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	<title>pandemia Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>pandemia Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Gli errori cinesi sul virus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jan 2023 10:45:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[autocrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È al tempo stesso spaventoso e rassicurante il clamoroso fallimento cinese nella gestione della pandemia. È spaventoso per le conseguenze sanitarie: quel fallimento sta facendo ammalare milioni di cinesi e mette tutto il resto del mondo a rischio di una nuova ondata pandemica. È invece rassicurante per due motivi. Il primo è geo-politico. I teorici [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È al tempo stesso spaventoso e rassicurante il clamoroso fallimento cinese nella gestione della pandemia. È spaventoso per le conseguenze sanitarie: quel fallimento sta facendo ammalare milioni di cinesi e mette tutto il resto del mondo a rischio di una nuova ondata pandemica. È invece rassicurante per due motivi. Il primo è geo-politico. I teorici dell&#8217;inevitabile tramonto dell&#8217;Occidente forse si sbagliano. Forse la Cina non riuscirà a diventare, nemmeno fra qualche decennio, una superpotenza così forte da poter davvero tenere testa agli Stati Uniti. Né, come hanno previsto alcuni, la Cina tornerà presto ad essere, come era nel Seicento e nel Settecento (prima che iniziasse la Rivoluzione industriale in Gran Bretagna), il Paese più ricco e prospero del globo. L&#8217;autocrazia ha un prezzo. Il prezzo è l&#8217;eccesso di rigidità che impedisce ai governanti di fronteggiare sfide impreviste con pragmatismo e capacità di correggere, in corso d&#8217;opera, gli errori.</p>
<p>Il secondo motivo è che il fallimento cinese dimostra urbi et orbi la superiorità delle società aperte e democratiche rispetto alle autocrazie. Una superiorità molto concreta, non astratta o ideologica: è impietoso il confronto fra il modo efficace &#8211; una volta superata la prima fase di disorientamento e di sbandamento &#8211; con cui il mondo occidentale ha saputo fronteggiare la pandemia e il fallimento cinese. Fallimento che i cinesi, a dispetto di ogni evidenza, si ostinano a negare.</p>
<p>Come mostrano anche le proteste delle autorità cinesi contro quei Paesi che, come l&#8217;Italia, sottopongono a controllo sanitario i viaggiatori in arrivo dalla Cina. Nonché il loro rifiuto di accettare i vaccini occidentali offerti dalla Ue. Hanno una cosa in comune la mala gestione cinese dell&#8217;emergenza Covid e l&#8217;incapacità russa disconfiggere l&#8217;Ucraina. Pur con le loro grandi differenze le autocrazie cinese e russa sono accomunate dalla incapacità/impossibilità di comprendere quale potente risorsa sia la libertà individuale, quale forza essa sprigioni e con quali benefici effetti per i gruppi umani in cui essa è sufficientemente tutelata. I paralleli storici sono sempre arditi ma si può dire che Putin sia incorso in un errore simile a quello commesso, all&#8217;inizio del quinto secolo avanti Cristo, dal potente impero persiano quando invase la Grecia: venne sconfitto perché sottovalutò quanta energia potessero accumulare e spendere in battaglia gli uomini liberi delle città greche.</p>
<p>Per le stesse ragioni, Putin ha sottovalutato gli ucraini. Nonché gli occidentali, ivi compresi i pacifici europei, consapevoli, fin dall&#8217;inizio del conflitto, del fatto che sostenendo l&#8217;Ucraina stanno proteggendo le proprie libertà. Che le autocrazie non comprendano quali conseguenze benefiche per la collettività sia in grado di generare la libertà individuale è normale, scontato. Ma che dire di tutti quegli occidentali<br />
che pur da sempre abituati a godere delle libertà che le nostre società assicurano anche a loro, tuttavia le disprezzano o comunque non ne comprendono i vantaggi? Da dove nasce questa specie di blocco mentale?</p>
<p>I nemici occidentali delle libertà occidentali, per lo più, non dicono oggi, come dicevano un tempo, che le democrazie liberali rappresentino il male. Ma, proprio come allora, la loro bestia nera è sempre il mercato. Come se, senza mercato, possano sussistere società aperta, democrazia, libertà individuali. Puntano il dito contro i «fallimenti del mercato» (che certamente, periodicamente, si verificano) ma vogliono curarli a colpi di Stato, espandendo il ruolo e la presenza dello Stato. Fingono di non sapere che i «fallimenti dello Stato» (da Pechino a Mosca, da Teheran a Caracas, e in tanti altri posti) provocano conseguenze infinitamente più gravi, più devastanti, e durature. Anche lasciando da parte i casi più drammatici ed evidenti, per limitarci a un esempio di casa nostra, quanto è servito fin qui l&#8217;eccesso di statualità che da sempre affligge l&#8217;economia del Mezzogiorno d&#8217;Italia per curarne i mali?</p>
