623.569 cittadini, si sapeva che, applicando i parametri stabiliti dalla Costituente, i deputati sarebbero comunque diventati 634 per cui la riforma del 1963 non fece altro che prenderne atto, anzi riducendo un po’ quel numero. Oggi, con una popolazione italiana di 60.483.973, alla scadenza naturale di questa Legislatura nel 2023, dopo il censimento del prossimo anno, se fosse ancora vigente quel parametro originario (1 deputato ogni 80.000) la Camera ne avrebbe almeno 756.</p>
<p><strong>D. Ed il Senato?</strong><br />
Palumbo. La riforma riguardò essenzialmente il Senato che vide la sua durata ridotta da sei a cinque anni, come per la Camera. Per quanto riguarda la sua composizione, il parametro fissato dai Costituenti aveva portato il Senato della prima Legislatura (1948-1953) a essere composto da appena 237 componenti elettivi e da circa 113 membri di diritto, nominati in forza della III disposizione transitoria della Costituzione. E fu solo con l’apporto dei senatori di diritto che in quella Legislatura si poté assicurare  la funzionalità della seconda Camera.</p>
<p><strong>D. La questione della funzionalità del Senato si pose, quindi, fin dall’inizio?</strong><br />
Palumbo. A partire dalla seconda Legislatura (1953-1958), la questione cominciò a complicarsi. Venuta a cessare quella integrazione transitoria, il Senato si trovò a operare con soli 243 membri elettivi (oltre 8 a vita), e si pose subito il problema della difficoltà di operare con numeri così ristretti, che rendevano problematica la partecipazione dei senatori ai lavori delle 11 commissioni permanenti di allora. Fu da qui che nacque l’esigenza di implementare adeguatamente il numero dei componenti elettivi: una discussione politica che si trascinò per tutta la seconda e la terza legislatura, sino all’approvazione della legge costituzionale n. 2-1963, il cui testo unificato era stato frutto dell’iniziativa legislativa del Governo e del sen. Luigi Sturzo che, per la verità, avrebbe voluto una riforma ancora più ampia.</p>
<p><strong>D. Ci fu un particolare gruppo politico che spinse per aumentare il numero degli eletti in Parlamento?</strong><br />
Palumbo. Assolutamente no. Di questa esigenza si fecero portatori tutti i gruppi parlamentari, dai comunisti sino agli ex fascisti, consapevoli che con quei numeri il Senato non avrebbe potuto assolvere compiutamente ai compiti di seconda Camera Legislativa della Repubblica, con poteri e compiti assolutamente eguali a quelli dell’altra Camera.</p>
<p><strong>D. Dove è documentato quanto lei afferma?</strong><br />
Palumbo. Nella discussione che si svolse nell’Aula del Senato il 16 gennaio 1962, quando venne approvato in prima deliberazione il testo unificato esitato dalla Commissione Speciale incaricata della questione (presieduta da due senatori a vita, prima Enrico De Nicola e poi Giuseppe Paratore)  che proponeva la riforma degli articoli 57, 59 e 60 della Costituzione, proprio quelli che sono stati ora modificati in minus dalle Camere di questa Legislatura e che gli italiani saranno chiamati a bocciare o confermare il 20 e 21 settembre. L’esigenza dell’aumento, condivisa da tutti i gruppi, venne allora evidenziata nell’unico intervento fatto in discussione generale dal socialista sen. Barbareschi, il quale ebbe a dichiarare che “il lavoro nostro si svolge specialmente nelle Commissioni, ed è indubbio che con 230 senatori (in effetti, all’inizio della III Legislatura i senatori eletti erano 243 + 8 a vita n. d. a.), la formazione di 11 commissioni comporta una tale riduzione del numero dei componenti di ciascuna di esse, che ben pochi colleghi possono essere presenti alle varie deliberazioni man mano adottate dalle commissioni stesse, mentre in generale il lavoro che vi si svolge diviene faticoso e spesso faticosissimo… Dunque il compito degli attuali componenti delle Commissioni si rivela difficile e quasi”E il ministro di Grazia e Giustizia Gonnella, intervenuto dopo il relatore, ebbe a manifestare la sua condivisione circa “l’opportunità di aumentare il numero dei senatori per le ragioni funzionali che sono state ampiamente illustrate e che sono a conoscenza degli onorevoli senatori”.</p>
<p><strong>D. Ma come si arrivò a definire il numero preciso di 315 senatori?</strong><br />
