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	<title>patto di stabilità Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>patto di stabilità Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Un patto autolesionista</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/un-patto-autolesionista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Adriana Cerretelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Apr 2023 16:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
		<category><![CDATA[FED]]></category>
		<category><![CDATA[patto di stabilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Intervenuta troppo tardi per fermare l’inflazione, la Fed ha usato l’arma dei tassi di interessi in modo esagerato, facendo come il cane da pastore che, per tenere a bada le pecore, le morde alla morte, fino alla recessione, per impedire che lo faccia il lupo-inflazione», denunciava tempo fa un economista belga critico della politica americana. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«Intervenuta troppo tardi per fermare l’inflazione, la Fed ha usato l’arma dei tassi di interessi in modo esagerato, facendo come il cane da pastore che, per tenere a bada le pecore, le morde alla morte, fino alla recessione, per impedire che lo faccia il lupo-inflazione», denunciava tempo fa un economista belga critico della politica americana. Che peraltro poi la Bce ha ritenuto opportuno importare in Europa. Di pessimi esempi di ardori autolesionistici è costellata la storia trentennale del Patto di stabilità, che strada facendo si è fregiato anche della parola crescita ma in modo posticcio, non per una seria autocritica maturata sul campo. Eppure la grande crisi finanziar-debitoria del 2008-12, la risposta univoca del tripudio dell’ortodossia rigorista con addirittura l’ulteriore stretta delle regole del Patto, dell’iniziale politica restrittiva della Bce, del castigo recessivo senza paracadute per i reprobi dei conti pubblici dissestati, avrebbe dovuto poi consigliare qualche ripensamento.</p>
<p>Non foss’altro per l&#8217;impennata di euroscetticismi, populismi e nazionalismi che ne seguì per anni, per le bandiere naziste che, per la prima volta dal dopoguerra, invasero piazza Syntagma ad Atene. Per l’abisso di sfiducia reciproca che fagocitò l’eurozona e l’Europa intera, scavando un’insanabile lacerazione Nord-Sud. C’è voluto più di un decennio per rimarginarla ma non è guarita. Ci sono voluti Covid e aggressione russa all’Ucraina, due minacce esterne letali per la sua sicurezza personale, economica, geopolitica e militare, per recuperare l’Europa al consenso degli europei, riscoprirne meriti e valore aggiunto insostituibili e più necessari che mai per esistere nel cantiere del nuovo mondo: molto più gravido di incognite che di certezze, di scontri Est-Ovest che di stabilità geopolitiche, con il braccio di ferro in corso tra Stati Uniti e Cina.</p>
<p>Il doppio terremoto ha travolto idoli e ideologie che sembravano imperiture. Ha fatto scattare la rivoluzione del Next Generation Eu, il mega fondo per modernizzare e rendere più competitiva l’economia europea finanziandolo per la prima volta con l’emissione di debito comune. Poi politica industriale ed energetica comune, altri tabù prima intoccabili, per l’autonomia strategica tra rimpatrio delle catene del valore, investimenti e infrastrutture nell’innovazione di punta, chip in primis, nelle materie prime critiche, nelle rinnovabili, nel militare…. E ora la riforma del Patto di stabilità da chiudere, si spera, entro l’anno. E da completare poi con un bilancio Ue riformato per dargli la potenza di fuoco adeguata a maxi investimenti obbligati se davvero l&#8217;Europa vuole darsi i mezzi per vincere la sfida della palingenesi economica e del suo ritorno tra i Grandi del mondo.</p>
<p>Se prima era rigidità ora è resilienza. Se prima era solo stabilità, ora è anche crescita e investimenti «perché alto debito e crescita bassa non sono realtà cui l’economia europea può rassegnarsi» avverte il commissario Ue, Paolo Gentiloni. Le regole restano, per garantire la governance dell&#8217;euro e inquadrare i singoli piani nazionali, da negoziare con Bruxelles, di graduale rientro di debiti e deficit nei parametri di Maastricht (60 e 3%del Pil). Il percorso di riduzione, con base la dinamica della spesa pubblica netta da mantenere sotto quella del Pil potenziale, si snoderà su 4 anni, estensibili a 7 con riforme e investimenti mirati che procureranno maggior spazio fiscale al Paese allungandone i tempi dell’aggiustamento.</p>
