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	<title>manovra governo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>manovra governo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Elogio del vincolo esterno (cui si è giustamente piegata Meloni)</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/elogio-del-vincolo-esterno-cui-si-e-giustamente-piegata-meloni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 20:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[manovra governo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giorgia Meloni, e con lei il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si sono in effetti piegati al “vincolo esterno europeo”. Ed è stato un bene per tutti, di sicuro per l’Italia. L’opinione di Andrea Cangini Ero molto più giovane e più di oggi incline all’idealismo. Chiesi a Francesco Cossiga cosa avesse spinto la classe dirigente italiana [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Giorgia Meloni, e con lei il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si sono in effetti piegati al “vincolo esterno europeo”. Ed è stato un bene per tutti, di sicuro per l’Italia. L’opinione di Andrea Cangini</h3>
<p>Ero molto più giovane e più di oggi incline all’idealismo. Chiesi a Francesco Cossiga cosa avesse spinto la classe dirigente italiana dei primi anni Novanta ad aderire senza riserve né pubblico dibattito al Patto di Maastricht e alle conseguenti limitazioni della sovranità nazionale. “La sfiducia nel carattere degli italiani – fu la risposta, serafica, del presidente emerito della Repubblica -. Cioè la consapevolezza che la virtù contabile non ci appartiene e che, pertanto, il male minore per l’Italia fosse quello d’essere obbligata alla moralità politica e alla morigeratezza economica da un vincolo esterno. Il vincolo europeo”. Rabbrividii. Crescendo, e maturando esperienza, compresi che, per quanto amaro, quel ragionamento era fondato.</p>
<p>Ne abbiamo avuto la prova in queste ore. Giorgia Meloni, e con lei il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si sono in effetti piegati al “vincolo esterno europeo”. Ed è stato un bene per tutti, di sicuro per l’Italia. Senza la necessità di ottemperare a quel “vincolo” onorando gli impegni presi, necessità ancor più evidente e conveniente in epoca di Pnrr, Dio solo sa cosa sarebbe stato della manovra economica. Una Fiera delle Velleità, un Trionfo della Demagogia: flat tax per tutti, quota 100 e dentiere per ciascuno.</p>
<p>Il debito pubblico sarebbe esploso e non per questo la crescita economica si sarebbe rianimata. Mercati e partner internazionali ci avrebbero bollati come inaffidabili, le solite cicale al tempo delle formiche. L’Italia si sarebbe così allegramente avviata al fallimento. E, va da sé, al conseguente commissariamento.</p>
<p>La manovra economica del primo governo Meloni è quello che è. Per due terzi balsamo sulle piaghe del caro energia, piaghe che tutti sanno destinate ad aggravarsi. E per il restante terzo timidi e innocui segnali politici intestabili a questo o a quel leader della maggioranza. A Matteo Salvini, sorprendentemente, più che ad altri.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2022/11/vincolo-esterno-meloni-giorgetti/"><strong><em>Formiche</em></strong></a></p>
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		<title>Manovra, un premio ai furbetti all&#8217;italiana</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/manovra-il-premio-ai-furbetti-allitaliana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Dec 2018 08:52:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[flat tax]]></category>
		<category><![CDATA[manovra governo]]></category>
		<category><![CDATA[reddito cittadinanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anni fa, circolava l’innocente barzelletta del cumenda milanese che vede un tizio il quale in pieno orario lavorativo se ne sta bel bello ad oziare steso al sole. «Ueh, ma cosa fai seduto lì a far niente? Perché non vai a lavorare?». Il tizio gira appena la testa: «E poi?». «Beh poi impari sempre meglio, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Anni fa, circolava l’innocente barzelletta del cumenda milanese che vede un tizio il quale in pieno orario lavorativo se ne sta bel bello ad oziare steso al sole. «Ueh, ma cosa fai seduto lì a far niente? Perché non vai a lavorare?». Il tizio gira appena la testa: «E poi?». «Beh poi impari sempre meglio, sei pagato di più e risparmi qualcosa». «E poi?». «Se hai testa investi quello che hai risparmiato, metti su una tua attività, crei posti di lavoro e diventi benestante». «E poi?». Il cumenda esasperato: «E alla fine ti godi un meritato riposo!». «E io che sto facendo?».</p>