<p>Dietro l&#8217;ostilità per il mercato si intravvede la diffidenza per la libertà individuale e per il mondo «caotico» che, apparentemente, essa alimenta. Un caos da curare, secondo certi medici, con dosi massicce di statualità, sostituendo il comando statale (inevitabilmente di pochi) alla libertà di azione dei tanti. Grazie a quella libertà d&#8217;azione le società aperte occidentali hanno un dinamismo che manca ad altre società e, in più, i loro sistemi democratici hanno la capacità di correggere gli errori e gli effetti perversi che le azioni dei tanti possono provocare. Proprio la pandemia dimostrai vantaggi della società aperta, e del mercato che ne è una componente indispensabile. È grazie alla libertà di<br />
impresa che, in brevissimo tempo, abbiamo potuto disporre di vaccini in grado di combattere la malattia. Dove non c&#8217;è società aperta, dove lo Stato pretende di sostituirsi al mercato, niente del genere può accadere. Non solo la mancanza di libertà impedisce di trovare soluzioni efficaci per fronteggiare le emergenze. Ma, per giunta, le misure adottate dalle autocrazie risultano sempre aberranti, impongono costi sociali altissimi e aggravano anziché risolvere i problemi.</p>
<p>La «cura» usata a lungo dalle autorità cinesi, la chiusura totale e feroce di intere città, l&#8217;imprigionamento dei propri sudditi, è servita a generare sofferenza nella popolazione ma non a debellare la malattia. Si è trattato di misure praticabili solo ove non esistono cittadini ma sudditi, ove la libertà individuale è inesistente. Misure che le democrazie occidentali non avrebbero mai potuto adottare. È sufficiente pensare che qui da noi sono bastate certe blande, ma necessarie, misure emergenziali per fare gridare alcuni allo scandalo: ricordate il green pass e le sciocchezze sulla «dittatura sanitaria»? Per sapere cosa fosse una vera dittatura sanitaria bisognava visitare la Cina. Giusto a proposito di «fallimenti dello Stato». Non si può dare per scontato che nel conflitto fra società aperte e società chiuse, fra democrazie e autocrazie, la vittoria finale debba andare necessariamente alle prime. Ma, per lo meno, sappiamo che il nostro mondo possiede risorse (morali prima ancora che materiali) che altri non hanno.</p>
<p><a href="https://edicola-pdf.corriere.it/sfogliatore/index.html?group=CORRIEREFC#/sfoglio"><em><strong>Il Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Faziosità virale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/faziosita-virale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Nov 2021 17:53:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pandemia è qui e morde dolorosamente. In Germania le cose si mettono male. Almeno si stia attenti a non contagiare il virus con la faziosità, anche perché difficilmente sarebbe lui a morirne. Il virus non è né di destra né di sinistra. Ad avere scelto la strada dei vaccini e della prevenzione anche con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La pandemia è qui e morde dolorosamente. In Germania le cose si mettono male. Almeno si stia attenti a non contagiare il virus con la faziosità, anche perché difficilmente sarebbe lui a morirne. Il virus non è né di destra né di sinistra. Ad avere scelto la strada dei vaccini e della prevenzione anche con (fastidiosi) limiti alla mobilità personale sono tutti i governi del mondo, compresi quelli che provano ad affrancarsi dai secondi, come quello inglese. Questi ultimi, aggiungiamo Israele, allentano le restrizioni puntando sui vaccini e anticipando la terza dose. Fra tutti vi sono governi di destra e di sinistra. A diffidare dei vaccini e a non sopportare i limiti alla libera circolazione, considerandoli un sopruso, sono ambienti di destra come di sinistra.</p>
<p>Nell’ambito della civiltà, per restare alle cose di casa nostra, ad opporsi alle scelte fatte ci sono quotidiani come la Verità ed esponenti della cultura come Massimo Cacciari e Giorgio Agamben, che troviamo normale considerare di destra e di sinistra. Come vi sono, su quel fronte, sensibilità liberali. Lo sforzo costante di chi ami il dialogo e il confronto è quello di provare a capire le idee che non si condividono, ma confesso, in questi casi, di fare fatica a razionalizzare come certe cose possano uscire da penne e bocche di persone che, al di là delle diverse opinioni, dovrebbero essere ragionevoli. Ma è un problema mio. Fatto è che le loro idee devono essere civilmente discusse. Il che non avviene o, almeno, non avviene come dovrebbe. E questa è una faccenda che trascende il virus.</p>