<p>Paesi come l’Italia, con debito e deficit oltre le soglie, dovranno garantire il calo del primo a fine periodo e un aggiustamento annuo di bilancio dello 0,5% del Pil fino a che il deficit non andrà sotto il 3%. Sanzioni automatiche in caso di non rispetto degli impegni. Poche attenuanti. Niente regimi di favore per investimenti, verdi, militari o legati al Pnrr. In conclusione, flessibilità e rigore misurati a braccetto per poter investire in una crescita economica ricca di stabilità finanziaria. Che però non basta a Berlino &amp; co. Dunque, sarà ancora battaglia Nord-Sud. Con una domanda: davvero gli equilibrismi del nuovo Patto permetteranno all’Europa di vincere le sue sfide globali quando, tra Ira e simili, Stati Uniti e Cina si auto inondano di investimenti enormi, immediati, senza paletti o troppe regole? Forse, con il suo forziere di risorse e un regime Ue di aiuti di Stato in libertà, la Germania pensa di farcela da sola: errore, come altri del passato.</p>
<p><a href="https://ntplusentilocaliedilizia.ilsole24ore.com/art/patto-stabilita-riforma-montagne-russe-AEMS6WMD"><strong>Il Sole 24 Ore</strong></a></p>
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		<title>Messinscena</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/messinscena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Mar 2023 17:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[mes]]></category>
		<category><![CDATA[patto di stabilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si corre il rischio di far sembrare svegli i soldati giapponesi che, anni dopo la fine del conflitto mondiale, credevano fosse ancora in corso. Il milite nipponico aveva, almeno, l’attenuante dell’isolamento. Mentre qui è tutto un succedersi di spie luminose accese, avvisi orali e scritti, consigli pubblici e privati, siamo giunti al punto che ci [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si corre il rischio di far sembrare svegli i soldati giapponesi che, anni dopo la fine del conflitto mondiale, credevano fosse ancora in corso. Il milite nipponico aveva, almeno, l’attenuante dell’isolamento. Mentre qui è tutto un succedersi di spie luminose accese, avvisi orali e scritti, consigli pubblici e privati, siamo giunti al punto che ci si offra di venire a spiegare quel che, all’evidenza, non s’è capito. Eppure tutti sanno che sarà fatto: la riforma del Meccanismo europeo di stabilità deve essere ratificata. Specie ora che una brezza tesa ha scarruffato il crine bancario.</p>
<p>Un anno fa avevamo usato questo stesso titolo: messinscena. Ci ripetiamo, chiedendo ai politici di professione: non sarebbe stato meglio per voi, specie per la destra che ora governa, se la scontata approvazione l’aveste messa in conto alla maggioranza del governo Draghi? Tanto più che era ampia al punto da consentire a qualche giapponese di passare la sua giornata nella giungla. Ora vi tocca deglutire il rospo in esclusiva. Che poi non è affatto un rospo, il che esclude riusciate a trasformarlo in principe. Direte che è diverso e che cambierà, “come se fosse antani”. Vabbè, sbrigatevi. Perché ci sono conseguenze negative rilevanti.</p>
<p>Intanto è umiliante che il ministro dell’economia debba rispondere ai colleghi: scusate, ma è di competenza parlamentare. Come se in Parlamento la maggioranza non l’avesse il governo o come se quella maggioranza fosse pronta a tradire il governo. Ed è imbarazzante che dai vertici del Mes gli rispondano: se non riuscite a spiegare voi a cosa serve, non preoccupatevi, veniamo a farlo noi. Manca solo aggiungano: con un disegnino.</p>
<p>Il che si riflette sulla discussione relativa alla modifica del Patto di stabilità, per noi fondamentale e che presenta luci ed ombre. Fuori dall’Italia nessuno crede che noi si possa non ratificare la riforma del Mes, ma se si continua a perdere tempo quell’increscioso traccheggio potrà essere utilizzato per dire: nessuno ha voluto isolare l’Italia, sono gli italiani che hanno deciso di isolarsi.</p>
<p>Sulla riforma del mercato elettrico il governo Meloni ha tenuto ferma la posizione di quello Draghi, chiedendo il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica da quello del gas, cui si legano altre conseguenze. Ovvio che si tratta di un mercato su cui volano numerosi interessi. Una cosa non basta dirla o chiederla, per poi lamentarne il rigetto, si devono costruire le alleanze. Per noi preziosa quella della Francia. Allearsi non è sposarsi, non è comunione di tutto, ma rispettarsi sì e certi toni polemici non sono il modo più saggio di difendere gli interessi nazionali. È solo una postura a favore di telecamera, ma incorpora la sconfitta.</p>