<p>Ecco, nell&#8217;Italia di oggi il cumenda ha perso e l&#8217;ozioso, furbo, neghittoso tizio ha il suo momento di gloria. Le misure contenute in parte nella<strong> legge di bilancio</strong> o in altre annunciate disposizioni, oltre ai prevedibili effetti economici negativi stanno legittimando in Italia una cura che non porterà nulla di buono.</p>
<p>Partiamo da una misura in teoria a favore del lavoro, la <strong>flat tax per i lavoratori autonomi</strong>. Fino a 65.000 € di fatturato si applica un regime forfettario del 15%, da 65.000 a 100.000 del 20%. Bene, se invece si fattura 100.001€, allora si riapplica in toto l&#8217;attuale regime che oltre 75.000 euro prevede il 43% di imposta sul reddito. In altre parole il messaggio è non «crescere!»: se il tuo giro d&#8217;affari supererà i 100.000 euro dovrai incassarne molte decine di migliaia in più perché netto ti rimanga quanto già ottieni con 99.999.</p>
<p><strong>E le pensioni?</strong> Oltre ai danni alle casse dello Stato, il messaggio è lo stesso «non lavorare!», ritirati presto dalla vita attiva se puoi e se per caso hai una pensione superiore ai 1500€ al mese noi te la blocchiamo o decurtiamo, a prescindere dal fatto che tu abbia versato a sufficienza per coprire l’assegno pensionistico (contributivo) o no (retributivo): che tu abbia meritato quei soldi è indifferente. Se poi a ciò si aggiungerà il divieto di cumulo pensione-lavoro, il capolavoro sarà completo.</p>
<p><strong>Che dire del reddito di cittadinanza?</strong> Sarà ridotto perché non ci sono le risorse, ma ormai le frottole sui tutor fanno ridere (chi sarebbero? Di quante decine di migliaia di controllori ci sarebbe bisogno?), così come quelle sulle tre offerte di lavoro che se non accettate tolgono il diritto. A Napoli la disoccupazione è al 24%: chi mai troverà i tre posti disponibili nel raggio di 50 km? Anche se i centri per l’impiego fossero meno inefficienti di oggi, non succederebbe. È una mancia con l&#8217;invito a non lavorare e, semmai, a fare un po&#8217; di nero.</p>
<p><strong>La proroga di 15 anni ai concessionari degli stabilimenti balneari</strong> è uno schiaffo a chi potrebbe amministrarli meglio e magari pagare di più allo Stato: oggi in regioni come la Sicilia i gestori versano in tutto poche decine di migliaia di euro e nel resto del paese la situazione è di poco migliore. Hai una rendita di posizione? Non temere, dunque. Per esempio, anche se sei un insegnante meno bravo o dedicato di altri, non ti preoccupare, i presidi non potranno fare più chiamate dirette e ci si può rilassare senza nemmeno preoccuparsi di dare i compiti a casa ai ragazzi, sconsigliati dal ministro dell&#8217;istruzione che, per andare sul sicuro, vuole togliere o «modificare» i test internazionali Invalsi.</p>
<p>E se non hai pagato i contributi previdenziali il fisco o addirittura hai esercitato abusivamente una professione sanitaria, niente paura, ci sono<strong> condoni per tutti</strong> (con in sovrappiù i rischi per la salute dei cittadini).</p>
<p>lnfine, c&#8217;è un tipo di organizzazione che necessariamente reinveste i suoi profitti e non li distribuisce ai suoi azionisti, quella <strong>non profit</strong>, che crea così nuove opportunità di lavoro e aiuta le persone. Certamente ci sono degli abusi, ma invece di reprimere quelli cosa si fa? Si raddoppiano le tasse agli enti senza scopo di lucro: non fare del bene!</p>
<p>Questa battaglia culturale contra il lavoro, il merito, l’innovazione, l&#8217;altruismo e la concorrenza a favore di furbizia e rendite di posizione fa dell’Italia un caso unico al mondo. E non da celebrare.</p>
<p>Alessandro De Nicola, La Stampa 28 dicembre 2018</p>
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		<title>I dubbi sulla manovra e il tramonto della vecchia politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-dubbi-sulla-manovra-e-il-tramonto-della-vecchia-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Dec 2018 12:04:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[legge bilancio]]></category>