Palumbo. La proposta inizialmente esitata era stata quella di calibrare il rapporto parlamentari/popolazione in modo che i deputati, uno ogni 80.000 (o frazione superiore a 40.000), non fossero comunque più di 600, e i senatori, nel nuovo rapporto di uno ogni 180.000 (o frazione superiore a 90.000), non fossero comunque più di 300. La Camera non condivise tale impostazione e, tenuto conto che i deputati eletti nelle successive elezioni sarebbero stati comunque più di 630, optò per la scelta di questo numero fisso per la Camera e di 315 per il Senato, in termini poi confermati nelle seconde deliberazioni di entrambe le Camere. È interessante in proposito, anche ai fini del dibattito di oggi, quanto dichiarò nella seduta del 21 settembre 1962 – proprio il giorno conclusivo del prossimo referendum – il Ministro di Grazia e Giustizia di allora, Giacinto Bosco, dicendosi “sempre convinto che un’Assemblea legislativa dell’importanza della nostra, da un momento all’altro, cioè dal passaggio dalla 1a alla 2a Legislatura, fosse privata di 107 – in effetti erano stati all’inizio 113 – suoi componenti, mentre restavano immutate le alte funzioni dell’Assemblea stessa”, e infine tributando un doveroso omaggio alla “tenace, appassionata opera ….. del Presidente De Nicola, che fin dal 1951 istituì una Commissione di studio per l’integrazione del Senato, del Presidente Merzagora, che in questa come nella precedente Legislatura si è adoperato efficacemente per la risoluzione del problema, del Presidente Paratore, che ci ha sempre autorevolmente sorretto con i suoi saggi consigli, e che è riuscito a superare tutti i contrasti politici …  facendo anzi confluire sull’attuale testo i consensi unanimi dei Gruppi parlamentari”. E quando la riforma giunse all’esame della Camera per la seconda deliberazione, tutti gli oratori intervenuti ebbero cura di rammentare qual era stato e qual era lo scopo principale della riforma, quello cioè di assicurare la funzionalità del Senato, che l’esperienza – tanto per intenderci, il metodo sperimentale tanto caro a qualche sostenitore della riforma di oggi – aveva dimostrato essere messa a rischio proprio dalla sua ridotta composizione.</p>
<p><strong>D. A chi volesse approfondire l’argomento cosa consiglierebbe?</strong><br />
Palumbo. Chi volesse approfondire la questione, ne potrebbe trovare traccia negli interventi in Aula dell’on.  Tozzi Condivi, quando, nella sua relazione del 4 agosto 1962, affermò che “L’aumento doveva essere portato a un limite tale da rendere l’Assemblea di Palazzo Madama in condizioni di poter svolgere il pesante lavoro”, e nel successivo intervento del 7 agosto affermò che “Ci siamo trovati dinanzi a una necessità, la cui considerazione aveva animato tanto il disegno di legge quanto la proposta Sturzo, quella che il Senato potesse funzionare”, insistendo sul fatto che la riforma “aumenta il numero dei senatori a 315 per consentire alla Camera alta di funzionare agevolmente”.Toccò poi al Ministro Bosco, di concludere la discussione di quella seduta, affermando tra l’altro che “tutte le norme regolamentari che fatalmente devono riferirsi al numero dei componenti, partono dal presupposto di un numero di senatori superiore a 300… e il disegno di legge soddisfa anzitutto l’esigenza dell’integrazione del Senato, elevando il numero dei senatori elettivi da 247 a 315, cioè un numero fisso pari alla metà di quello dei deputati … poiché i risultati del censimento della popolazione dell’ottobre 1961 hanno già elevato a 630 il numero dei deputati per la prossima Legislatura ”.</p>
<p><strong>D. In conclusione, la decisione di aumentare a 315 i senatori non fu dettata da interessi personali.</strong><br />
Palumbo. Penso di avere sufficientemente dimostrato che i numeri attuali di deputati e senatori non sono nati dalla fantasia dei legislatori di allora o dalla loro volontà di aumentare le opportunità elettorali della politica, ma da reali esigenze di funzionalità. Penso, inoltre, che questa potrebbe essere l’occasione di paragonare la statura istituzionale e la credibilità politica dei riformatori di allora e di quelli di oggi. Per fidarsi, magari, più di “quelli di prima”, tanto per parafrasare un’espressione oggi in voga, indirizzando un garbato, ma fermo, “NO, grazie”, agli attuali supponenti riformatori che ci propinano le loro false motivazioni come nuove leggende metropolitane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Beatrice Bardelli</strong></p>
<p><a href="https://www.toscanatoday.it/intervista-allavv-vincenzo-palumbo-sul-referendum-di-beatrice-bardelli/"><strong>Toscana Today</strong></a></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Davide Giacalone: Il No vince</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/davide-giacalone-il-no-vince/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2020 06:41:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna video]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 video]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=42141</guid>

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