<p>Sullo stop all’immatricolazione delle auto con carburante tradizionale, fissato al 2035, si sono dette e lette delle corbellerie. Ci sarà, non è stato bocciato manco per niente, il voto è solo rinviato. Se i giornali che credono di appoggiare il governo continueranno a usare quei toni (sul nucleare è stato anche scritto che la Ue lo vieta!!) in realtà gli rendono la vita impossibile. C’è una posizione saggia, ispirata a un sano principio: non si stabilisca quali tipologie di motore le auto dovranno avere, si resti nella neutralità tecnologica, si stabilisca quali emissioni non saranno consentite. Entro il 2035 non si immatricoleranno auto a benzina o diesel. Stabilite le condizioni sarà l’innovazione a regolarsi sulla convenienza dei carburanti sintetici o sulla compatibilità dei biocombustibili. La norma fissa le emissioni, il resto spetta alla tecnologia e al mercato. Se, invece, ci si arrocca su un no che pretende di ridiscutere le emissioni, il risultato sarà che si sarà solo pedina che favorisce il gioco altrui, finendo nell’irrilevanza mentre i tedeschi trattano la mediazione.</p>
<p>Essere isolati è un costo. Essere isolati per un capriccio elettoralistico è da sciocchi. Basta con la messinscena: Mes e gare per il demanio, senza farsi ulteriormente del male.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/mercoledi-15-marzo-2023/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Scala Reale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scala-reale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Mar 2023 14:40:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[patto di stabilità]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La realtà s’impone sempre. Si possono raccontare bubbole, si può approfittare del non avere responsabilità per far credere d’avere soluzioni mirabolanti, ma alla fine la realtà vice sempre. In almeno tre campi la realtà impone di salire nella scala dell’integrazione europea, a maggior tutela degli interessi nazionali. Magari è scomodo fare i conti con qualche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La realtà s’impone sempre. Si possono raccontare bubbole, si può approfittare del non avere responsabilità per far credere d’avere soluzioni mirabolanti, ma alla fine la realtà vice sempre. In almeno tre campi la realtà impone di salire nella scala dell’integrazione europea, a maggior tutela degli interessi nazionali. Magari è scomodo fare i conti con qualche incoerenza o pregiudizio propri, ma mancare l’appuntamento con la scala reale danneggia l’Italia e porta anche una sconfitta politica di chi se ne rende responsabile. Vediamo i tre temi.</p>
<p>Comprensibilmente si parla animatamente dell’immigrazione. Lo si fa da anni, ma il vento è cambiato, soffia in direzione opposta e oggi nessuno che conosca civiltà e realtà nega l’obbligo di accogliere i profughi e la necessità di chiamare lavoratori da fuori. Se ne sono accorti anche i fautori delle chiusure, quando non dei deliri sulla “sostituzione etnica”. E questo è un bene. La nostra presidente del Consiglio ha scritto alla presidente della Commissione europea, chiedendo più Europa e un intervento comune. La risposta è stata positiva e articolata in quattro punti: a. i salvataggi in mare sono prioritari (cosa messa in discussione a chiacchiere, ma dall’Italia sempre praticata, purtroppo non sempre in modo fortunato); b. occorre offrire ai profughi la possibilità di arrivare in sicurezza, il che significa riconoscerli subito fuori dai confini dei loro Paesi e andarli a prendere; c. per bloccare i trafficanti si devono fare interventi diplomatici, dell’Unione e non nazionali, sui Paesi di partenza; d. per gli emigranti economici devono esistere canali larghi e fluidi, talché possano arrivare regolarmente. Ha aggiunto che l’Ue mette a disposizione 500 milioni di euro per realizzare questi obiettivi (specie l’ultimo). La risposta dovrebbe essere: buona idea, ma li usi direttamente, non li dia ai Paesi di arrivo, prenda per sé la competenza e la responsabilità, che gli Stati siano pronti a cedere.</p>
<p>Siamo arrivati al dunque della revisione del Patto di stabilità e crescita, considerato che alla fine di quest’anno cessa la sua sospensione. C’è consenso sulla proposta della Commissione ed è cosa positiva. Il succo della riforma è articolato in tre punti: 1. restano fermi i parametri, non più del 3% di deficit e 60% di debito pubblici; 2. si prende atto che i rientri automatici sono stati un fallimento, sicché la Commissione negozia con ciascuno dei Paesi che non rispettano i parametri le necessarie misure specifiche; 3. il rientro avviene in 4 o 7 anni, a seconda che sia accompagnato da riforme o investimenti. È lo schema Recovery, già sperimentato e che ha portato fortuna all’Italia.</p>