		<category><![CDATA[manovra governo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa spiega il successo che le forze di governo continuano ad avere nei sondaggi? Da una parte, c’è certamente la mancanza oggi in Italia di un’alternativa politica credibile, ma, d’altro canto, c’è forse anche la capacità che le forze cosiddette populiste hanno di cogliere lo “spirito del tempo”. La tesi trova una ragion d’essere, a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-dubbi-sulla-manovra-e-il-tramonto-della-vecchia-politica/">I dubbi sulla manovra e il tramonto della vecchia politica</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa spiega il successo che le forze di governo continuano ad avere nei sondaggi? Da una parte, c’è certamente la mancanza oggi in Italia di un’alternativa politica credibile, ma, d’altro canto, c’è forse anche la capacità che le forze cosiddette populiste hanno di cogliere lo <strong>“spirito del tempo”</strong>. La tesi trova una ragion d’essere, a mio avviso, non solo in una dimensione storica e politologica, come è quella dallo studioso privilegiata, ma anche in una più squisitamente filosofica. Cerco di farmi capire, con un esempio concreto sui fatti di questi giorni.</p>
<p>La tesi più diffusa, anzi direi quella unanimamente accreditata da opinionisti e analisti, è che la <strong>la legge di bilancio</strong> appena approvata dal Senato, “numerini” a parte, non abbia una sua ratio. Antonio Polito, ad esempio, nel fondo di stamane sul Corriere parla di una “manovra” senza un “guidatore” e quindi senza l’idea di una direzione e una velocità da imprimere all’economia italiana. La manovra sarebbe il risultato di una contrattazione a più livelli e fra più entità, ognuna attenta a soddisfare il proprio elettorato reale o potenziale: una “manovra elettorale” e basta.</p>
<p>Cerchiamo di trarre le conseguenze da questo, ripeto quasi unanime, modo di intendere la faccenda. Se siamo coerenti, non possiamo non dedurre che la “manovra” auspicata o auspicabile avrebbe dovuto essere radicalmente diversa: avrebbe dovuto avere, per la precisione, una idea generale e univoca di ciò che è bene per il Paese, un’organicità interna derivante da questa idea e una direzione di marcia sempre ben visibile al “guidatore” e ai cittadini.</p>
<p>Ora, tutto questo presuppone, anche quando non se ne è fino in fondo consapevoli, che alla politica venga ancora affidato il compito di realizzare un ideale, un valore e un’etica. E alla politica economica di seguire una <strong>programmazione</strong>, se non proprio una pianificazione. Il presupposto è, detto altrimenti, che, una volta che qualcuno più bravo o “competente” degli altri abbia individuato ciò che è giusto, il buon politico non debba fare altro che agire sulle dinamiche sociali ed economiche per far sì che esse seguano la direzione voluta. Ora è proprio questa idea di politica che, portata alle estreme conseguenze, cioè assunta con rigore e coerenza logica, ha mostrato nel corso del Novecento, secondo i filosofi, e soprattutto quelli di ispirazione liberale, le sue crepe e i suoi quasi mai positivi (e comunque sempre imprevedibili) effetti.</p>
<p>In linguaggio tecnico si è parlato, in senso negativo, di <strong>“teologia politica”</strong> o di <strong>“razionalismo in politica”</strong>. Certo, fra ideali e ideologie corre una bella differenza, ma siamo davvero convinti che gli interessi siano qualcosa di malvagio e che la negoziazione ad oltranza sia un modo cattivo di intendere la politica? È proprio sicuro che gli aspetti ideali e etici, fondamentali per l’essere umano, debbano trovare espressione proprio nell’attività politica? In verità, c’è un momento in cui, se si seguono solo gli interessi di breve periodo, si finisce per essere ciechi e quindi per agire in una direzione nociva a quegli stessi interessi. Ed è probabile, anzi più che probabile, che il governo, nella sua spesso manifesta impreparazione, abbia superato la soglia che in poco tempo potrebbe portarlo all’implosione.</p>
<p>Per l’Italia non so fino a che punto ciò sarebbe un bene: cosa succederà poi non è dato infatti saperlo né è oggi plausibilmente prevedibile. Ho tuttavia l’impressione che la vecchia politica, incardinata in orizzonti di senso e partiti e movimenti ben definiti e definibili, sia ormai tramontata. E che questo fatto epocale in sé non sia del tutto un male.</p>