<p>Intanto c’è un eccesso di sensibilità, ingenerata dalla convinzione delle parti d’incarnare il bene in una contesa morale. Cosa priva di fondamento. Procediamo tutti passo dopo passo ed è normale che ciascuno valuti diversamente il valore di questo o quel pericolo, ma, almeno, ci si dovrebbe riconoscere il reciproco desiderio di trovare il modo migliore per affrontare il problema. E, già che ci siamo, imparare a cronometrare: c’è gente che conciona fisso in televisione e riempie paginate e lamenta di non avere lo spazio per esporre le proprie idee. Quello squilibrio percettivo è acuito dal modo in cui dibattiamo, avendo eletto il teleschermo a sostituto della piazza e avendo i conduttori televisivi un interesse più alla rissa che all’esposizione. La prima fa audience, la seconda fa noia. Non bastasse questo di quelle trasmissioni si isolano frammenti di massimo un paio di minuti, puntualmente scegliendo quelli con scontri, e li si diffonde al fastidioso mondo dei copiaincollisti, che li erigono a sincopata verità. In quelle condizioni argomentare non è difficile (anzi), ma inutile.</p>
<p>Poi ci sono i violenti, di destra e di sinistra. E questi si condannano. Senza mezze misure. E non mi pare avvenga con la necessaria chiarezza. Il che è preoccupante, come se avere un compagno o un camerata in più sia da anteporsi alla sua ripugnanza. Non c’è nulla d’innocente in quella bieca faziosità, perché su qualsiasi forma divisiva, qualsiasi tema che serva a spappolare, del tutto a prescindere dal sostenere una cosa o il suo opposto (gliene importa nulla), sono pronte a intervenire le armate digitali foraggiate da chi non vede l’ora di far crollare il mondo della libertà. E non la vedrà.</p>
<p>Un’ultima cosa: negare (come nego) il collettivismo non significa cancellare la collettività e i suoi interessi. Da che esistono i vaccini sono una profilassi che difende l’individuo e la collettività. E no, non esiste il diritto individuale di mettere a rischio la collettività. Senza che questo sia collettivismo. Ma non per questo è legittimo sostenere che chi non si vaccina sia uno stragista, come non lo è sostenere che sia un libertario. A quelli che, per argomentare la loro posizione, non sanno rinunciare all’uso di concetti come “dittatura” e citazioni di Hitler e Stalin suggerisco: prendeteli come sintomi del fatto che state dicendo una bischerata. A quelli che evocano la Shoah vada il disprezzo.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Federico Fubini: Il disegno al di là del debito. Siamo il Paese che spende di più</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Aug 2020 06:57:35 +0000</pubDate>
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		<title>Federico Fubini: L&#8217;aiuto tedesco non è per sempre</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/federico-fubini-laiuto-tedesco-non-e-per-sempre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2020 06:17:27 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se c&#8217;è un&#8217;immagine che aiuta a capire Angela Merkel è quella del suo sguardo durante un incontro con una scolaresca, il 15 luglio 2015. Una rifugiata adolescente arrivata dai campi palestinesi in Libano le chiede se davvero, come sembra, dovrà tornare indietro. La cancelliera le risponde che la Germania non può accogliere tutti, «das kann man nicht schaffen», non ci si riesce. Il momento rivelatore arriva subito dopo, quando Merkel – mentre parla &#8211; si rende conto che la ragazza sta piangendo: la maschera della leader cade e per un istante gli occhi lasciano presagire quel che avrebbe deciso qualche settimana più tardi. All&#8217;inizio di settembre la cancelliera apre la Germania a più di un milione di rifugiati. «Wir schaffen das» , disse , noi ci riu sciamo. La frase uguale e contraria. Il Recovery Fund finanziato da eurobond non è dunque la prima volta che la cancelliera sfida i tabù dei suoi elettori. Giuseppe Conte, che al vertice del 27 marzo disse alla collega tedesca «Guardi alla realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa», non è un adolescente che chiede asilo. Ma la risposta della cancelliera quel giorno («Non dovremmo promettere alle persone cose che non possiamo dar loro») è l&#8217;equivalente finanziario di quel «non ci si riesce» alla giovane rifugiata. Anche qui, in meno di due mesi Merkel ha invertito la rotta e la domanda ora è se i parallelismi finiscono qui. Perché all&#8217;epoca la folla alla stazione di Monaco applaudì i primi rifugiati siriani all&#8217;arrivo ma poi, nel giro di pochi mesi, l&#8217;umore cambiò.</p>