<p>Che il debito vada ridotto lo dice anche il governo italiano (se non lo dicesse ci avvieremmo di gran carriera alla bancarotta, per sfiducia dei prestatori di soldi), importante è che si misuri la spesa primaria netta, in modo che quella per interessi non svantaggi chi è già più indebitato. Mentre i piani di rientro su misura implicano una discussione politica, non contabile.</p>
<p>Dobbiamo tutti far crescere la spesa per la difesa, non per finanziare gli ucraini (che continueremo ad aiutare), ma perché la minaccia armata è alle nostre porte. In ragione di ciò abbiamo interesse a coordinare e armonizzare le spese nazionali, dando vita ad una difesa europea nel quadro nella Nato. In caso contrario spenderemmo di più e saremmo meno difesi.</p>
<p>Tutti e tre i gradini di questa scalata al reale portano verso maggiore integrazione politica europea, perché tale sarebbe la difesa dei confini, dei bilanci (ovvero dei debiti) e della sicurezza. Portano in direzione opposta ai sovranismi, ma consentono di rendere reale e non parolaia la sovranità.</p>
<p>Sono occasioni per l’Unione europea, per il Paese e anche per la destra al governo. Se non fosse capace di consegnare velocemente al passato incoerenze e pregiudizi li vedrebbe in fretta ritrascinarla in quel passato. Senza che sia chiaro quale altro presente si stia preparando, per l’Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/giovedi-09-marzo-2023/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Un’altra stabilità in Europa è possibile</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/unaltra-stabilita-in-europa-e-possibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Giavazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2023 12:03:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bilancio]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[patto di stabilità]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Commissione europea, dopo una consultazione durata quasi un anno, ha presentato un progetto sorprendentemente ambizioso e in qualche modo rivoluzionario Questa settimana a Bruxelles inizia la trattativa sul nuovo Patto di stabilità, cioè sulle regole di bilancio che dovranno essere re-introdotte in Europa dopo la sospensione — all’inizio della pandemia — della vecchia versione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">La Commissione europea, dopo una consultazione durata quasi un anno, ha presentato un progetto sorprendentemente ambizioso e in qualche modo rivoluzionario</h3>
<p>Questa settimana a Bruxelles inizia la trattativa sul nuovo Patto di stabilità, cioè sulle regole di bilancio che dovranno essere re-introdotte in Europa dopo la sospensione — all’inizio della pandemia — della vecchia versione del Patto. In questa trattativa l’Italia sarà rappresentata dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e dal nuovo direttore del Tesoro, Riccardo Barbieri.</p>
<p>Si partirà dalla proposta della Commissione europea la quale, dopo un processo di consultazione durato quasi un anno, lo scorso novembre ha presentato un progetto sorprendentemente ambizioso e in qualche modo rivoluzionario. Viene abbandonato il Patto basato su rigide soglie numeriche, identiche per tutti i Paesi: l’idea è di sostituirlo con piani di riduzione del debito che la Commissione negozierà con ciascun Paese e che saranno valutati chiedendosi se garantirebbero la sostenibilità del debito.</p>
<p>Una seconda innovazione è la proposta di usare, come strumento per garantire la sostenibilità del debito, il percorso della spesa pubblica al netto degli interessi. Mi pare una scelta saggia perché evita che una recessione, e la caduta del gettito fiscale che la accompagna, possano indurre politiche di bilancio pro-cicliche, cioè strette di bilancio che aggravano la recessione. Un approccio fondato su una regola di spesa e su piani a medio termine produce aggiustamenti meno sensibili alle condizioni economiche del Paese.</p>
<p>Infine, l’orizzonte per la riduzione del rapporto debito-Pil, in principio fissato in 4 anni, diventa anch’esso negoziabile. Il vecchio Patto prevedeva che il rapporto scendesse ogni anno di un ventesimo della distanza tra il livello corrente e il 60%. Con le nuove regole gli Stati membri potranno chiedere rientri più graduali, in cambio di riforme e piani di investimento sorvegliati da Bruxelles.</p>
<p>La proposta della Commissione, che ha molti elementi in comune con il progetto italo-francese proposto da Draghi e Macron nel dicembre 2021, si ispira all’esperienza del Pnrr il cui disegno è molto diverso dal vecchio Patto di stabilità. Il patto lasciava ai Paesi tutte le scelte economiche strategiche limitandosi ad imporre loro un insieme uniforme di regole. Il Pnrr invece affida ai Paesi e alla Commissione, che decidono insieme, la scelta di obiettivi comuni (transizione verde, digitalizzazione, riduzione delle disuguaglianze), con una forte discrezionalità nella formulazione dei piani nazionali tenendo conto della realtà istituzionale di ciascuno Paese.</p>