<p>Corrado Ocone, Formiche 24 dicembre 2018</p>
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		<item>
		<title>La legge di stabilità nella peggior continuità. Per 9 motivi&#8230;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-legge-di-stabilita-nella-peggior-continuita-per-9-motivi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Dec 2018 09:40:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[deficit]]></category>
		<category><![CDATA[manovra governo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La legge di stabilità ha preso forma, sebbene deforme. Il governo della novità ha generato la peggiore continuità. I loro tifosi polemizzano: perché ci criticate, cosa hanno fatto i governi di prima? Più o meno quel che sta facendo questo. Il nuovo consiste in un di più di arroganza, impreparazione e faccia tosta. Vediamola, nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-legge-di-stabilita-nella-peggior-continuita-per-9-motivi/">La legge di stabilità nella peggior continuità. Per 9 motivi&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La legge di stabilità ha preso forma, sebbene deforme. Il governo della novità ha generato <strong>la peggiore continuità</strong>. I loro tifosi polemizzano: perché ci criticate, cosa hanno fatto i governi di prima? Più o meno quel che sta facendo questo. Il nuovo consiste in un di più di arroganza, impreparazione e faccia tosta. Vediamola, nel merito, la continuità.</p>
<p><strong>1.</strong> Prima di tutto il vantato braccio di ferro con Bruxelles: c’è sempre stato. È stato ed è il frutto del fallimento della classe dirigente italiana, incapace di fare altro che scaricare in <strong>deficit e debito</strong> la propria incapacità di porre rimedio agli squilibri nazionali. Renzi batteva i pugni, reclamava elasticità. L’uguale oggi. Tale quale. Con solo un corredo d’insulti inutili e una inedita situazione di totale isolamento dell’Italia. A Bruxelles si sono negoziati i saldi, a Roma si sono distribuiti i (pochi) soldi. Chi dice che la legge è stata scritta dalla Commissione sbaglia: non la condividono in nulla. Chi dice che è frutto della forza del governo millanta: è contabilità della disperazione.</p>
<p><strong>2.</strong> Con i conti per il 2019 si sugella e completa lo spreco italiano dello spazio aperto e bonificato dalla <strong>Banca centrale europea</strong>. Con il QE il costo del debito è crollato, ma i soldi così risparmiati sono stati portati a spesa corrente, senza far scendere il debito. Oggi come ieri. Intanto il debito si trova sempre di più in mani italiane, talché risulta ridicola anche solo la minaccia di non pagarlo.</p>
<p><strong>3.</strong> Non abbiamo aumentato l’iva, s’arrochiscono i governanti. Come i loro predecessori. È dal 2011 che si appostano e disinnescano (quando ci si riesce) <strong>clausole di salvaguardia</strong>, per poi subito riappostarle, ingrandite, per l’anno successivo. Ieri come oggi. L’uguale.</p>
<p><strong>4.</strong> Per cercare spazi elettoralistici si sono erosi gli investimenti e <strong>fatta crescere la spesa corrente</strong>. Ieri come oggi. L’uguale. Solo che, a questo giro, l’assistenzialismo non si maschera neanche da presunto sgravio fiscale, ma si mostra orgoglioso di sé. Ieri come oggi, ammesso che riescano a realizzare quel che si propongono di fare, l’effetto sarà un impoverimento dei poveri, deprivati della crescita e dello sviluppo. E se ne gioveranno evasori fiscali e contributivi. materie note, diciamo interne alle biografie dei governanti.</p>
<p><strong>5.</strong> Ieri come oggi si appostano <strong>false privatizzazioni</strong>. In realtà trasferimenti di proprietà fra mani pubbliche (leggi Cassa depositi e prestiti) per far finta di avere più soldi e meno deficit. Quel che succede a chi aliena patrimonio non per abbattere i debiti, ma per alimentare la spesa, è noto. Ma ciascuno pensa riguardi solo altri.</p>
<p><strong>6.</strong> In continuità con il passato anche la <strong>fiscalità demoniaca</strong>, talché quel che si sarebbe dovuto cancellare ora si promette che aumenterà.</p>