<p>Per anni la cancelliera è stata circondata e paralizzata dal rancore verso quella sua scelta, in Germania e nel suo stesso partito. Sarebbe dunque ingenuo escludere che a un certo punto il consenso &#8211; o il silenzio &#8211; dei tedeschi sulle concessioni offerte all&#8217;Italia non si muti in risentimento e poi in rivolta aperta. Del resto la cancelliera ha ancora quattordici mesi di potere &#8211; almeno lei assicura così &#8211; poi lascerà a un successore.</p>
<p>È dunque il caso di guardare dove siamo per vedere quali siano le strade davanti a noi. La polvere non si è ancora depositata dopo la tragica primavera 2020, ma è possibile che la peggiore recessione in tempo di pace sia anche una delle più brevi ( ovviamente, a meno di una seconda ondata del virus). In Spagna il ricorso a Erte, la cassa integrazione, è già dimezza to. In giugno il livello di fiducia dei manager dell&#8217;industria nell&#8217;area euro (e un po&#8217; di più anche in Italia) è risalito da livelli comatosi a quelli tipici di una contrazione lieve. A maggio rispetto ad aprile gli acquisti delle famiglie sono risaliti del 17% in Germania e del 24% in Italia. Dal 18 maggio, quando Merkel ha annunciato il suo sì al Recovery Fund, l&#8217;indice più ampio delle borse europee (Eurostoxx 600) è salito al passo con lo S&amp;P500 di Wall Street. E i mobility report di Apple &#8211; una fotografia dei movimenti degli smartphone – mostra che in Italia, Germania, Francia o Spagna gli spostamenti in auto hanno già superato di netto i livelli di gennaio. In ritardo sembrano semmai gli Stati Uniti e soprattutto la Gran Bretagna.</p>
<p>Niente di tutto questo significa che l&#8217;Europa stia guarendo. Ne siamo lontani.</p>
<p>Il crollo dei redditi e il timore di un ritorno della pandemia continueranno a frenare gli investimenti, le assunzioni e i viaggi. Per ora assistiamo solo ai primi segni di un rimbalzo meccanico, dopo che l&#8217;economia ha toccato il fondo durante il lockdown.</p>
<p>Salito il primissimo scalino, la ripresa potrebbe rivelarsi faticosa e diseguale: all&#8217;interno stesso dell&#8217;Italia i dati di Apple segnalano che Napoli, Padova o Genova si stanno rimettendo in moto più facilmente di Roma, Firenze o della stessa Milano.</p>
<p>Le conseguenze politiche dei primi accenni di (relativa) stabilità però potrebbero non essere lontani. Al Corriere Valdis Dombrovskis ha detto che bisognerebbe tornare ad applicare le regole europee sui conti «una volta finita la recessione»; sarà discutibile chiedere una stretta di bilancio quando il reddito è del 10% più basso di prima, ma il vicepresidente della Commissione riflette idee diffuse anche in Germania. Merkel, giorni fa, ha chiesto a Conte cosa intende fare sulle pensioni. E Isabel Schnabel, la tedesca nell&#8217;esecutivo della Banca centrale europea, ha già osservato che forse non ci sarà bisogno di eseguire tutti gli acquisti di titoli decisi dalla Bee in giugno (con un a scelta di tempo che ha profondamente diviso il consiglio direttivo).</p>
<p>Insomma, come sui migranti nel 2015, anche oggi un a reazione tedesca a Merkel è solo questione di tempo. E l&#8217;Italia deve farsi trovare pronta. Se non vuole che arrivi troppo presto la richiesta di un giro di vite sui conti, il Paese deve dimostrare che non si affida solo all&#8217;aiuto degli altri. Sa aiutarsi</p>
<p>da sé, con atti concreti. Evitando promesse irrealistiche di tagli di tasse coperte con spending review, per esempio.</p>
<p>O evitando una «semplificazione» per decreto che dà alla Corte dei conti un potenziale controllo «concomitante» al lavoro degli amministratori.</p>
<p>Ma quanto a questo, la strada sembra lunga davvero.</p>
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		<title>Carlo Nordio: Ma le colpe del fallimento lombardo sono politiche</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/carlo-nordio-ma-le-colpe-del-fallimento-lombardo-sono-politiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2020 07:08:06 +0000</pubDate>
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		<title>Michele Ainis: Il colpevole in zona rossa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/michele-ainis-il-colpevole-in-zona-rossa/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 06:27:41 +0000</pubDate>
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