<p>Vecchio Patto e nuove regole differiscono anche nelle modalità di esecuzione. Con il Patto eventuali deviazioni dagli obiettivi concordati erano affrontate solo tramite la moral suasion, e questa non ha mai funzionato. Nel Pnrr invece il mancato rispetto degli impegni può essere sanzionato con la sospensione dei finanziamenti, e finora questa minaccia sembra essere efficace.</p>
<p>Ma dietro queste differenze fra il vecchio Patto e la nuova proposta vi è un diverso modo di ottenere la riduzione del rapporto fra debito pubblico e Pil. Un primo approccio consiste nell’agire sul deficit, riducendolo: contraendo, cioè, la spesa pubblica o aumentando la pressione fiscale. Se la contrazione del deficit avviene troppo rapidamente, e con un sostegno limitato della politica monetaria, oppure aumentando le tasse anziché tagliando le spese (perché molta spesa pubblica, in primis pensioni e sanità, è difficile da tagliare), si provocherà una recessione con il risultato paradossale che il rapporto tra debito pubblico e Pil, anziché scendere, salirà. Se poi la recessione è particolarmente grave, può avere effetti sul potenziale di crescita dell’economia — scoraggiando la creazione di imprese, l’innovazione tecnologica e l’apprendimento di tecniche nuove da parte dei lavoratori — e così avere benefici limitati anche nel medio/lungo periodo. Questo tipo di aggiustamento è stato adottato dall’Unione europea negli anni delle crisi di debito sovrano (2010-13), generando un’ondata di austerità, con il risultato che alla fine il rapporto debito-Pil anziché ridursi è aumentato: fra il 2011 e il 2013, un periodo di intensa austerità, il rapporto debito-Pil aumentò in Italia dal 120 al 132,5 per cento.</p>
<p>Diversamente si possono mettere in campo politiche economiche per favorire un elevato tasso di crescita dell’economia, sia stimolando gli investimenti, privati e pubblici, sia con riforme che migliorino l’allocazione delle risorse produttive, in primis il lavoro. Evidentemente questa seconda strada è preferibile, visto che aumentare la crescita economica è sempre positivo, anche ignorando gli effetti collaterali sulla sostenibilità del debito pubblico. È però anche un approccio più fragile: affinché un programma di investimenti pubblici abbia effetti duraturi sulla crescita, la scelta del tipo di investimenti è cruciale. Questo significa che la scelta di quali investimenti pubblici e quali riforme attuare durante un programma di riduzione del debito richiede una valutazione attenta e realistica di quanto possano contribuire alla crescita della capacità produttiva nel lungo periodo e non solo alla crescita della spesa totale nel breve periodo.</p>
<p>Nel complesso il Pnrr offre un esempio incoraggiante di questo secondo approccio. La crescita italiana degli ultimi due anni ha portato a una discesa veloce del rapporto debito/Pil: da 155 a 147 in soli tre anni. Parte di questa rapida crescita è dovuta a un effetto di recupero dopo la recessione molto acuta del 2020, e parte della crescita è crescita «nominale» dovuta all’inflazione. Ma è utile ricordare che dopo la recessione del 2009 non si era avuta una ripresa altrettanto veloce e l’inflazione era stata a lungo al di sotto dell’obiettivo della Banca Centrale Europea. È ragionevole supporre che la diversa performance dell’economia italiana negli ultimi due anni sia dovuta in parte significativa al supporto fiscale che il Pnrr consente. Non è certo che gli investimenti pubblici fatti grazie ai fondi del Pnrr portino a crescita duratura, ma sicuramente la selezione degli investimenti e delle riforme che li hanno accompagnati è stata guidata da obiettivi di lungo periodo.</p>
<p>L’interesse dell’Italia è tener fermi due punti: restare allineata con la proposta della Commissione, rivendicandone una qualche paternità; insistere su un modello di riduzione del debito fondato su investimenti e crescita. Se il primo richiede capacità di alleanze, il secondo richiede precisi indirizzi di riforme e altrettanto precisi investimenti pubblici, capaci di attivare anche quelli privati, necessari tanto quanto quelli pubblici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/23_febbraio_12/cambiare-patto-un-altra-stabilita-europa-possibile-c7f98db2-ab09-11ed-a0ed-8f1430cfd08a.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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