<p><strong>7.</strong> Ieri si prendevano provvedimenti temporanei nel <strong>settore pensionistico</strong>, con i contributi di solidarietà e oggi anche. Si millanta come controriforma (non solo della Fornero, ma anche dello scalone Maroni, che credo di ricordare fu un ministro della Lega) un cambiamento del pensionamento che ha valore solo temporaneo. Il cielo sa quale mai possa essere la ragionevolezza di una roba per cui per due anni puoi andare in pensione prima (rimettendoci) e poi non più! Il tutto aumentando, come già si è fatto per il mercato del lavoro, indeterminatezza e insicurezza del quadro normativo. Veleno.</p>
<p><strong>8.</strong> In un Paese che ha il dramma di una scarsa partecipazione al <strong>lavoro</strong> (lavoriamo in troppo pochi, per troppo poco tempo) si spendono soldi per fare in modo che si smetta di lavorare o si ricevano sussidi per non lavorare. Droga.</p>
<p><strong>9.</strong> Inizialmente volevano far credere che l’Italia potesse crescere dell’1.5% (Savona strologava del 2), nel 2019. Capricciosa cretinata. Hanno dovuto ammetterlo. <strong>Ora la crescita prevista è all’1%</strong>. Spero tanto di sbagliarmi, ma non lo faremo. In queste condizioni staremo sotto. Il che significa vedere crescere il peso percentuale di deficit e debito. Dicono: anche gli altri sbagliavano le previsioni. Ora, a parte il fatto che sbagliare e falsificare non sono sinonimi, a parte che neanche è del tutto vero, mi sfugge in cosa consista l’attenuante, se non in una rivendicazione di continuità che è l’opposto del cambiamento.</p>
<p>Davide Giacalone, Formiche 23 dicembre 2019</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La finanziaria &#8220;elettorale&#8221; che tradisce il futuro</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-finanziaria-elettorale-che-tradisce-il-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Ricolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Dec 2018 16:04:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[manovra governo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La manovra concordata nei giorni scorsi con Bruxelles introduce essenzialmente tre cambiamenti: meno spesa corrente, meno investimenti pubblici, un po’ più di tasse, con conseguente miglioramento dei saldi (il deficit previsto scende dal 2,4% al 2%, un valore assai prossimo a quello del 2018, ereditato dal governo Gentiloni). Sulla natura della “manovra del popolo” i [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La manovra concordata nei giorni scorsi con Bruxelles introduce essenzialmente<strong> tre cambiamenti</strong>: meno spesa corrente, meno investimenti pubblici, un po’ più di tasse, con conseguente miglioramento dei saldi (il deficit previsto scende dal 2,4% al 2%, un valore assai prossimo a quello del 2018, ereditato dal governo Gentiloni).</p>
<p><strong>Sulla natura della “manovra del popolo” i pareri sono divisi</strong>. C’è chi vi riconosce un cambiamento sostanziale rispetto al passato, nel bene o nel male a seconda dei punti di vista. E chi invece sottolinea che nulla di veramente importante è cambiato: come sempre, le uscite della Pubblica Amministrazione sono di più delle entrate; come sempre, ci sono misure chiaramente elettorali; come sempre, il futuro è costellato di “clausole di salvaguardia” (aumenti automatici di tasse); come sempre, il metodo è quello: mega testo illeggibile, maxi-emendamento del governo, voto di fiducia.</p>
<p>L’unico punto su cui, fra gli analisti indipendenti, sussiste un notevole grado di consenso è che la manovra <strong>non è in grado di fornire alcuna spinta all’economia</strong>, né tanto meno di fermare la recessione in arrivo. Questa valutazione poggia su tre circostanze obiettive.</p>
<p><strong>1.</strong> La manovra non è espansiva, perché l’avanzo primario è analogo a quello di quest’anno.</p>
<p><strong>2.</strong> La manovra non stimola la crescita perché non contempla né una riduzione della pressione fiscale sui produttori né un aumento degli investimenti pubblici.</p>
<p><strong>3.</strong> La manovra, attraverso l’impennata dello spread, ha già innescato molteplici meccanismi pericolosi: maggiori spese dello Stato per il rifinanziamento del debito pubblico; perdite (virtuali) di famiglie e imprese che detengono ricchezza finanziaria; aumento dei tassi sui nuovi mutui; restrizioni (per ora modeste, ma destinate a crescere) del credito a famiglie e imprese.</p>
<p>Assai più controverso è ovviamente il giudizio sulla bontà dei contenuti della manovra, al di là dello loro capacità di stimolare la crescita. Su questo è impossibile dire qualcosa di ragionevolmente obiettivo, perché ognuno di noi ha priorità diverse, oltreché – spesso – una concezione diversa delle conseguenze delle misure governative. Per parte mia, se dovessi qualificare la manovra con un solo aggettivo, <strong>userei l’aggettivo “elettorale”</strong>. Anzi, se avessi a disposizione anche un avverbio, direi “smaccatamente elettorale”. Da questo punto di vista la cosiddetta manovra del popolo e il governo che l’ha concepita rappresentano davvero una rottura con il passato. Una rottura che è assoluta rispetto al governo Monti, forse il governo meno elettorale della storia repubblicana, ma che, in parte (e contro le apparenze), è tale anche rispetto ai governi Renzi e Gentiloni.</p>
<p>È vero, hanno perfettamente ragione quanti, di fronte alla mossa di varare <strong>reddito di cittadinanza e Quota 100</strong> a poche settimane dal voto europeo 2019, ricordano l’analoga mossa di Renzi nel 2014, con il bonus da 80 euro calato nelle buste paga giusto prima dell’appuntamento europeo 2014. Così come hanno ragione quanti ricordano gli innumerevoli bonus e misure varie che a quella mossa seguirono nei gloriosi anni del centro-sinistra. E ancor più ragione hanno quanti sottolineano un altro elemento di continuità, ovvero la cattiva abitudine di ipotecare il futuro con clausole di salvaguardia (aumenti di tasse), che tranquillizzano Bruxelles e riducono i gradi di libertà dei governi che verranno.</p>
<p>E tuttavia una differenza, un salto di qualità e di quantità, fra la manovra del popolo e le manovre del passato recente, a mio parere c’è. <strong>Lo riassumerei così</strong>: dopo Monti, tutte le manovre hanno avuto dosi di elettoralismo considerevoli, e tutte hanno fatto ricorso alle clausole di salvaguardia, ma solo ora, con la “manovra del popolo”, quasi tutte le misure sono di tipo elettorale, e la macchina delle clausole di salvaguardia prosciuga completamente gli spazi di manovra dei governi futuri.</p>
<p><strong>La differenza più importante con il passato riguarda il mondo dei produttori</strong>. Nelle manovre degli ultimi 4-5 anni, accanto alle misure di stampo prevalentemente elettorale, erano presenti misure rilevanti di sostegno alla crescita, dalla decontribuzione agli sconti fiscali, dal Jobs Act ai provvedimenti di Industria 4.0. Oggi non solo scarseggiano le nuove misure in favore dei produttori, ma si fa marcia indietro su quasi tutte le misure varate nel recente passato: soppressione dell’Ace (Aiuto alla crescita economica); mancato decollo dell’Iri (Imposta sul Reddito Imprenditoriale); ridimensionamento di Industria 4.0 (poi divenuta Impresa 4.0); indebolimento del Jobs Act (attraverso il cosiddetto Decreto dignità); nuove tasse sulle imprese, sulle società finanziarie e sulle banche; per non parlare dello stop imposto a tante grandi opere. Detto in altre parole, il saldo fra le nuove misure pro-imprese (come la mini flat tax sulle partite Iva) e le vecchie misure soppresse o modificate è drammaticamente negativo. Di qui il malcontento che, da qualche mese, comincia a serpeggiare soprattutto nel Nord, dove anche l’elettorato leghista non capisce perché smontare la legge Fornero sia diventato, improvvisamente, molto più importante che varare la flat tax.</p>
<p><strong>L’altra grande differenza con il passato è l’entità delle clausole di salvaguardia</strong>, praticamente raddoppiate rispetto alle leggi di bilancio degli ultimi anni. Una zavorra enorme per qualsiasi governo futuro, compreso il governo gialloverde, che già nell’autunno prossimo dovrà ingegnarsi a trovare 23,1 miliardi per non aumentare l’Iva e altre tasse.</p>
<p>Ecco perché, tornando alla questione posta all’inizio (fu vero cambiamento?), la mia risposta è che sì, la manovra del popolo è diversa da quelle del passato, ma la ragione principale per cui lo è non è che cambia direzione, bensì che accentua i due principali difetti delle manovre dei governi precedenti: troppe misure elettorali, abuso delle clausole di salvaguardia. Il che, forse, rende più attuale che mai l’interrogativo posto nei giorni scorsi dall’ex premier<strong> Paolo Gentiloni</strong>: il governo Conte intende durare, o dà per scontato che la sua pesante eredità – economia ferma &amp; clausole di salvaguardia –dovrà gestirla qualcun altro?</p>
<p>Luca Ricolfi, Il Messaggero 23 dicembre 2018</p>
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		<title>Un accordo inutile, falso, ma buono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 13:42:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[deficit]]></category>
		<category><![CDATA[manovra governo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Inutile e falso, ma buono. La procedura d’infrazione per debito eccessivo non la voleva nessuno. Sarebbe stata obbligatoria, ma nociva per tutti. Tutto stava, avevamo avvertito, a capire come evitarla. <strong>Ora lo sappiamo</strong>: con un accordo inutile, falso, ma buono. Buono perché accordo, realizzato fra due mediatori: il presidente della Commissione europea, <strong>Jean-Claude Juncker</strong>, che ha tratto l’Italia fuori dal totale isolamento in cui il governo l’aveva gettata; e il presidente del Consiglio, <strong>Giuseppe Conte</strong>, che prova a trarre il governo fuori dagli assurdi vincoli propagandistici in cui l’avevano inchiodato i suoi due vice e dante causa. Vediamo perché inutile e falso, il che lo indebolisce notevolmente sia sul fronte europeo (difatti già si sostiene, come fa Pierre Moscovici, che non basta), sia su quello italiano (dove sarà preso evidente che i soldi, a buffo, non bastano).</p>
<p>Il deficit programmato, per il 2019, era pari allo 0.8% del prodotto interno lordo. Questo se fosse aumentata l’iva, cosa nella quale nessuno credeva. Disinnescando quella clausola di salvaguardia il deficit sale a 1.6. Se ci si fosse fermati lì non ci sarebbe stato nessun problema. Invece s’è fissato l’irremovibile e sovrano paletto del 2.4, con tanto di sovrani festeggiamenti. Cosa ci sia da festeggiare nel fare più debiti lo sa solo il cielo, ma codesto ragionamento resta sovranamente estraneo a chi tiene conti solo propagandistici ed elettoralistici.</p>
<p><strong>Peccato sia successo quel che era prevedibile e previsto</strong>: il problema non era la Commissione, ma l’immediata reazione dei mercati, le aste impossibili dei titoli del debito pubblico, lo spread alle stelle (sotto l’effetto della politica Bce superare 300 punti base riporta al clima terribile del 2011-2012). Come tornare indietro? Ci ha pensato Conte, con il gioco delle tre carte: da 2.4 a 2.04. <strong>Prendete un calcolatore</strong>: 2.04 – 1.6 = 0.44. In termini assoluti: 7.7 miliardi di euro. Su 1750 circa di pil e 850 circa di spesa pubblica. Tutto sto trambusto per un niente. L’eccesso di zelo mostra il ridicolo, perché avere voluto mantenere il totem del “4” ha portato a chiedere uno 0.04 di deficit in più. Pari a 700 milioni. Grottesco.</p>
<p>Il tutto con una quota 100, per le pensioni, che nessuno sa ancora come funzionerà, ma già sappiamo che partirà verso la fine del 2019 e durerà fino al 2021. <strong>Per potere dire agli elettori una bugia</strong>, ovvero che si rispettano gli impegni presi, si innesca un’altra poderosa ingiustizia sociale. Aggiungete il reddito di cittadinanza, che andrà a 4000 assunti nei centri per l’impiego, che non funzionano e non funzioneranno, sempre ammesso che li assumano in tempi utili per far partire il tutto nel 2019. E non dimenticate che dal 2020 sono previste clausole di salvaguardia con aumento dell’iva e delle accise. Forse avevano paura qualcuno credesse ci fosse un qualche cambiamento, sicché hanno voluto ribadire la più totale continuità nell’inutilità nel governo della spesa pubblica. Quest’ultimo è il solo obiettivo raggiunto.</p>
<p>Nel falso, però. Primo, perché nessun modello econometrico può garantire una previsione spinta allo 0,0 qualche cosa. Secondo, perché in quel presunto modello è stata inserita una crescita irreale del pil 2019 (1.5%). Il deficit che contabilizzeremo sarà più alto.</p>
<p><strong>Morale</strong>: non intendevano occuparsi degli zerovirgola e si sono attestati sugli zerovirgolazero. Affinché il sovrano spettacolo continui non resta che inveire contro i francesi, che superano il 3% di deficit. Naturalmente contando sul fatto che nessuno ricordi che l’Italia arrivò al 12 e, più di recente, al 5.2, al 4.2 e al 3.7. Ma mi rendo conto che la materia è ostica per i piazzaioli, sicché preparino i fagioli e via con la tombola. È Natale.</p>
<p>Davide Giacalone, Formiche 13 dicembre 2018</p>
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